Istat Donne e lavoro: Madri e lavoratrici, quel dovere di volerlo davvero

I dati Istat ci parlano chiaro:

– Il clima di fiducia è aumentato, migliorano le stime dei consumatori nei confronti della ripresa economica, diminuiscono significativamente le attese di disoccupazione, diminuisce finanche la disoccupazione giovanile, nelle imprese crescono tutti i clima di fiducia, quello del settore manufatturiero, dei servizi di mercato, del commercio al dettaglio, a settembre è stato registrato un balzo della fiducia dei privati ai massimi dal 2002…

-Che bello Istat e dicci dicci, le Donne?

-Cazzi.

-Che?

-Cazzi, le Donne cazzi, nisba, nulla, nichts

-Ma Istat che vuoi dire?

-Che il lavoro non vi vuole, non si fida di voi, il 30% delle Donne lo abbandona dopo la gravidanza, le pensioni delle donne sono significativamente più basse rispetto a  quelle degli uomini, aumentano i part time al femminile con conseguente diminuzione delle retribuzioni…continuo?

No grazie! Noi donne questo non lo sapevamo già? I dati Istat resi noti ieri sul rapporto Donne e lavoro, noi li conosciamo da tempo, solo che preferiamo chiamarli sfighe perchè siamo romantiche.

Ma un nome ce l’avrebbero e questo nome ha lo stesso suono di quel sessismo che qualche genio definisce inutile vittimismo, ha l’odore della discriminazione barbara sostenuta da stereotipi di genere abbondantemente superati che tornano però senza chiedere il permesso e si palesano durante un colloquio di lavoro, tra le pieghe di un << Ma ha intenzione di avere figli nei prossimi 5 anni?>>  di un timido <<Guardi che noi la maternità non la paghiamo>> di un deciso <<Un figlio? E poi come campo>>.

Ci hanno bombardato così tanto con il rispetto della filiera SACRIFICIO-STUDIO-LAVORO, con la regola secondo la quale dovremmo sforzarci il doppio per contare quanto un uomo nella società, che quasi ci hanno convinte che un figlio tutto sommato nemmeno lo vogliamo.Ma quasi però.

Perché a rifletterci bene, questo “stato interessante” altro non è che un evento parentale che nella sua gestione viene condiviso, seppur in parte in maniera diversa ma da entrambi i genitori.

Eppure pare che così non sia.Sembra che la faccenda riguardi solo le Donne.

Le ragazze che diventano madri rinunciando alla propria professione per il mondo del lavoro si trasformano automaticamente in cittadine di serie b, con ridotte possibilità di cambiare il loro status dopo, sfavorendo irrimediabilmente l’aumento della retribuzione femminile anche a parità di competenze con gli uomini.

La carriera rallenta con conseguente divario retributivo tra i due sessi.

E ma se un figlio è anche del padre i conti non tornano. Chiediamoci se di fianco ad una ancora arretrata normatizzazione sull’argomento ( e fin qui ci siamo) non ci sia anche un granitico cortocircuito culturale che genera un pericoloso effetto a catena che ci impedisce di livellare i diritti degli uomini e delle donne in fatto di lavoro e che in parte ci vede addirittura un po’ responsabili.

Ci chiediamo perchè le madri incidono nella vita del figlio per l’80% del tempo mentre i padri soltanto un misero 20%? perché parliamo solo di maternità e pochissimo di paternità? Perché non considerare il fatto che padri e madri potrebbero avere gli stessi identici ruoli all’interno della famiglia così da rispettare le aspirazioni professionali di entrambi? Già. Siamo pronte a volerlo? Dovremmo. Lo mettiamo in atto? Quasi mai. Non sarebbe forse un nostro diritto? In eguale misura è un diritto di Donne e Uomini.

Il lavoro non è tutto e ci siamo, ma questo costante dislivello di cui siamo vittime e carnefici, insidia non solo il lavoro, ma anche case, famiglie e le generazioni future.

Voglio lavorare e quando sarà il momento non vorrò trovarmi nelle condizioni di rinunciare a questo per un figlio e non perché un figlio non ne valga la pena, ma perché è il suo futuro a meritare che io non lo faccia.Un futuro nel quale essere un po’ meno mamma non significherà necessariamente essere meno madre.

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