Tra parentesi (Le #DonneComuni di Intimissimi esattamente, cosa ci vogliono comunicare?)

Le pubblicità di intimo femminile ci hanno abituate da tempo a immagini di donne meravigliose dotate di raro sex appeal e di una bellezza mozzafiato, a quelle portatrici sane di un capitale erotico così manifesto da indurci quasi a dubitare che il messaggio pubblicitario sia rivolto a noi Donne. Tutto nella norma  tuttavia, nel mondo delle pubblicità lo sappiamo bene le donne sono ipersessualizzate o sante in terra, ci abbiamo per così dire fatto il callo, come a dire <<contenti loro…>> che ci vogliamo fare.

Il noto marchio Intimissimi però con il progetto #ImAStory nato con lo scopo di mandare in onda spot dove le protagoniste sono  “donne comuni” è andato decisamente oltre, generando a mio avviso un vero e proprio pastrocchio comunicativo.

Le protagoniste scelte a detta dell’azienda, non sono modelle professioniste; abbiamo la designer, la ballerina, la studentessa, la personal trainer, l’imprenditrice, la floral designer, l’attrice e la cantautrice.Potrebberlo esserlo però giacchè da un punto di visto meramente estetico tra queste “donne comuni” e le testimonial storiche del medesimo marchio non c’è alcuna differenza.E’ vero la bellezza si trova ovunque e spesso è anche notevole ma ciò che mi fa dubitare della buona fede di intimissimi è quel messaggio non messaggio che vorrebbe inviare alle possibili acquirenti:

“Anche le donne comuni sono belle” Capirai che novità.

“Le donne comuni sono donne di successo se sono belle” Sarebbe il colmo.

“Il nostro intimo è perfetto per tutte le donne comuni a patto che rispettino i canoni della bellezza da passerella” Ma anche no.

E allora? Se lo scopo  è quello di mandare in onda un modello di donna più rassicurante e decisamente più vicino all’immagine reale delle donne allora gli addetti alla comunicazione di intimissimi hanno fatto proprio un bel buco nell’acqua con triplo carpiato e panciata annessa. Quel tripudio di ammiccamenti, quell’autocelebrazione dell’armoniosità delle proprie forme, quell’ostentazione di un lavoro così glamour è quanto di più lontano possa esistere dalla realtà.

Vogliamo parlare di donne comuni? Bene rendeteci glamour l’intimo spagliato, quello  di “accidenti ho scordato di fare la lavatrice”, del reggiseno nero e le mutande a fiori o degli slip in pizzo e il top sportivo per capirci meglio, rendeteci meravigliosamente bella una prima o una settima, diteci che sono straordinarie  le mutande del ciclo, che trasudino di glamour la giovane studentessa piegata a studiare con il pigiama di flanella, le precarie che si accontentato del pacco di slip 3 x2, le neomamme con i capezzoli che goggiolano latte h24, le pancere ma quelle vere però, rendeteci credibili prima ancora che belli i reggiseni a fascia senza spalline, i collant che ci tagliano la vita, trasformate nella quintessenza del fashion una bella settantenne nel suo intimo preformato.

Se di donne comuni dobbiamo parlare allora che donne comuni siano. Donne che quando lavorano non lo fanno in due pezzi o con la necessità di apparire sensuali a costo della vita. Tutto il resto è fuffa. Tutto il resto è quello che è sempre stato, donne fortunate che potrebbero indossare anche cineserie da due soldi sulle quali nessuna ha mai avuto nulla da ridire e che per professione fanno le modelle.

Diversamente è il caos: se non siamo tutte modelle e non siamo neppure “donne comuni” allora noi, che caspiterina siamo?

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