Lezioni di grammatica eroicomiche de Il Prof: se dici pultroppo e non sei asiatico c’è un problema

Scritto da: Il Prof

Non ci potevo credere finché non me lo sono trovato piazzato di fronte. Fiero, prepotente sicuro e sfacciato, un pultroppo mi aveva sputato in un occhio.

Ok, tecnicamente una parola non ha il potere di espellere con forza dalla bocca un getto di saliva, la mia, ca va sans dire è un’allegoria che tuttavia rende molto bene l’idea di qualcosa che irrompe improvvisa e che nel contempo ti provoca fastidio senza darti modo di elaborare un ragionamento in grado di giustificarlo. Lo sputo questo fa e lo si disprezza, si respinge con sdegno ostentato esattamente come un pultroppo.

E’ andata pressappoco in questo modo: la figlia di un’amica, che se non ricordo male ha appena terminato gli studi accademici in ingegneria biomedica, avrebbe dovuto partecipare alla presentazione del libro di un mio collega per il quale avevo organizzato praticamente tutto finanche i rapporti con la stampa locale, la ragazza resasi evidentemente conto di non potervi partecipare a causa di impegni improrogabili, durante la telefonata tesa ad informarmi di ciò, mi disse calma e scanzonata:

<<Prof non potrò venire alla presentazione del libro pultroppo ho altri impegni>>

Quel pultroppo quindi altro non era se non un classico Hemachatus haemachatus -il serpente sputatore del Sudafrica- ben noto per la sua capacità di sputare veleno in situazioni di pericolo.

“Ma di quale pericolo parli?” vi chiederete, ebbene se non ci fossero persone in grado di provare un sincero terrore per la presentazione di un libro o per la sola idea di questa, non starei scrivendo di grammatica per adulti, non trovate?

Purtroppo è un avverbio il cui significato è: malauguratamente, sfortunatamente, sventuratamente.

Si scrive e si dice Purtroppo e nasce dall’annessione di due parole italiane “pure” e “troppo”, basterebbe quindi dare dignità a questo elementare ragionamento per avere la garanzia di non sbagliare: la parola pule in Italiano non esiste, sussiste altresì  pure, pertanto è corretto scrivere “purtroppo”.

Ricordatevi di impiegare questa parola con giudiziosa parsimonia ; purtroppo esprime un semplice dispiacere e il “mercato” della lingua Italiana offre valide alternative da utilizzare per rendere meglio l’idea di qualcosa che va oltre un banale rammarico.

Alla figlia della mia amica, nel correggerla del suo errore non le ho detto “purtroppo cara, capita di sbagliare” bensì “disgraziatamente cara, capita di sbagliare”.

“Disgraziatamente” specie in questi contesti, trovo sia una parola così sottovalutata…

 

Cordialità

Il Prof

In copertina “La camera d’ascolto” o “La chambre d’écoute”( 1958, olio su tela, 38×46 cm) di R. Magritte “L’amore dell’ignoto equivale all’amore della banalità: conoscere e pervenire a una conoscenza banale; agire è cercare la banalità dei sentimenti e delle sensazioni. Nessuna associazione di cose rivela mai che cosa possa riunire tali cose diverse: nessuna cosa rivela mai che cosa può farla apparire allo spirito. La banalità comune a tutte le cose è il mistero.”

A Colonia si è consumato un attentato sessista altro che molestie

Vi darò un fatto che dovrete utilizzare come effetto e di cui dovrete associare una possibile causa:

“Centinaia di ragazze vengono molestate da circa 1000 tra clandestini e richiedenti asilo durante i festeggiamenti nella notte di capodanno”

Secondo quanto asseriscono certi mezzi di informazione la quasi totalità dell’opinione pubblica in merito a questo si divide tra chi attribuisce la causa alla tipica libido fuori controllo del maschio alfa e chi invece alla religione dei molestatori.

E’ totalmente fuori discussione inserire nel ragionamento qualsiasi altro dato che consentirebbe di renderlo meno approssimativo e quindi più funzionale alla soluzione, totalmente. Sarebbe come camminare su un filo sospeso carichi di BLA e basterebbe un semplice BLA al di fuori dai BLA BLA generali per farci collassare a terra dalla parte dei cosiddetti buonisti o tra gli intolleranti.

