Non è una stagione per Grasse: quando il Body Shaming è giornalistico

Togliamoci ‘sto dente, il termine Body Shaming viene utilizzato per criticare ma in maniera denigratoria qualcuno per la sua forma fisica, sia questa troppo magra o troppo grassa, peggio ancora se non allineata al concetto di bellezza da copertina (o quasi).

Le “vittime” di questa usanza avvilente che viene perpetuata fin dall’origine dei tempi, sono soprattutto donne colpevoli di avere la taglia sbagliata.

Dogmatica premessa a parte, passiamo ai fatti; nei giorni scorsi due riviste famose per trattare anche tematiche molto impegnate scivolano e in maniera anche piuttosto violenta, sulla viscida buccia del Body Shaming facendosi portavoce di un non meglio specificato parterre di indignatissimi fashion addicted davvero stufi di vedere ragazze in carne sfoggiare, alla faccia loro, freschissimi shorts manco fossimo in piena estate.

Il primo è stato il Blog di Io Donna, che per mano di una spassosissima Paola Caruso scrive a proposito dell’attrice diciottenne Chloë Grace Moretz, rea di indossare un bel paio di shorts molto corti. La giornalista scrive testuale  “Peccato che non sia così magra da poterli indossare con disinvoltura” e si spinge oltre quando arriva ad ipotizzare anche una mezza causa a tale vergognosa offesa al buon gusto: Il caldo che dà alla testa. Secondo la Caruso non sarebbe il caldo avvertito sulla nostra pelle  a portare una donna a vestire meno ma il caldo molesto che ti manda in pappa le sinapsi.

chloe moretz

Altro folgorante esempio di giornalistico Body Shaming lo possiamo trovare su Vanity fair.it nell’articolo fresco fresco di Carlotta Quadri che titola “Perché usi gli shorts se sembri uscita da un quadro di Botero?”. L’assenza del tatto a livello scolastico insomma.

Se avessi dovuto dare fiato alla versione spontanea della mia ilarità, avrei trovato una risposta azzeccatissima e forse un po’scema, alla domanda invece del tutto scema della Quadri, ma sarebbe stato troppo bello e troppo facile, lasciate invece che io infierisca ancora un po’.

Nel caso di Carlotta Quadri dicevamo, ho tentato di piazzaci una pezza fino all’ultimo  giacché la giornalista mi ha sempre convinta. Tuttavia davanti all’aberrante difficoltà di quest’ultima di non riuscire a trovare una motivazione valida a questa intollerabile mancanza di gusto se non il dubbio che “non vi siano specchi in casa di queste “shorts compulsive” ho accantonato ogni speranza di trovarne una (di pezza) che non abbia la stessa misura degli shorts che la Quadri condanna tanto. Ricapitoliamo, se per Paola Caruso la colpa era di una botta di sole bella forte, per Carlotta Quadri va ricercata  invece nella totale mancanza di specchi in casa. In entrambi i casi il fatto che una donna possa piacersi in shorts e abbia liberamente e coscientemente scelto di indossarli nonostante non abbia la taglia della Rodriguez, è assolutamente fuori discussione.

E vorrei tralasciare il dettaglio che a sbandierare goffamente queste offese da quattro soldi, siano donne, un pubblico ludibrio tutto al femminile che e a confronto, le critiche al vetriolo  di Carla Gozzi sembrano amorevoli consigli materni.

Mettiamo dunque le cose in chiaro e una volta e per tutte, nessuno e men che meno seguitissime firme giornalistiche possono permettersi il lusso di dettare le linee guida per sfuggire alle beffe della comunità, ad una derisione pubblica. In un futuro perfetto dovrebbe andare di moda il menefreghismo più assoluto nei confronti delle altrui taglie, degli altrui gusti, delle altrui cosce.

Dovrebbe farci riflettere a questo punto tutto il clamore intorno al fenomeno Curvy e chiederci se non sia forse un modo “finto-moralizzatore” di lucrare sull’ennesima divisione (categoricamente tutta al femminile) tra magre e grasse alla faccia di quelle donne che non hanno bisogno di seguire l’account Instagram di Ashley Graham per sentirsi bene con addosso un bikini.

Il Body Shaming è dunque questo, l’articolo sbagliato di una narrazione perversa della società basata in maniera malata sull’osservanza di regole non dette riguardanti esclusivamente l’aspetto fisico.

Non ci basta che le persone stiano bene con se stesse ma che stiano bene per gli altri.

Insistere nel voler discutere le libere scelte di una donna, altro non è se non un refuso misogino del passato, altroché educare al buon gusto. Da che mondo e mondo non è mai stata la taglia di una donna quella condizione necessaria  affinché si possa parlare di classe o di eleganza. Il buon gusto al quale piuttosto dovremmo tendere è quello del rispetto e delle parole gentili e se proprio non riuscite a farne buon uso, ricordatevi che su ciò di cui non si può parlare è bene tacere. Il buongusto, quello vero, lo imparerete poi.

Lezioni di grammatica eroicomiche de Il Prof: se dici pultroppo e non sei asiatico c’è un problema

Scritto da: Il Prof

Non ci potevo credere finché non me lo sono trovato piazzato di fronte. Fiero, prepotente sicuro e sfacciato, un pultroppo mi aveva sputato in un occhio.

Ok, tecnicamente una parola non ha il potere di espellere con forza dalla bocca un getto di saliva, la mia, ca va sans dire è un’allegoria che tuttavia rende molto bene l’idea di qualcosa che irrompe improvvisa e che nel contempo ti provoca fastidio senza darti modo di elaborare un ragionamento in grado di giustificarlo. Lo sputo questo fa e lo si disprezza, si respinge con sdegno ostentato esattamente come un pultroppo.

