Pretendere che i musulmani prendano le distanze dai terroristi è il più grande regalo che possiamo fare ai terroristi

In questi minuti scopriamo che i fischi allo stadio di Istanbul nel minuto di silenzio in ricordo della strage di Parigi che ha preceduto la partita amichevole tra Turchia e Grecia non volevano mancare di rispetto alla vittime, c’è chi parla dei cori nazionalistici mossi dalla pretese di ricordare anche i morti del terrorismo del Pkk e chi crede siano stati rivolti verso pochi imbecilli che volevano solo creare disordine.Nulla a che vedere con simpatizzanti dello stato islamico dunque.

Così come pare che la notizia diffusa oggi  e diventata virale, riguardante l’uscita dalla classe da parte di tre studentesse di Varese di religione musulmana (sembra invece fossero tutte di religioni diverse) durante il minuto di silenzio per ricordare la vittime parigine non fosse da attribuirsi ad una presa di distanza nei confronti di queste e che le ragazze non siano affatto vicine ai terroristi dell’Isis ma, come scrive il quotidiano la Prealpina il loro gesto era funzionale a dimostrare il loro personale sdegno “nei confronti del  trattamento diverso riservato alle vittime di Parigi rispetto a quelle delle numerose stragi in giro per il mondo” <<Siamo usciti dall’aula perché non abbiamo capito come mai si deve esprimere solidarietà solo alle vittime di Parigi e non a quelli che muoiono in tutti gli attentati in altre parti del mondo>>. Questo è quanto! Possiamo definire la piccola protesta delle studentesse come una decisione discutibile, triste e di cattivo gusto o possiamo condividerla, del resto quanti di noi fedeli osservanti del culto cattolico o laici, all’indomani dall’attentato di Parigi abbiamo ritenuto di dover ricordare vittime di stermini risalenti finanche a mesi prima.

Io per inciso non condivido il gesto delle studentesse ma non è questo il punto. Il punto ormai lapalissiano è che la forza del terrorista è direttamente proporzionale a quella della nostra intolleranza nei confronti del mondo musulmano (con la compiacenza di organi di informazione che spesso dimenticano il servizio che devono ai cittadini in favore di click facili facili). Intolleranza non per forza di salviniana accezione quanto quella ancora più subdola del “non tutti i musulmani sono terroristi però…”.

Però devono dimostrare, devono dissociarsi, devono.

Sarebbe bello comninciare ad esempio con lo smettere di utilizzare definizioni come “comunità islamiche” quando parliamo dei musulmani residente in uno stato laico. Questo modo di ascrivere in una determinata categoria un certo numero di persone nate e cresciute in Europa sulla base di un credo religioso intende di fatto ghettizzarle.

Chi frequenta una moschea o un gruppo di preghiera di fede islamica fa parte di una comunità religiosa nella stessa misura in cui ne dovrebbe far parte anche chi osserva la fede cristiana, tuttavia quando parliamo di cattolici a nessuno verrebbe mai in mente di definirli “comunità cattolica”. Lo scontro tra civiltà parte proprio quando si cede alla retorica dello scontro tra religioni, e quando si diffonde l’idea che la differenza tra una persona buona e cattiva è determinata dal proprio credo. Si promuove senza volerlo proprio il capillare lavoro del terrore a firma Is quando inciampiamo nella trappola che quella che si sta consumando sia una guerra di religione.

Quella dello stato islamico è una guerra politica. Il terrorismo in questo caso utilizza la religione per creare attorno a se consenso, e presentare a chi si sente messo all’angolo un alibi per poter difendere il proprio culto anche con la forza. Il terrorismo insinua il bisogno, che di fatto non esiste ma che viene descritto come   vitale, di sopravvivere ad un nemico religioso immaginario: la supremazia del miscredente.

Siamo dunque convinti di non essere inciampati anche noi nel trappolone del terrorismo?

Pensiamo al lavoro che l’Europa svolge per aiutare l’integrazione; si favorisce realmente il dialogo tra persone di culture differenti che condividono lo stesso territorio?

Sono davvero necessarie le richieste da parte  di rappresentanti delle istituzioni e di politici di pretendere dai musulmani una presa di distanza pubblica dal terrorismo?

No. Chiedere a un miliardo e mezzo di persone di sottolineare il proprio disgusto nei confronti di un’organizzazione criminale significa nuovamente spostare il problema su un piano religioso. Significa dare dignità e forma ad uno stato che non esiste, che non è ascrivibile entro confini geografici, di cui nessuno fa parte se non i terroristi. Ed eccolo il trappolone: suddividere la popolazione tra chi ha il dovere morale (pensanpo’) di dissociarsi e chi si sente in dovere di pretenderlo.

Il razzismo, l’islamfobia non fa altro che acuire l’odio che da parte a parte del mondo si respira dopo gli attentati terroristici a Parigi e gioca tutto a favore dello stato islamico.A noi spetta dunque il compito di scegliere che strada intraprendere, se quella di inutili battaglie di principio che vogliono mettere all’angolo un miliardo e mezzo di cittadini o metterci affianco a questa mole infinita di gente per rendere evidente la differenza, questa si tra due gruppi ben distinti: gli esseri umani e i terroristi.

 

 

 

 

 

 

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