E’ assolutamente esclusa l’esistenza di altre categorie di opinioni, eppure non posso trattenermi dalla voglia di dire due cosette a tutti coloro che in risposta alle violenze avvenute a Colonia rispondono con improbabili argomentazioni che sviliscono il problema chè tanto la cosa riguarda tutti, tutte e in tutto il mondo. Come dire: anche noi in Italia ne sappiamo qualcosa giusto?

Attenzione nessuno ci vieta di sederci comodi su un morbido sogno al profumo di vaniglia nel quale l’unico attentato esistente è quello alla linea durante le festività natalizie, peccato solo che questo non avrà il potere di trasformarsi in realtà. Non so neppure così certa che la diffusa sottovalutazione di quanto accaduto a Colonia sia dovuta ad ottimismo estremo o ad un’intenzionale voglia di distorcere la realtà. Non ho capito bene se ci sono o se ci fanno in pratica.

Dalle palpeggiate furtive sulla metro a quegli sguardi che sanno essere da soli più invadenti di una pacca sul sedere, conosciamo tutte quella sgradevole sensazione spesso imbarazzante e molte volte spaventosa di essere l’oggetto di attenzioni sessuali sgradite. Una molestia è tale perché irrompe improvvisa senza rispetto nella nostra vita e tenta di invadere la nostra sfera più intima senza chiedere il permesso. Un molestatore è l’autorevole avvocato o il poveretto che vende accendini in stazione, protagonisti consapevoli entrambi di storie di ordinaria violenza sessuale.

A Colonia il 31 Dicembre scorso tuttavia non si è trattato di violenza ordinaria ma si è consumata un’aggressione organizzata; quattrocento sono state le denunce che la polizia tedesca ha raccolto fino ad ora e si pensa che possano aumentare ancora.Erano più di mille gli aggressori che la notte di S.Silvestro hanno pesantemente palpeggiato centinaia di Donne nonché aggredite con violenza. Le aggressioni sarebbero avvenute con questa dinamica: gruppi di cinque o sei uomini che circondavano di volta in volta una sola vittima, palpeggiandola e derubandola. Il capo della polizia Wolfgang Albers, ha sempre parlato di “una dimensione di reato completamente nuova”. Nonostante ciò in Italia si leggono titoli terrificanti che ci parlano del desiderio di libertà di quegli uomini sradicati dalla loro terra. Roba da pazzi come a voler togliere il titolo di vittime alle donne per regalarlo ai molestatori e su un vassoio d’argento pure.C’è nulla di più paradossale?

Il territorio di provenienza di un molestatore non può rappresentare un’attenuante se appartenente al cosiddetto terzo mondo. Non è lecito e in alcun modo tentare di addurre giustificazioni attraverso saggi inviti al mea culpa. Non dico che in Europa il sessismo sia ormai un lontano miraggio, infatti violenze domestiche, donne uccise, molestie in strada e tutto ciò che rappresenta il contrasto alla libertà sessuale e sull’ aborto sono problemi purtroppo attuali. Tuttavia non c’è alcun nesso tra l’incontrollata e barbarica deriva testosteronica di ogni angolo del mondo e la Gan Bang di Colonia. A dirlo, tra gli altri è il capo del Bundeskriminalamt (l’anticrimine federale), Holger Muench, al Rbb Inforadio dichiara “È chiaro che gli aggressori sono arrivati da più regioni, a Colonia come in altre città. Normalmente una cosa del genere viene organizzata e noi riteniamo sia stata organizzata”.

