Non è una stagione per Grasse: quando il Body Shaming è giornalistico

Togliamoci ‘sto dente, il termine Body Shaming viene utilizzato per criticare ma in maniera denigratoria qualcuno per la sua forma fisica, sia questa troppo magra o troppo grassa, peggio ancora se non allineata al concetto di bellezza da copertina (o quasi).

Le “vittime” di questa usanza avvilente che viene perpetuata fin dall’origine dei tempi, sono soprattutto donne colpevoli di avere la taglia sbagliata.

Dogmatica premessa a parte, passiamo ai fatti; nei giorni scorsi due riviste famose per trattare anche tematiche molto impegnate scivolano e in maniera anche piuttosto violenta, sulla viscida buccia del Body Shaming facendosi portavoce di un non meglio specificato parterre di indignatissimi fashion addicted davvero stufi di vedere ragazze in carne sfoggiare, alla faccia loro, freschissimi shorts manco fossimo in piena estate.

Il primo è stato il Blog di Io Donna, che per mano di una spassosissima Paola Caruso scrive a proposito dell’attrice diciottenne Chloë Grace Moretz, rea di indossare un bel paio di shorts molto corti. La giornalista scrive testuale  “Peccato che non sia così magra da poterli indossare con disinvoltura” e si spinge oltre quando arriva ad ipotizzare anche una mezza causa a tale vergognosa offesa al buon gusto: Il caldo che dà alla testa. Secondo la Caruso non sarebbe il caldo avvertito sulla nostra pelle  a portare una donna a vestire meno ma il caldo molesto che ti manda in pappa le sinapsi.

chloe moretz

Altro folgorante esempio di giornalistico Body Shaming lo possiamo trovare su Vanity fair.it nell’articolo fresco fresco di Carlotta Quadri che titola “Perché usi gli shorts se sembri uscita da un quadro di Botero?”. L’assenza del tatto a livello scolastico insomma.

Se avessi dovuto dare fiato alla versione spontanea della mia ilarità, avrei trovato una risposta azzeccatissima e forse un po’scema, alla domanda invece del tutto scema della Quadri, ma sarebbe stato troppo bello e troppo facile, lasciate invece che io infierisca ancora un po’.

Nel caso di Carlotta Quadri dicevamo, ho tentato di piazzaci una pezza fino all’ultimo  giacché la giornalista mi ha sempre convinta. Tuttavia davanti all’aberrante difficoltà di quest’ultima di non riuscire a trovare una motivazione valida a questa intollerabile mancanza di gusto se non il dubbio che “non vi siano specchi in casa di queste “shorts compulsive” ho accantonato ogni speranza di trovarne una (di pezza) che non abbia la stessa misura degli shorts che la Quadri condanna tanto. Ricapitoliamo, se per Paola Caruso la colpa era di una botta di sole bella forte, per Carlotta Quadri va ricercata  invece nella totale mancanza di specchi in casa. In entrambi i casi il fatto che una donna possa piacersi in shorts e abbia liberamente e coscientemente scelto di indossarli nonostante non abbia la taglia della Rodriguez, è assolutamente fuori discussione.

E vorrei tralasciare il dettaglio che a sbandierare goffamente queste offese da quattro soldi, siano donne, un pubblico ludibrio tutto al femminile che e a confronto, le critiche al vetriolo  di Carla Gozzi sembrano amorevoli consigli materni.

Mettiamo dunque le cose in chiaro e una volta e per tutte, nessuno e men che meno seguitissime firme giornalistiche possono permettersi il lusso di dettare le linee guida per sfuggire alle beffe della comunità, ad una derisione pubblica. In un futuro perfetto dovrebbe andare di moda il menefreghismo più assoluto nei confronti delle altrui taglie, degli altrui gusti, delle altrui cosce.

Dovrebbe farci riflettere a questo punto tutto il clamore intorno al fenomeno Curvy e chiederci se non sia forse un modo “finto-moralizzatore” di lucrare sull’ennesima divisione (categoricamente tutta al femminile) tra magre e grasse alla faccia di quelle donne che non hanno bisogno di seguire l’account Instagram di Ashley Graham per sentirsi bene con addosso un bikini.

Il Body Shaming è dunque questo, l’articolo sbagliato di una narrazione perversa della società basata in maniera malata sull’osservanza di regole non dette riguardanti esclusivamente l’aspetto fisico.

Non ci basta che le persone stiano bene con se stesse ma che stiano bene per gli altri.

Insistere nel voler discutere le libere scelte di una donna, altro non è se non un refuso misogino del passato, altroché educare al buon gusto. Da che mondo e mondo non è mai stata la taglia di una donna quella condizione necessaria  affinché si possa parlare di classe o di eleganza. Il buon gusto al quale piuttosto dovremmo tendere è quello del rispetto e delle parole gentili e se proprio non riuscite a farne buon uso, ricordatevi che su ciò di cui non si può parlare è bene tacere. Il buongusto, quello vero, lo imparerete poi.

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