E’ andata pressappoco in questo modo: la figlia di un’amica, che se non ricordo male ha appena terminato gli studi accademici in ingegneria biomedica, avrebbe dovuto partecipare alla presentazione del libro di un mio collega per il quale avevo organizzato praticamente tutto finanche i rapporti con la stampa locale, la ragazza resasi evidentemente conto di non potervi partecipare a causa di impegni improrogabili, durante la telefonata tesa ad informarmi di ciò, mi disse calma e scanzonata:

<<Prof non potrò venire alla presentazione del libro pultroppo ho altri impegni>>

Quel pultroppo quindi altro non era se non un classico Hemachatus haemachatus -il serpente sputatore del Sudafrica- ben noto per la sua capacità di sputare veleno in situazioni di pericolo.

“Ma di quale pericolo parli?” vi chiederete, ebbene se non ci fossero persone in grado di provare un sincero terrore per la presentazione di un libro o per la sola idea di questa, non starei scrivendo di grammatica per adulti, non trovate?

Purtroppo è un avverbio il cui significato è: malauguratamente, sfortunatamente, sventuratamente.

Si scrive e si dice Purtroppo e nasce dall’annessione di due parole italiane “pure” e “troppo”, basterebbe quindi dare dignità a questo elementare ragionamento per avere la garanzia di non sbagliare: la parola pule in Italiano non esiste, sussiste altresì  pure, pertanto è corretto scrivere “purtroppo”.

Ricordatevi di impiegare questa parola con giudiziosa parsimonia ; purtroppo esprime un semplice dispiacere e il “mercato” della lingua Italiana offre valide alternative da utilizzare per rendere meglio l’idea di qualcosa che va oltre un banale rammarico.

Alla figlia della mia amica, nel correggerla del suo errore non le ho detto “purtroppo cara, capita di sbagliare” bensì “disgraziatamente cara, capita di sbagliare”.

“Disgraziatamente” specie in questi contesti, trovo sia una parola così sottovalutata…

 

Cordialità

Il Prof

In copertina “La camera d’ascolto” o “La chambre d’écoute”( 1958, olio su tela, 38×46 cm) di R. Magritte “L’amore dell’ignoto equivale all’amore della banalità: conoscere e pervenire a una conoscenza banale; agire è cercare la banalità dei sentimenti e delle sensazioni. Nessuna associazione di cose rivela mai che cosa possa riunire tali cose diverse: nessuna cosa rivela mai che cosa può farla apparire allo spirito. La banalità comune a tutte le cose è il mistero.”

A Colonia si è consumato un attentato sessista altro che molestie

Vi darò un fatto che dovrete utilizzare come effetto e di cui dovrete associare una possibile causa:

“Centinaia di ragazze vengono molestate da circa 1000 tra clandestini e richiedenti asilo durante i festeggiamenti nella notte di capodanno”

Secondo quanto asseriscono certi mezzi di informazione la quasi totalità dell’opinione pubblica in merito a questo si divide tra chi attribuisce la causa alla tipica libido fuori controllo del maschio alfa e chi invece alla religione dei molestatori.

E’ totalmente fuori discussione inserire nel ragionamento qualsiasi altro dato che consentirebbe di renderlo meno approssimativo e quindi più funzionale alla soluzione, totalmente. Sarebbe come camminare su un filo sospeso carichi di BLA e basterebbe un semplice BLA al di fuori dai BLA BLA generali per farci collassare a terra dalla parte dei cosiddetti buonisti o tra gli intolleranti.

E’ assolutamente esclusa l’esistenza di altre categorie di opinioni, eppure non posso trattenermi dalla voglia di dire due cosette a tutti coloro che in risposta alle violenze avvenute a Colonia rispondono con improbabili argomentazioni che sviliscono il problema chè tanto la cosa riguarda tutti, tutte e in tutto il mondo. Come dire: anche noi in Italia ne sappiamo qualcosa giusto?

Attenzione nessuno ci vieta di sederci comodi su un morbido sogno al profumo di vaniglia nel quale l’unico attentato esistente è quello alla linea durante le festività natalizie, peccato solo che questo non avrà il potere di trasformarsi in realtà. Non so neppure così certa che la diffusa sottovalutazione di quanto accaduto a Colonia sia dovuta ad ottimismo estremo o ad un’intenzionale voglia di distorcere la realtà. Non ho capito bene se ci sono o se ci fanno in pratica.

Dalle palpeggiate furtive sulla metro a quegli sguardi che sanno essere da soli più invadenti di una pacca sul sedere, conosciamo tutte quella sgradevole sensazione spesso imbarazzante e molte volte spaventosa di essere l’oggetto di attenzioni sessuali sgradite. Una molestia è tale perché irrompe improvvisa senza rispetto nella nostra vita e tenta di invadere la nostra sfera più intima senza chiedere il permesso. Un molestatore è l’autorevole avvocato o il poveretto che vende accendini in stazione, protagonisti consapevoli entrambi di storie di ordinaria violenza sessuale.

A Colonia il 31 Dicembre scorso tuttavia non si è trattato di violenza ordinaria ma si è consumata un’aggressione organizzata; quattrocento sono state le denunce che la polizia tedesca ha raccolto fino ad ora e si pensa che possano aumentare ancora.Erano più di mille gli aggressori che la notte di S.Silvestro hanno pesantemente palpeggiato centinaia di Donne nonché aggredite con violenza. Le aggressioni sarebbero avvenute con questa dinamica: gruppi di cinque o sei uomini che circondavano di volta in volta una sola vittima, palpeggiandola e derubandola. Il capo della polizia Wolfgang Albers, ha sempre parlato di “una dimensione di reato completamente nuova”. Nonostante ciò in Italia si leggono titoli terrificanti che ci parlano del desiderio di libertà di quegli uomini sradicati dalla loro terra. Roba da pazzi come a voler togliere il titolo di vittime alle donne per regalarlo ai molestatori e su un vassoio d’argento pure.C’è nulla di più paradossale?