Le uniche vittime a Colonia sono state le donne che in quel momento altro non erano che corpi disponibili, nei confronti dei quali più di mille, tra richiedenti asilo e clandestini provenienti dai territori Siriani, non hanno creduto di offrire il benché minimo rispetto. Questo è un fatto e le fantasiose ricostruzioni di chi è caduto sul pianeta terra l’altro ieri non dovrebbero influenzare la nostra opinione. Quando si afferma che il dramma del patriarcato e del maschilismo diffusi nei paesi arabi e dentro la religione islamica è paragonabile a quello tutto interno alla cultura Europea non solo si mente senza alcuna vergogna ma si ridicolizza il dramma delle donne arabe che non lamentano una pacca sul sedere in autobus ( gesto orribile e grave) ma l’azzeramento della propria libertà in toto. Pertanto va detto che le migrazioni di massa portano anche a casa nostra questi elementi fondativi che talvolta si saldano con i nostri e ammetterlo senza vivere nel timore di fomentare l’islamofobia. Nessuno mette in discussione l’integrazione che è quel valore assoluto di un paese civile, democratico e accogliente ma si apra una discussione seria sugli elementi che in questa fase di unione devono essere accolti e su quelli da escludere categoricamente e non tollerati.Nessuno parli di civile convivenza altrimenti.Nessuno.

 

Lezioni di grammatica eroicomiche de Il Prof: essere o non essere, “E’” questo il problema

Scritto da Il Prof.

Qualcuno crede, sbagliando, che ci sia una certa connivenza tra le piattaforme social e ciò che comunemente viene definito “strafalcione grammaticale”. Molto modestamente credo che i secondi siano attribuibili invece ad un dannoso prolungato digiuno da studio e che ci piaccia invece pensare che siano le nuove piattaforme di comunicazione virtuale a generare questo che è un vero e proprio impigrimento intellettuale.

Per affrontare il tema che andremo più in là ad approfondire, comincerò con il raccontare la storia di una mail terrificante che col tempo è diventata un chiaro esempio di una certa degenerazione linguistica. Premetto che durante gli ultimi anni dell’università ero uno dei più fedeli assistenti del professore di storia contemporanea, capitava sovente quindi, di sostituire quest’ultimo quando si trattava di rispondere alle mail degli studenti. Quel giungo del 2001 non fece eccezione, dalla cartella posta in arrivo saltò fuori vomitando tutta la sua superba ignoranza la bestemmia grammaticale che riporto di seguito:

“Caro Prof.

non sarà possibile per me assistere alle lezioni obbligatorie il giorno 22 e il 23 marzo, e possibile invece recuperare la settimana successiva è poter fare l’esame a Maggio?”

Osservai per più di qualche attimo il bestemmione, non capivo se quella violenta locuzione fosse frutto di dolo o di colpa, se fosse cioè conseguente ad un errore di digitazione o di una spregiudicata e sproporzionata sicurezza dei propri strumenti grammaticali. Decisi quindi di dare al ragazzo un’altra possibilità certo che il professore non avrebbe avuto nulla da ridire sulla mia iniziativa:

“Non risponderò alle sue domande, se prima non correggerà gli errori presenti in questa mail e darmi così la possibilità di comprendere il contenuto della sua domanda”

La sua risposta arrivò puntuale dopo pochi minuti e mi tolse ogni dubbio:

“Scusi Prof, il 22 e il 23 marzo non potrò assistere alle lezioni obbligatorie, posso recuperare settimana successiva è poter affrontare l’esame a Maggio per favore?”

Non potevo crederci, lo studente aveva creduto che gli errori per i quali sollecitavo una correzione fossero attribuibili ad una penuria di cortesia e a niente altro e quel per favore mi rimase così indigesto che le falangi minacciarono una giornata di protesta se solo mi fossi permesso di proseguire quella conversazione. Tuttavia non sarei qui a improvvisarmi linguista se il caso dello studente fosse stata una triste parentesi in un insieme di straordinaria ricchezza lessicale. Di brutture grammaticali ne ho viste con i miei occhi e a ben donde alcune perfino frutto delle sapienti ispirazioni di autorevoli personaggi pubblici.

Che si scriva di più sui social che su carta è un fatto, ma la grammatica non è un bizzarro essere incorporeo che svanisce a seconda della presunta autorevolezza del vettore << Tanto è scritto su facebook>> come se virtuali lo fossero anche i vostri lettori. La conoscenza e la diffusione della grammatica italiana -ovunque-nulla di meno è se non un bisogno igienico, come il bere o il lavarsi.

Sarà dunque questo il tema di questa modesta e prima lezione di italiano per principianti, la differenza tra E’ ( verbo) ed E (congiunzione).

