Tra parentesi ( Compare Uccio che all’albero della vita ha preferito l’albero della fica)

<< Eppure Cumpà Ucciu, tu a Expo ti saresti divertito, è stato un successone sai, l‘albero della vita è diventato il nuovo simbolo Italiano, bello sai, bellissimo>>

<<l’albero de ce?>>

<<della vita Ucciu, della vita>>

<< Eh beddha mia mo te cuntu na storia, ca tie nun eri mancu nata…>>

La Storia:

Il padre di Uccio buon anima, aveva tre campagne una a Nardò ereditata da uno zio molto abbiente, una a Nociglia e una tra Diso e Marittima.

Quando si andava a raccogliere le fiche però, quelle delle altre campagne erano sempre più buone.

C’era un albero di fichi in particolare, cresciuto in un terreno ai confini tra Spongano e Diso che faceva crescere fichi grossi come i fioroni di Martina Franca, anzi meglio. Si era sparsa la voce che la proprietaria, un’anziana nutrice rimasta vedova troppo presto, ne era molto gelosa e difendeva a suon di mazza da scopa chiunque provasse a rubarle i suoi fichi

La difficoltà dell’accedere a quei meravigliosi frutti aveva perciò fatto crescere il desiderio dei cinque ragazzini del vicinato, tra i quali un giovanissimo Uccio. Ogni sera a partire da metà agosto quella povera signora armata di pazienza e di scopa era costretta a minacciare i piccoli intrusi che tentavano di invadere il suo terreno.

Il Malloppo più nutrito che i ragazzi riuscirono a portarsi a casa consisteva in un solo fico, ancora troppo poco per sfamare la golosità dei cinque intrepidi ma abbastanza per confermare che le storie sull’albero non erano frutto di fantasia

Restava da capire come riuscire a mangiarne anche solo uno ciascuno.

Uccio non aveva intenzione di beccarsi bastonate sul sedere ogni sera, senza considerare che a queste si aggiungevano puntualmente le mazzate di sua madre la mattina successiva, dopo essere stata informata della marachella del figlio e dei suoi amici <<ti ho insegnato a chiedere per favore le cose>> gli ripeteva ogni volta la santa donna.

Certo che “chiedere per favore le cose” non è ascrivibile al tipico comportamento dei duri, tuttavia data la particolare difficoltà a raggiungere il tanto agognato obiettivo, fingere debolezza per arrivare alla meta sarebbe stato un comportamento degno del più scaltro stratega e utile alla causa.Uccio riesce a convincere anche i suoi amici, con la storia che un atteggiamento del genere era all’altezza solo dell’uomo senza nome ( personaggio di Sergio Leone ndr) e che anche loro come lui sarebbero dovuti diventare bravi con le parole un giorno o l’altro. E quel giorno era giunto,la stessa sera, i ragazzi bussarono alla casa dell’anziana nutrice e chiedendo perdono per i loro tentativi di furto le chiedono con una cortesia da manuale solo cinque fichi.

“E ‘nci ulia mutu?!” ( e che ci voleva?!) in un battibaleno l’anziana nutrice manesca si era trasformata nella dolce nonnina della porta accanto.

Non solo diede ai ragazzi tre fichi ciascuno con la rassicurazione che qualora ne desiderassero ancora, sarebbero potuti tornare quando volevano, ma gli insegnò una delle lezioni più importanti della loro vita.

Raccontò che quell’albero era prezioso, che lo si doveva rispettare come si rispetta un essere umano, al quale non bisognava mai rubare neppure una caramella ma chiedere sempre, disse loro che quello era un albero al quale si doveva parlare con rispetto ed in cambio di queste accortezze avrebbe donato fulgore alle guance degli anziani, forza alle donne gravide ed energia ai bambini.

“sapete perché siete così belli? perché le mamme vostre hanno mangiato i fichi di quell’albero”.

Uccio e i ragazzini rimasero più di un’ora ad ascoltare le storie della nutrice e dell’albero de fiche: seppero di quella donna che a furia di mangiare fiche partorì un bambino di sette chili, dell’uomo che in punto di morte desiderò di quei frutti e il giorno dopo lo videro passeggiare in bicicletta ( morì dopo tre mesi ma per incidente stradale), del bambino sempre bianco e debilitato che a suon di pane e fichi diventò perfino grasso.

A quel punto nella testa dei ragazzini l’albero non fu più un semplice albero e più lo osservavano e più gli pareva di scorgere tra i suoi rami le rassicuranti sembianze di un nonno speciale. Quella sera salutarono l’anziana con un’espressione decisamente lontana da un duro qualsiasi e prima di congedarsi, uno ad uno, regalarono un saluto e una carezza a quell’albero,“grazie sai “ arrivò a sussurrargli Uccio.

In quello stato tra l’incanto e la profonda gratitudine i bambini giurarono perfino di aver visto l’albero muovere i suoi rami in modo impercettibile come a volerli salutare tutti. Uccio è pronto a giurarlo anche oggi

<< E dov’è quest’albero oggi?>> gi chiedo.

<<Ehhh Beddha mia, saranno quarant’anni che non esiste più ma ti posso dire che se rispetti un albero de fiche come se fosse un uomo, quell’albero non ti deluderà mai…

…ma citta sai, ca se lu sannu li forastieri e ci cunta chiui de l’Expo!>>

E chi me lo doveva dire che l’albero della vita io ce l’avevo sotto casa, la saggezza popolare e chi altri sennò?!

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