Il territorio di provenienza di un molestatore non può rappresentare un’attenuante se appartenente al cosiddetto terzo mondo. Non è lecito e in alcun modo tentare di addurre giustificazioni attraverso saggi inviti al mea culpa. Non dico che in Europa il sessismo sia ormai un lontano miraggio, infatti violenze domestiche, donne uccise, molestie in strada e tutto ciò che rappresenta il contrasto alla libertà sessuale e sull’ aborto sono problemi purtroppo attuali. Tuttavia non c’è alcun nesso tra l’incontrollata e barbarica deriva testosteronica di ogni angolo del mondo e la Gan Bang di Colonia. A dirlo, tra gli altri è il capo del Bundeskriminalamt (l’anticrimine federale), Holger Muench, al Rbb Inforadio dichiara “È chiaro che gli aggressori sono arrivati da più regioni, a Colonia come in altre città. Normalmente una cosa del genere viene organizzata e noi riteniamo sia stata organizzata”.

Le uniche vittime a Colonia sono state le donne che in quel momento altro non erano che corpi disponibili, nei confronti dei quali più di mille, tra richiedenti asilo e clandestini provenienti dai territori Siriani, non hanno creduto di offrire il benché minimo rispetto. Questo è un fatto e le fantasiose ricostruzioni di chi è caduto sul pianeta terra l’altro ieri non dovrebbero influenzare la nostra opinione. Quando si afferma che il dramma del patriarcato e del maschilismo diffusi nei paesi arabi e dentro la religione islamica è paragonabile a quello tutto interno alla cultura Europea non solo si mente senza alcuna vergogna ma si ridicolizza il dramma delle donne arabe che non lamentano una pacca sul sedere in autobus ( gesto orribile e grave) ma l’azzeramento della propria libertà in toto. Pertanto va detto che le migrazioni di massa portano anche a casa nostra questi elementi fondativi che talvolta si saldano con i nostri e ammetterlo senza vivere nel timore di fomentare l’islamofobia. Nessuno mette in discussione l’integrazione che è quel valore assoluto di un paese civile, democratico e accogliente ma si apra una discussione seria sugli elementi che in questa fase di unione devono essere accolti e su quelli da escludere categoricamente e non tollerati.Nessuno parli di civile convivenza altrimenti.Nessuno.

 

Pompeinrete.it: Due parole al web master del sito istituzionale di Pompei

Caro web master del sito istituzionale di Pompei,

Ci ho messo un po’ prima di decidere di buttare giù queste due righe, ma è da quando un’amica mi ha segnalato il nuovo sito della città partenopea che combatto contro la mia parte moderata che pretende dalla mia parte goliardica maggiore serietà perché diamine c’ho una certa età e una professione che mi impongono di essere una persona pacata.

Ma questa roba qua è irresistibile, non posso tacere e farla passare in sordina. Cioè l’ultima volta che un tizio si è permesso di contestualizzare un certo tipo di argomenti in ambito istituzionale è nato il partito di Forza Italia, dopodiché nessuno ha mai neppure pensato di eguagliare tale impresa. Capirai caro web master che ti tocca. Permettimi dunque di girarti la domanda che tutto il mondo vorrebbe porti: Ma come ti è venuto di utilizzare il colore bianco come sfondo per l’intero sito?

Voglio dire, da un dominio come pompeinrete.it una si aspetta altro, quasi teme di aprirlo per evitare che il pc venga invaso dallo spam più ignorante del web e poi quando si fa coraggio ecco che fa capolino la purezza del “bianco” e dei contenuti, sarebbe forse  stata più consona una certa coerenza? Certo mi sono chiesta se la tua scelta fosse da attribuire all’ultima mente pura e senza malizia d’età superiore ai sette anni sul piante terra, una sorta di Candy Candy de noantri, oppure se fossimo altresì davanti ad un genio ribelle. Io sono convinta che tu lo sia, un genio. Nessuno se non un genio avrebbe mai potuto utilizzare quei “colori” così esplosivi, voglio dire lo vediamo tutti quel “bianco” così “bianco” e da solo in grado ti sbatterti in faccia ( forse avrei potuto utilizzare un allegoria diversa) una messaggio così accessibile. Neppure l’ideatore del sito del Culatello Di Zibello sarebbe mai arrivato a tanto, eppure avrebbe potuto cedere anche lui alla tentazione; certo sia chiaro che il risultato sarebbe comunque impallidito di fronte alla tua immensa idea.Niente da dire del culatello sul “bianco” eh ma sul “bianco” di Pompei ci abbiamo costruito un mondo.

Ti prego a questo punto di dare forma alle mie curiosità, quelle che non mi fanno dormire la notte, che torturano la mia mente dal momento in cui mi sveglio a quando vado a dormire, da quando cioè ho saputo che il sito è stato presentato nientepopodimeno che nei locali della Chiesa della Madonna dell’Arco. Conosco bestemmie che a confronto sono uno ciao in francese.

Dimmi la verità caro web master, avete fatto il gioco della monetina per chi doveva presentare il sito non è così? Perché comprendo non fosse facile insomma, essere il primo a presentarlo al mondo davanti ai fotografi e ai giornalisti. Non fraintendermi io avrei pagato tutto l’oro del mondo per essere presente  proprio in prima fila nel momento in cui il malcapitato sul pulpito dell’altare è stato costretto a presentare quel… “bianco” ma immagino anche che non sia stato facile affatto. Riesco a vederla quasi la vergogna iniziale  sul suo viso specie quando il pubblico ha cominciato ad essere insistente: “cosa?” ”che dice?” “ voce” “ gridi non si sente” prima di abbandonarsi ad un secco…<< BIANCO! Ok è bianco, va bene? Ha lo sfondo Bianco ora per cortesia possiamo parlare dei contenuti ? >>

Ah caro web master del sito istituzionale di Pompei, tu non hai neppure idea di quanto materiale io avrei potuto accumulare quel giorno per ridere tutta una vita come so anche che si sta cercando di non dare troppo risonanza alla cosa per evitare di dare fiato alla bocca di chi vedrebbe malizia anche una forchetta (LoL). Mi dicono oltretutto che la volontà sia quella di modificare al più presto ciò che ha generato tutto questo imbarazzo e allora io voglio chiederti se possibile una cortesia; ti prego di invitarmi alla presentazione del nuovo sito, perché se tanto mi dà tanto non posso mancare ad uno delle rare occasioni pubbliche in cui la pezza è potenzialmente e di gran lunga più esilarante dei buco.