“Essere o non essere” era l’amletico quesito sull’esistenza umana che sono certo, se fosse stato riferito al dubbio tra verbo e congiunzione sarebbe arrivato perfino a risvegliare dall’abbraccio della morte il teschio di Yorick solo per non perdere l’occasione di accecare l’occhio di Otello con un secco e meritato sputo. Non è un caso se durante le scuole dell’obbligo questa elementare differenza venga studiata durante i primi anni e superato lo scoglio iniziale della memorizzazione delle tabelline. Mente scrivo mi torna in mente un simpatico video di un cagnolino che dimostrava una particolare propensione per la risoluzione delle operazioni matematiche elementari e nella fattispecie delle addizioni, ebbene sappiate che possiamo tranquillamente affermare che la differenza tra E’ verbo ed E congiunzione potrebbe essere il corrispettivo linguistico delle addizioni matematiche. Viene dunque da concluderne che se perfino un cane è riuscito nell’intento possiamo con moderato ottimismo pensare che possano riuscirci tutti quanti.

Cominciamo con il dire che E’ è il verbo ESSERE che intende “spiegarci” qualcosa, E al contrario non ci vuole spiegare proprio nulla, a lui va il glorioso compito di “unire”.

“Maria è carina; la cucina è sporca; mia moglie è incinta” utilizzano la E’ perché vogliono spiegarci le caratteristiche di Maria, della cucina e della moglie. Se non riuscite ancora a utilizzarlo a dovere, quando il dubbio vi mangerà il cervello pensate se nella frase ha un senso la locuzione “può essere” se ce l’ha allora è la E’ Verbo quella da utilizzare. E’ semplicissimo, osserva: “Maria può essere carina”, ci sta bene, sarà di sicuro un verbo, ergo tra E’ ed E non avrai alcun dubbio a scegliere la prima .

Quanto leggiamo frasi nelle quali la E ha lo scopo di unire invece, osserveremo esempi del genere: “Maria e Simona sono carine”; “tizio e caio sono amici”; “la volpe e l’uva” e via discorrendo. Notate la differenza con l’insieme delle frasi precedente? Se provassimo ad inserire ad esempio, tra Maria e Simona la E’ verbo utilizzando il trucchetto “può essere” avremmo questo risultato: “Maria può essere Simona sono carine” Non ha alcun senso non trovate? Nemmeno il più ottimista dei possibilisti ne troverebbe; Maria e Simona non sono la stessa persona, per cui Maria non è Simona e se Maria non è Simona va da se che la E in quel caso intende unire i due nomi e quindi stavolta utilizzeremo madame la E.

Impadronendovi di queste piccole regole, sarete tutti dei piccoli Eracle e perciò in grado di uccidere con una freccia (lo studio) l’aquila (l’ignoranza) che tormenta il fegato (di chi vi legge) di Prometeo (la grammatica).

Se invece ritenete che la parte dell’aquila mangiafegato vi si addica e che una conoscenza corretta della grammatica non rappresenti un’urgenza perché siete ormai adulti, avete una famiglia e un lavoro ecc..lasciate che io vi ispiri qualche domanda che dovreste porvi:

Perché nessuno mi ritiene un interlocutore acculturato? Perché i miei figli non mi chiedono aiuto per i compiti? Perché quella ragazza carina non risponde ai miei messaggi? Perché sono iscritto all’università da due anni e ancora non ho passato un esame?

Sono convinto che l’unica risposta in grado di soddisfarle tutte sia: Perché non sai scrivere in Italiano!

 

Cordialità

Il Prof.

 

 

 

 

Presepe si presepe no, il paradosso dell’integralismo laico

Ho sempre trovato nei dettagli piuttosto insignificanti il pretesto per i miei infiniti viaggi mentali, ho passato cinque anni di scuola elementare a farmene di diversi a causa di alcuni personaggi del presepe che faceva bella mostra di sé nell’atrio della mia scuola, mi appassionava notare quanto poco fossero coerenti con la prospettiva; erano o troppo grandi o troppo piccoli, Baldassarre uno dei magi, viaggiava su un cammello senza una zampa e la coda, ma nessuno pareva volesse rimediare alla cosa, men che meno io.