p.s. E mi prendono pure in giro quando dico che un accento può salvarci la vita

Cordialità

Lucia

Non solo Etruria:Se per assistere ad una rapina in banca un ladro non è più necessario

Etruria, Etruria, Etruria in queste ore non si parla d’altro che di Banca Etruria, giornali e politica si passano il testimone dell’opinione più brillante e soprattutto lungimirante mantenendo però l’argomento circoscritto alle quattro banche che sono state salvate dal decreto salva banche (per l’appunto) ed in particolar modo su banca Etruria, come se le altre siano tutte realtà virtuose e distanti anni luce da certi modus operandi. Vi risparmierò quindi il mio punto di vista sul decreto, mentre vorrei spostare quello di tutti voi su cosa in realtà sia diventato oggi l’istituto bancario e se possiamo definirlo ancora l’approdo fidato del risparmiatore tipo.

Per quanto mi riguarda ho smesso da tempo di temere l’avvento di un commando di ladri in filiale dal momento che la rapina tentano di rifilarmela direttamente alcuni impiegati di turno.

La mia storia con la banche comincia con l’iscrizione all’università, cambia con il mio trasferimento a Milano per poi assestarsi diciamo così, con il mio ritorno nelle terre salentine tre anni fa. Premetto che non sono proprio un grande risparmiatrice, non ho mai creduto indispensabile investire il mio minuto tesoretto (fa così ricco definirlo tale) preferendo immaginarlo buono buono sul mio conto corrente.

Con l’apertura del mio nuovo conto invece posso dire di aver provato la sgradevole sensazione di quando tuo marito ti chiede di accompagnarlo da Media World ché tanto “facciamo presto” e ti ritrovi a sopportare per più di un’ora le sue pedanti disquisizioni sull’ultimo modello di una sopravvalutata chiavetta wirelles.

Le telefonate quasi moleste da parte degli impiegati della mia ultima banca sono cominciate quasi subito; un giorno era indispensabile vendermi una polizza vita, la volta dopo una polizza casa, descrivevano come vitale l’apertura di una pensione integrativa, fino al giorno in cui non mi hanno proposto un finanziamento soloperleisenzabustapaga di ben 15.000,00 euro ad un tasso di interesse che avrebbe fatto impallidire il più arrivista usuraio faidate:

per lei un prodotto decisamente unico, un finanziamento di quindicimilaeuro da restituire in dieci an…

-non mi interessa…

-ma come, non deve fare i regali di natale?

– normalmente non spendo 15.000,00 euro in regali mi perdoni

-beh può acquistare una macchina, mi diceva che le serviva

-si vabbè, ma adesso non è il caso

-passi in filiale almeno, per parlarne

– a me rincresce, mi creda ma lavoro sempre

-anche in pausa pranzo?

-no in pausa mangio

-beh può fare un eccezione una volta

– (LOL)!

Sono sempre così insistenti nel loro disperato tentativo di appiopparti la fregatura di turno, non riesco neppure a immaginare come vengano motivati. Credo che in queste filiali lavorino i finalisti del concorso nazionale “Shark of the  year” o non si spiega. Mi hanno invitata decine di volte per discutere di una faccenda importantissima poi magicamente trasformatasi nell’ennesimo tentativo di vendermi qualcosa:

-Lucia, corra in filiale appena è possibile…

– oddio che succede?

– dobbiamo parlarle di una cosa importante

– ma mi anticipi qualcosa

-no così al telefono non posso

-vabbè possiamo fare settimana prossima?

– no troppo tardi, facciamo domani

-ma domani lavoro

-si fidi è importante ne va del suo futuro

-ma dai non è mica una questione di vita o di morte

-non ne sarei così sicura…

E come minimo corri da loro temendo gli scenari più apocalittici tipo che il tuo conto bancario abbia preso fuoco, o di essere vittima di un furto d’identità come in quel film angosciante di cui non ricordi neppure il nome dove la tipa alla fine resta senza una lira ( beh era un film datato) senza casa e senza famiglia, se sei un tipo  ottimista invece temi che anonymous ti abbia scambiato per un militante dell’Is e quindi ti abbia bloccato e prosciugato il conto e invece no << posso proporle un prodottino che potrà garantire l’università ai suoi figli?>> e solo grazie al naturale rilassamento dei tuoi neurotrasmettitori che riesci a liquidare educatamente la proposta con un pacato “non mi interessa” che date le circostanze, le sinapsi in corto e le coordinate cerebrali in tilt poteva essere sostituito tranquillamente da un sonoro “si fotta” (garantito a vita e in comode rate da piccoli “fottiti” mensili eh).

Ad una mia amica invece è andata decisamente peggio, avendo lei accettato di acquistare una polizza e sottoscritto il fantastico finanziamento di 15.000,00 euro soloperleisenzabustapaga oggi si ritrova con un debito di quasi ventimilaeuro poiché ha perso il lavoro esattamente l’anno successivo.

Ora la mia amica non aveva chissà quali strumenti di valutazione per riconoscere la truffa che si celava dietro quelle continue chiamate (neppure io, i miei sono la diffidenza e la totale diffidenza). L’affezionata malcapitata si era fidata di quella dolce impiegata dagli occhi grandi, dei suoi cento “ fidati di me”; “se non ce la fai modifichiamo gli accordi” e balle di questa entità. La mia amica aveva un contratto a progetto che superava da poco i milletrecento euro al mese per cui nessuno istituto bancario serio avrebbe mai dovuto proporle dei prodotti che le avrebbero prosciugato quasi quattrocento euro mensili  a quelle condizioni.

Certo l’indegna interpretazione della regola del “non si ammette ignoranza” la conosciamo tutti, ma esiste una regola etica che vuole che una banca sia in grado di prendersi cura dei propri clienti per offrire a questi servizi in grado di tutelarli non di approfittare dei loro presunti deficit di conoscenza per saziare gli obbiettivi mensili di vendita di pacchetti più dannosi che utili.