<<Il presepe è solo  un simbolo>> sosteneva mia Madre e per me invece doveva essere anche bello. Negli anni ’90  tuttavia a nessuno sarebbe venuto in mente di proporre l’eliminazione del presepe e io invece quel presepe così brutto l’avrei eliminato eccome. Chissà se all’epoca qualcuno l’avrebbe cavalcata una battaglia contro i simboli religiosi pur di  non vedere più tale attacco al buon gusto pavoneggiarsi come una Pietà di Michelangelo qualsiasi. Di certo oggi lo difenderei quel presepe bruttissimo da certi integralisti laici che vogliono insegnare a noi cosa sia la laicità vera.

Lo difenderei dalle recenti proposte laiciste dell’Associazione nazionale dei sindaci Francesi (l’equivalente della nostra Anci) che ha formalizzato un vademecum per chiedere l’eliminazione dalla scena pubblica di ogni simbolo religioso, presepi compresi. Lo difenderei anche dai detrattori di casa nostra che in questi giorni hanno aperto una discussione piuttosto animata sul tema.

Uno dei luoghi comuni ampiamente diffuso in questa triste discussione non discussione verte tutto intorno al concetto per cui uno stato laico per dirsi tale dovrebbe eliminare dalla scena pubblica ogni traccia di religione. L’Italia tuttavia è uno stato Laico non uno stato Ateo. La laicità di norma dovrebbe essere l’organizzazione giuridica e politica della società che permette a ciascuno di vivere la propria fede in libertà.

Uno stato laico che intenda dirsi tale non si sognerebbe mai di vietare simboli religiosi per timore che questi possano offendere gli altrui credi, diversamente saremmo davanti ad uno dei più grandi paradossi culturali dei nostri tempi.

Laicità non è totalitarismo “O si fa come dico io o non si fa niente”, ma garantire a chiunque lo spazio per pregare e ci si aspetta che chiunque faccia parte di uno stato laico non si senta in alcun modo offeso dagli altrui simboli religiosi. Perché perdiamo il fiato a definire cosa sia laico, dimenticando di chiederci se laici possiamo dirci tutti quanti.

Chiunque sostenga che un simbolo religioso offenda gli altrui credi non è laico. Un cittadino laico è credente oppure no, ma se sente la sua persona minacciata dalla religione osservata da altri non fa che altro che confermare la regola di quel bue che dice cornuto all’asino, poiché segue le orme di quell’assolutismo clericale che intende imporre, limitare la libertà religiosa per far prevalere alcuni dogma oltre i quali non deve esserci nulla.

L’integralista cristiano ad esempio essendo contro l’aborto intende proibirlo a tutti, uno stato laico invece garantisce gli strumenti a chiunque lo volesse, di praticarlo sulla sua persona.

L’integralismo laico è contro i simboli religiosi nei luoghi pubblici ed intende proibirli a tutti, uno stato laico invece permette che la religione di ogni cittadino, qualunque essa sia, venga manifestata anche nei luoghi pubblici.

Sarebbe bene allora tornare a comprendere il significato di “bene pubblico” che per definizione garantisce l’assenza di rivalità e la non escludibilità nella sua fruizione. In pratica una volta che il bene pubblico esiste è impossibile impedirne la fruizione ad alcuni soggetti in favore di altri, così come è impossibile il consumo di un bene pubblico da parte di un individuo che impedisca ad altri di consumarlo nello stesso identico modo. Il bene pubblico permette ogni cosa a tutti. Un bene pubblico è libertà, costringere in uno spazio pubblico regole che denigrano simboli religiosi di fatto va contro il concetto di libertà.

E La denigrazione dei simboli religiosi di fatto sconfessa il principio di laicità non lo favorisce.

“Vi supplico, bombardateci!” la preghiera delle schiave Yazidi e gli stupri di guerra di oggi e di ieri

Due giorni fa la trasmissione piazza pulita ha trasmesso il crudo reportage del giornalista Corrado Formigli sulla riconquista da parte dei Curdi di Sinjar. Tra le altre cose è stata testimoniata la mattanza dei Yazidi, una minoranza religiosa le cui donne, adolescenti e bambine sono state ridotte in schiavitù sessuale dallo stato islamico nel nord dell’Iraq.