Ho dovuto accettare lo status di pessimo cliente per la mia banca, con conseguente trattamento di serie B ogni qualvolta mi reco presso l’istituto con richieste che vogliono soddisfare le mie e solo mie esigenze senza dover necessariamente piegarmi ad un compromesso che preveda un assurdo 50 e 50.

Per fortuna è da almeno un anno che non sono più costretta a sopportare quelle sgradevoli chiamate per chiedermi di sottoscrivere strumenti finanziari scadenti ogni volta che ricevo un accredito. Nonostante ciò ho deciso di cambiare banca entro i primi mesi del prossimo anno e ne pretenderò una che mi garantirà tutti i servizi gratuiti ( bancomat, carte di credito ecc…) che mi consiglierà esclusivamente strumenti finanziari realmente convenienti e non fondi e polizze vita.

Riconosco che probabilmente la ricerca si concluderà con un gigantesco buco nell’acqua perché comunque vogliamo indorarla la pillola sempre amara rimane. Oggi la crisi delle banche è tangibile, posso però guardare all’affaire Etruria & Co. Paradossalmente come ad un’opportunità, l’unica attualmente che possa aprire la strada ad una verifica certosina sul modus operandi di ogni singolo istituto bancario perché a fronte dell’obbligo di possedere un conto corrente dovremmo pretendere che si vigili davvero sulla serietà delle banche , affinché tornino ad accoglierli i nostri risparmi e non a venderci come oro colato, i milleeuno modi più bizzarri e veloci per farceli sparire.

 

 

 

 

Lezioni di grammatica eroicomiche de Il Prof: essere o non essere, “E’” questo il problema

Scritto da Il Prof.

Qualcuno crede, sbagliando, che ci sia una certa connivenza tra le piattaforme social e ciò che comunemente viene definito “strafalcione grammaticale”. Molto modestamente credo che i secondi siano attribuibili invece ad un dannoso prolungato digiuno da studio e che ci piaccia invece pensare che siano le nuove piattaforme di comunicazione virtuale a generare questo che è un vero e proprio impigrimento intellettuale.

Per affrontare il tema che andremo più in là ad approfondire, comincerò con il raccontare la storia di una mail terrificante che col tempo è diventata un chiaro esempio di una certa degenerazione linguistica. Premetto che durante gli ultimi anni dell’università ero uno dei più fedeli assistenti del professore di storia contemporanea, capitava sovente quindi, di sostituire quest’ultimo quando si trattava di rispondere alle mail degli studenti. Quel giungo del 2001 non fece eccezione, dalla cartella posta in arrivo saltò fuori vomitando tutta la sua superba ignoranza la bestemmia grammaticale che riporto di seguito:

“Caro Prof.

non sarà possibile per me assistere alle lezioni obbligatorie il giorno 22 e il 23 marzo, e possibile invece recuperare la settimana successiva è poter fare l’esame a Maggio?”

Osservai per più di qualche attimo il bestemmione, non capivo se quella violenta locuzione fosse frutto di dolo o di colpa, se fosse cioè conseguente ad un errore di digitazione o di una spregiudicata e sproporzionata sicurezza dei propri strumenti grammaticali. Decisi quindi di dare al ragazzo un’altra possibilità certo che il professore non avrebbe avuto nulla da ridire sulla mia iniziativa:

“Non risponderò alle sue domande, se prima non correggerà gli errori presenti in questa mail e darmi così la possibilità di comprendere il contenuto della sua domanda”

La sua risposta arrivò puntuale dopo pochi minuti e mi tolse ogni dubbio:

“Scusi Prof, il 22 e il 23 marzo non potrò assistere alle lezioni obbligatorie, posso recuperare settimana successiva è poter affrontare l’esame a Maggio per favore?”

Non potevo crederci, lo studente aveva creduto che gli errori per i quali sollecitavo una correzione fossero attribuibili ad una penuria di cortesia e a niente altro e quel per favore mi rimase così indigesto che le falangi minacciarono una giornata di protesta se solo mi fossi permesso di proseguire quella conversazione. Tuttavia non sarei qui a improvvisarmi linguista se il caso dello studente fosse stata una triste parentesi in un insieme di straordinaria ricchezza lessicale. Di brutture grammaticali ne ho viste con i miei occhi e a ben donde alcune perfino frutto delle sapienti ispirazioni di autorevoli personaggi pubblici.

Che si scriva di più sui social che su carta è un fatto, ma la grammatica non è un bizzarro essere incorporeo che svanisce a seconda della presunta autorevolezza del vettore << Tanto è scritto su facebook>> come se virtuali lo fossero anche i vostri lettori. La conoscenza e la diffusione della grammatica italiana -ovunque-nulla di meno è se non un bisogno igienico, come il bere o il lavarsi.

Sarà dunque questo il tema di questa modesta e prima lezione di italiano per principianti, la differenza tra E’ ( verbo) ed E (congiunzione).

“Essere o non essere” era l’amletico quesito sull’esistenza umana che sono certo, se fosse stato riferito al dubbio tra verbo e congiunzione sarebbe arrivato perfino a risvegliare dall’abbraccio della morte il teschio di Yorick solo per non perdere l’occasione di accecare l’occhio di Otello con un secco e meritato sputo. Non è un caso se durante le scuole dell’obbligo questa elementare differenza venga studiata durante i primi anni e superato lo scoglio iniziale della memorizzazione delle tabelline. Mente scrivo mi torna in mente un simpatico video di un cagnolino che dimostrava una particolare propensione per la risoluzione delle operazioni matematiche elementari e nella fattispecie delle addizioni, ebbene sappiate che possiamo tranquillamente affermare che la differenza tra E’ verbo ed E congiunzione potrebbe essere il corrispettivo linguistico delle addizioni matematiche. Viene dunque da concluderne che se perfino un cane è riuscito nell’intento possiamo con moderato ottimismo pensare che possano riuscirci tutti quanti.

Cominciamo con il dire che E’ è il verbo ESSERE che intende “spiegarci” qualcosa, E al contrario non ci vuole spiegare proprio nulla, a lui va il glorioso compito di “unire”.

“Maria è carina; la cucina è sporca; mia moglie è incinta” utilizzano la E’ perché vogliono spiegarci le caratteristiche di Maria, della cucina e della moglie. Se non riuscite ancora a utilizzarlo a dovere, quando il dubbio vi mangerà il cervello pensate se nella frase ha un senso la locuzione “può essere” se ce l’ha allora è la E’ Verbo quella da utilizzare. E’ semplicissimo, osserva: “Maria può essere carina”, ci sta bene, sarà di sicuro un verbo, ergo tra E’ ed E non avrai alcun dubbio a scegliere la prima .

Quanto leggiamo frasi nelle quali la E ha lo scopo di unire invece, osserveremo esempi del genere: “Maria e Simona sono carine”; “tizio e caio sono amici”; “la volpe e l’uva” e via discorrendo. Notate la differenza con l’insieme delle frasi precedente? Se provassimo ad inserire ad esempio, tra Maria e Simona la E’ verbo utilizzando il trucchetto “può essere” avremmo questo risultato: “Maria può essere Simona sono carine” Non ha alcun senso non trovate? Nemmeno il più ottimista dei possibilisti ne troverebbe; Maria e Simona non sono la stessa persona, per cui Maria non è Simona e se Maria non è Simona va da se che la E in quel caso intende unire i due nomi e quindi stavolta utilizzeremo madame la E.

Impadronendovi di queste piccole regole, sarete tutti dei piccoli Eracle e perciò in grado di uccidere con una freccia (lo studio) l’aquila (l’ignoranza) che tormenta il fegato (di chi vi legge) di Prometeo (la grammatica).

Se invece ritenete che la parte dell’aquila mangiafegato vi si addica e che una conoscenza corretta della grammatica non rappresenti un’urgenza perché siete ormai adulti, avete una famiglia e un lavoro ecc..lasciate che io vi ispiri qualche domanda che dovreste porvi:

Perché nessuno mi ritiene un interlocutore acculturato? Perché i miei figli non mi chiedono aiuto per i compiti? Perché quella ragazza carina non risponde ai miei messaggi? Perché sono iscritto all’università da due anni e ancora non ho passato un esame?

Sono convinto che l’unica risposta in grado di soddisfarle tutte sia: Perché non sai scrivere in Italiano!

 

Cordialità

Il Prof.

 

 

 

 

Arabia Saudita: Le donne al voto per la prima volta nella storia (se gli uomini lo vorranno però)

In occasione delle elezioni municipali e per la prima volta nella storia, in Arabia Saudita potranno votare e candidarsi anche le donne. Tra parentesi, a nessun cittadino è ancora permesso di votare per il governo nazionale, perché l’Arabia Saudita resta una delle più granitiche realtà dittatoriali sul pianeta terra nonostante l’assurda nomina dell’ambasciatore saudita Faisal bin Hassan Thad, chiamato a presiedere il comitato consultivo del Consiglio Onu dei diritti umani. Nulla di strano se vivessimo nel mondo fantastico di Assurdia (inventato da me è una sorta di appendice degenere del mondo di Fantasia dal più famoso film “la storia infinita”) tuttavia il fatto che sia accaduto nella realtà, fa slittare di diritto Assurdia nel nutrito gruppo dei mondi più credibili del nostro.Chiusa parentesi.

Sul diritto di voto alle donne saudite mi piacerebbe davvero parlare di svolta storica tutta intesa a dare loro quella sudata legittimità che meritano ma non è proprio così anzi paradossalmente la pezza, in questo caso, è di gran lunga peggiore del buco.
Ricordiamo che l’Arabia Saudita è il paese più esteso della penisola arabica e l’assetto governativo da cui è retta farebbe impallidire “l’innocuo” nepotismo occidentale giacché è tutto e per tutto in mano alla famiglia al-Saud dal 1932. Il re era il fratello di, che a sua volta era il figlio di e che verosimilmente sarà il padre di. Famiglia questa, obbligata tuttavia a dividere il potere con il clero autoctono famoso per predicare un Islam piuttosto severo che lascia ben poco alla tolleranza e che nei confronti delle cittadine diventa addirittura tirannico.

L’Arabia Saudita non vuole bene alle sue donne che sono sottomesse all’uomo per legge. Il libero arbitrio di una donna è subordinato a quello del marito, dal padre e del fratello. Illuminante in tal senso, un antico proverbio saudita <<Una ragazza non possiede altro che il suo velo e la sua tomba>> ancora troppo attuale.

Non è un semplice voler pensare male questa cosa del voto alle donne saudita giacché così come è regolamentato altro non è, se non l’ennesima trovata -semmai ce ne fosse ancora bisogno- per denigrarle agli occhi del mondo intero.

E’ vero, sta accadendo qualcosa prima d’ora inimmaginabile, ma permettetemi di definire quantomeno controversi i modi e i termini attraverso i quali ciò avverrà e che fanno apparire il tutto un po’ ambiguo e ancora troppo lontano dal concetto di civiltà.

Innanzitutto per le candidate donna non è stato affatto facile fare campagna elettorale. A queste è stato proibito per legge di fare comizi pubblici alla presenza di uomini tant’è vero che a parlare al posto loro sono stati chiamati sostituti maschili.

Su Saudi Gazette, uno dei pochissimi giornali scritti in lingua inglese si legge:

<<Le donne possono nominare degli uomini per parlare agli elettori al loro posto. Questi rappresentanti guarderanno gli elettori e diranno loro: la nostra candidata vi dice “buongiorno” e promette di fare questo e quello per la città>>

In soldoni le donne saranno si, coinvolte nelle elezioni ma sarà vietato loro di parlare. Candidate dunque, ma solo di nome. Dice “Potranno comunque scegliere i loro rappresentanti” e invece la mazzata si presenta anche qui. Per partecipare al voto come elettore, è necessario un documento di identità valido e per ottenerlo sarà indispensabile il permesso del familiare maschile più prossimo. Senza contare che essendo ancora in auge il divieto per le donne di guidare automobili e più in generale essendo obbligate a rispettare severi regolamenti sulla libera circolazione è plausibile pensare che non sarà garantita una massiccia presenza femminile alle urne. Dovranno chiedere il permesso per uscire di casa, dovranno essere accompagnate, dovranno attendere che sia un uomo a concedere loro di esprimere una preferenza.