Esiste un posto nel mondo oggi, in cui donne e bambine vengono stuprate e torturate quotidianamente fino a trenta volte al giorno e più dalla ferocia Jihadista. E vale la pena ricordarlo oggi che la bestialità disumana ha preso i contorni di una certezza così ingombrante e terrificante che non conosce confini invalicabili e ci costringe in un angolo, impietriti. Vale la pena ricordalo oggi, in questi tempi bui che ci ricordano che sono ancora le donne le principali vittime di violenza in tempo di pace così come in tempo di guerra.

Sono in migliaia le donne Yazidi tenute prigioniere violentate e torturate, vendute come spose ancora bambine a uomini adulti. Un incubo dalle dimensioni inimmaginabili dal quale la maggior parte di loro sanno già di non poter uscire vive e che le conduce a guardare alla morte come alla più splendente delle  speranze.

Amnesty International aveva già presentato esattamente un anno fa un rapporto al riguardo  “Fuga dall’Inferno”  che raccoglie le testimonianze di 40 donne che sono riuscite a fuggire da quella barbarie a firma Isis. E ci parlano di suicidi, tanti e di terrore come unica e reale costante.

Sono stata stuprata 30 volte e siamo nemmeno a metà giornata. Non riesco neppure ad andare in bagno. Vi supplico bombardateci!” si legge invece nel drammatico articolo pieno anche questo di dichiarazioni delle prigioniere dello stato islamico, scritto da Nina Shea direttrice del dipartimento per le libertà religiose dell’istituto di Houdson (USA).

Parole che sembrano uscire da epoche così remote da renderci difficile financo una collocazione temporale e che invece sono qui, accanto a noi e ci urlano di essere ascoltate.

Ma non facciamo l’errore di pensare che questo abominio sia ascrivibile entro confini che non riguardano l’occidente, commetteremo un reato nei confronti della nostra storia che ci racconta di  vittime e di carnefici che hanno convissuto sotto lo stesso e rassicurante cielo occidentale.

Storie che ci insegnano che non esiste guerra che tra i più atroci “effetti collaterali” non contempli lo stupro su donne costrette in schiavitù. E non importa che si sia consumata in Africa o in Europa, in oriente o in occidente. Parliamo del conflitto in Afghanistan, in Congo in Vietnam ma anche della prima e della seconda guerra mondiale. In Giappone per dirne una, le donne venivano definite comfort woman, termine che lascia ben poco all’immaginazione come pure all’onorabilità dell’essere umano.

comfort-women02
comfort women

Al termine dei conflitti mondiali sono state centinaia le denunce da parte di donne e bambini europei costretti a concedersi sessualmente. Nonostante oggi sia descritto dalle convenzioni di Ginevra come crimine contro l’umanità la strada per il riconoscimento dello stupro di guerra come ad un delitto è stata disseminata da più di qualche incaglio (im)morale.

Le donne e più in generale le fasce deboli della popolazione erano declassate come il bottino di guerra, avevano quindi il dovere di prestarsi a questa macabra consuetudine. Dovevano rappresentare la ricompensa per coloro che avevano fatto valere i propri sacrifici sul campo quello stesso campo di guerra in cui anche le donne erano chiamate a fare la loro parte per ripagare i soldati del loro coraggio. La voglia di dare una misura ad una sedicente quanto misera mascolinità infine faceva il resto. Mi chiedo se esiste al mondo una “tradizione” più perversa di questa.

E la guerra badate bene altro non è se non la sintesi delle peggiori atrocità di cui l’uomo è sempre stato artefice. La guerra questo fa, suddivide l’umanità in vinti e vincitori che convivono in quell’arena entro la quale il dominio del più forte ha perfino il potere di sottomettere la dignità. La guerra che pur avendo il potere di cambiare tutto – dall’assetto politico dei paesi, dei governi, dei confini- ci ha dimostrato tuttavia di non poter cambiare l’aspetto più importante di tutti, gli uomini. Gli uomini alla fine di una guerra sono sempre gli stessi.