Non è libertà di scelta questa, non è libertà di voto questa, questa è una passata di intonaco fresco su una parete fatiscente nulla di più.

Appaiono perciò di cattivissimo gusto e oltremodo discutibili i titoloni dei giornali occidentali che riportano come una delle più grandi vittorie del secolo la concessione del voto alla donne in Arabia Saudita. Se vittoria abbiamo deciso di definirla allora io non la accetto, i subdoli mezzi per la denigrazione femminile sotto mentite spoglie di diritti non sono una vittoria, rappresentano una sconfitta. Libertà e diritti sono imprescindibili, e non esiste al mondo che si possa barattare la prima per ottenere la brutta copia dei secondi, specie se si parla di donne, specie se alcuni paesi che rifuggono da questa ovvietà sono amici “nostri” e pure da 80 anni.

Zitella…Ops: Uno spettro dal passato

Di: Ilaria Le

Ormai vicina, ma ancora a distanza di sicurezza, dagli anta, ufficialmente single e senza prole, superate con scioltezza le domande di rito e le relative risposte sbigottite:

Non sei sposata!? E non hai figli?!”,

Affrontata la fase dello sguardo incuriosito e diffidente del

cosa avrà che non va…ha studiato, ha un lavoro, non è un cesso … ,

catalogata nella classificazione

specie strana”,

Pensavo di essere scivolata nella zona di indifferenza del paesano medio e di poter lavorare serenamente… per quanto consapevole che la mia prontezza e le mie risposte brusche siano sempre e necessariamente attribuite allo status single. Sempre e solo!

Voi anche lo pensate… eppure non è così: Sbagliate, sbagliamo!

Ecco…la rivelazione, direi messianica; la ebbi di fronte al pronunciamento di una innocua parola e alle reazioni di shock e di imbarazzo che seguirono.Una parola per smascherare la misera realtà…una parola arcaica, uno spettro che torna dal passato… tataààà: ZitellA.

Una parola pronunciata in mia presenza e via: scuse a catena … “Scusa di che??? Non ho capito”… Incredula di fronte a cotanta rivelazione, mi barcamenavo nelle infauste tenebre mentali.

Cioè, vi è mai capitato di raccontare un aneddoto e pronunciare il termine calvo davanti ad una persona stempiata?…certo che è capitato, ma vi è mai venuto in mente di chiedere scusa??? NO certamente …

Ed invece questo accadde con la parola ZitellA davanti alla ZitellA …  Vi guardate allo specchio e non vi convincete, bhe neanche io.  Pensate che non vi machi niente, avete i pezzi a posto (controllate!): ebbene lo pensate solo voi. Chiunque tu sia e qualunque cosa faccia, resterai ZitellA e giammai single….

Ilaria

 

 

 

Presepe si presepe no, il paradosso dell’integralismo laico

Ho sempre trovato nei dettagli piuttosto insignificanti il pretesto per i miei infiniti viaggi mentali, ho passato cinque anni di scuola elementare a farmene di diversi a causa di alcuni personaggi del presepe che faceva bella mostra di sé nell’atrio della mia scuola, mi appassionava notare quanto poco fossero coerenti con la prospettiva; erano o troppo grandi o troppo piccoli, Baldassarre uno dei magi, viaggiava su un cammello senza una zampa e la coda, ma nessuno pareva volesse rimediare alla cosa, men che meno io.

<<Il presepe è solo  un simbolo>> sosteneva mia Madre e per me invece doveva essere anche bello. Negli anni ’90  tuttavia a nessuno sarebbe venuto in mente di proporre l’eliminazione del presepe e io invece quel presepe così brutto l’avrei eliminato eccome. Chissà se all’epoca qualcuno l’avrebbe cavalcata una battaglia contro i simboli religiosi pur di  non vedere più tale attacco al buon gusto pavoneggiarsi come una Pietà di Michelangelo qualsiasi. Di certo oggi lo difenderei quel presepe bruttissimo da certi integralisti laici che vogliono insegnare a noi cosa sia la laicità vera.

Lo difenderei dalle recenti proposte laiciste dell’Associazione nazionale dei sindaci Francesi (l’equivalente della nostra Anci) che ha formalizzato un vademecum per chiedere l’eliminazione dalla scena pubblica di ogni simbolo religioso, presepi compresi. Lo difenderei anche dai detrattori di casa nostra che in questi giorni hanno aperto una discussione piuttosto animata sul tema.

Uno dei luoghi comuni ampiamente diffuso in questa triste discussione non discussione verte tutto intorno al concetto per cui uno stato laico per dirsi tale dovrebbe eliminare dalla scena pubblica ogni traccia di religione. L’Italia tuttavia è uno stato Laico non uno stato Ateo. La laicità di norma dovrebbe essere l’organizzazione giuridica e politica della società che permette a ciascuno di vivere la propria fede in libertà.

Uno stato laico che intenda dirsi tale non si sognerebbe mai di vietare simboli religiosi per timore che questi possano offendere gli altrui credi, diversamente saremmo davanti ad uno dei più grandi paradossi culturali dei nostri tempi.

Laicità non è totalitarismo “O si fa come dico io o non si fa niente”, ma garantire a chiunque lo spazio per pregare e ci si aspetta che chiunque faccia parte di uno stato laico non si senta in alcun modo offeso dagli altrui simboli religiosi. Perché perdiamo il fiato a definire cosa sia laico, dimenticando di chiederci se laici possiamo dirci tutti quanti.

Chiunque sostenga che un simbolo religioso offenda gli altrui credi non è laico. Un cittadino laico è credente oppure no, ma se sente la sua persona minacciata dalla religione osservata da altri non fa che altro che confermare la regola di quel bue che dice cornuto all’asino, poiché segue le orme di quell’assolutismo clericale che intende imporre, limitare la libertà religiosa per far prevalere alcuni dogma oltre i quali non deve esserci nulla.

L’integralista cristiano ad esempio essendo contro l’aborto intende proibirlo a tutti, uno stato laico invece garantisce gli strumenti a chiunque lo volesse, di praticarlo sulla sua persona.

L’integralismo laico è contro i simboli religiosi nei luoghi pubblici ed intende proibirli a tutti, uno stato laico invece permette che la religione di ogni cittadino, qualunque essa sia, venga manifestata anche nei luoghi pubblici.

Sarebbe bene allora tornare a comprendere il significato di “bene pubblico” che per definizione garantisce l’assenza di rivalità e la non escludibilità nella sua fruizione. In pratica una volta che il bene pubblico esiste è impossibile impedirne la fruizione ad alcuni soggetti in favore di altri, così come è impossibile il consumo di un bene pubblico da parte di un individuo che impedisca ad altri di consumarlo nello stesso identico modo. Il bene pubblico permette ogni cosa a tutti. Un bene pubblico è libertà, costringere in uno spazio pubblico regole che denigrano simboli religiosi di fatto va contro il concetto di libertà.

E La denigrazione dei simboli religiosi di fatto sconfessa il principio di laicità non lo favorisce.

Signorina, a chi ?

Ci sono arrivata da poco ma da certe verità non puoi prescindere giunge il momento in cui ti trovi a faccia a faccia con loro e sai bene che la sfida che ti lanceranno sancirà una sconfitta solo tua, sono quel genere di verità che battono le carte e che avranno sempre l’ultima parola. Una di queste è tutta dentro il significato dell’appellativo di Signora che sentiamo come “appioppatoci” intorno ai 30 anni di età (anno più anno meno) che irrompe improvviso nella nostra vita come una tegola in testa e come se magicamente prendesse vita, si piazza di fronte a noi , ci schiaffeggia e ci dice franca e spavalda <<Si bella hai capito bene, stai invecchiando>>.

E questa tegola ha la forma dell’adolescente su un mezzo pubblico “Mi scusi Signora è occupato?” del salumiere “Signora altro?” del tipo in fila davanti a te alla cassa del supermercato “Signora vuole passare per prima?”.

Una tegola fetente, sulla quale nel momento successivo in cui pronuncia quel –SI-GNO-RA-, concentriamo tutte le nostre insicurezze, paure, incazzature: <<scusami ragazzino, quanti anni pensi che ci togliamo ?>> ; <<Ma con che faccia… lei potrebbe essermi padre >><< Signora a me? Ma come si permette si faccia la fila sua>> lo abbiamo pensato, lo abbiamo detto veramente, lo abbiamo perfino urlato, manifestato, sospirato ed è successo a tutte.

Questa cosa del Signora rispetta spesso un’escalation che prevede regole ben precise: prima viene il trauma, poi la paura di aver perso l’aspetto della ragazza spensierata a cui siamo tutte affezionate, ecco poi le rassicurazioni degli amici –ma dai dopo i 18 anni per gentilezza siete tutte signore-poi la presa di coscienza –eh ma a 20 anni nessuno mi ha mai chiamato signora- poi la rassegnazione e infine la scoperta della meravigliosa fortuna di esserlo davvero una Signora. Si! Ho scritto “fortuna” e spiegherò in breve perché ho voluto osare tanto (avevate capito che fin qui era una premessa no?).

Signore lo siamo sempre state c’è poco da fare, ma cosa ancora più importante Signora non è non più giovane, è altresì un dato di fatto, è ciò che sarebbe dovuto essere e che è sempre stato, siamo noi che ci guardiamo allo specchio e l’immagine che ci rimanda ci dice “complimenti sei una Donna” e tant’è. Signora è la migliore versione di noi stesse. E siamo Signore a 18 come a 100 anni.

Signora è quel romantico Madonna senza temere di incappare in paragoni audaci, che letteralmente è Signora mia antico appellativo con il quale si dimostrava rispetto nei confronti della Donna e lo splendido contributo di Giacomo da Lentini con la citazione <<Madonna, dir vi voglio como l’amor m’à priso>> basta e avanza per spiegarne la magia. Signora badate bene. Non signorina.

Termine, quel signorina che se proprio dobbiamo dirla tutta è desueto e perfino illegale, poiché decaduto per legge approvata in parlamento nel 1990, secondo questa le donne, al compimento del diciottesimo anno d’età sono tutte indistintamente Signore. Signorina è un termine quasi sessista, anzi lo è di certo. E’ una carogna che vuole sancire una divisione tra donne presumibilmente single e donne verosimilmente impegnate, squisitamente legata all’età. Rimanda le donne ad una loro supposta e diversa condizione sociale: quella di donne maritate (come si diceva un tempo, cioè appartenenti al marito)e di donne da maritare.

Attualmente è uno dei  più granitici refusi storici, un avanzo di un’epoca in cui le donne erano considerate così piccole da non poter far nulla senza il consenso del padre, del fratello e del fidanzato. Quante volte ci hanno rivolto l’odiosa domanda “Signora o signorina ?” per non apparire ne’ troppo indelicati ne’ troppo audaci. Ebbene ora sappiamo che sull’argomento non dovremmo avere più dubbi signorina anche basta, confonde le idee, ci costringe, ci svilisce anche.

Succede quando viene utilizzato come termine di confronto per rilevare caratteristiche fisiche o psichiche ritenute tipiche del sesso femminile: questo non è uno lavoro per signorine!

Capita quando sottende la probabilità che la nostra interlocutrice sia libera da impegni coniugali. Signorina è un posto libero a teatro, un tavolo sgombro al ristorante, una fila di poltrone al cinema.

Siamo Signore per la miseria. E riflettiamoci perché mentre ci disperiamo davanti  alla mazzata di un “Signora” o proviamo gratificazione grazie a quel signorina pensiamo che nessuno si sognerebbe mai di chiamare un uomo signorino. Un uomo di contro, è sempre signore, che sia sposato oppure no.