Pretendere che i musulmani prendano le distanze dai terroristi è il più grande regalo che possiamo fare ai terroristi

In questi minuti scopriamo che i fischi allo stadio di Istanbul nel minuto di silenzio in ricordo della strage di Parigi che ha preceduto la partita amichevole tra Turchia e Grecia non volevano mancare di rispetto alla vittime, c’è chi parla dei cori nazionalistici mossi dalla pretese di ricordare anche i morti del terrorismo del Pkk e chi crede siano stati rivolti verso pochi imbecilli che volevano solo creare disordine.Nulla a che vedere con simpatizzanti dello stato islamico dunque.

Così come pare che la notizia diffusa oggi  e diventata virale, riguardante l’uscita dalla classe da parte di tre studentesse di Varese di religione musulmana (sembra invece fossero tutte di religioni diverse) durante il minuto di silenzio per ricordare la vittime parigine non fosse da attribuirsi ad una presa di distanza nei confronti di queste e che le ragazze non siano affatto vicine ai terroristi dell’Isis ma, come scrive il quotidiano la Prealpina il loro gesto era funzionale a dimostrare il loro personale sdegno “nei confronti del  trattamento diverso riservato alle vittime di Parigi rispetto a quelle delle numerose stragi in giro per il mondo” <<Siamo usciti dall’aula perché non abbiamo capito come mai si deve esprimere solidarietà solo alle vittime di Parigi e non a quelli che muoiono in tutti gli attentati in altre parti del mondo>>. Questo è quanto! Possiamo definire la piccola protesta delle studentesse come una decisione discutibile, triste e di cattivo gusto o possiamo condividerla, del resto quanti di noi fedeli osservanti del culto cattolico o laici, all’indomani dall’attentato di Parigi abbiamo ritenuto di dover ricordare vittime di stermini risalenti finanche a mesi prima.

Io per inciso non condivido il gesto delle studentesse ma non è questo il punto. Il punto ormai lapalissiano è che la forza del terrorista è direttamente proporzionale a quella della nostra intolleranza nei confronti del mondo musulmano (con la compiacenza di organi di informazione che spesso dimenticano il servizio che devono ai cittadini in favore di click facili facili). Intolleranza non per forza di salviniana accezione quanto quella ancora più subdola del “non tutti i musulmani sono terroristi però…”.

Però devono dimostrare, devono dissociarsi, devono.

Sarebbe bello comninciare ad esempio con lo smettere di utilizzare definizioni come “comunità islamiche” quando parliamo dei musulmani residente in uno stato laico. Questo modo di ascrivere in una determinata categoria un certo numero di persone nate e cresciute in Europa sulla base di un credo religioso intende di fatto ghettizzarle.

Chi frequenta una moschea o un gruppo di preghiera di fede islamica fa parte di una comunità religiosa nella stessa misura in cui ne dovrebbe far parte anche chi osserva la fede cristiana, tuttavia quando parliamo di cattolici a nessuno verrebbe mai in mente di definirli “comunità cattolica”. Lo scontro tra civiltà parte proprio quando si cede alla retorica dello scontro tra religioni, e quando si diffonde l’idea che la differenza tra una persona buona e cattiva è determinata dal proprio credo. Si promuove senza volerlo proprio il capillare lavoro del terrore a firma Is quando inciampiamo nella trappola che quella che si sta consumando sia una guerra di religione.

Quella dello stato islamico è una guerra politica. Il terrorismo in questo caso utilizza la religione per creare attorno a se consenso, e presentare a chi si sente messo all’angolo un alibi per poter difendere il proprio culto anche con la forza. Il terrorismo insinua il bisogno, che di fatto non esiste ma che viene descritto come   vitale, di sopravvivere ad un nemico religioso immaginario: la supremazia del miscredente.

Siamo dunque convinti di non essere inciampati anche noi nel trappolone del terrorismo?

Pensiamo al lavoro che l’Europa svolge per aiutare l’integrazione; si favorisce realmente il dialogo tra persone di culture differenti che condividono lo stesso territorio?

Sono davvero necessarie le richieste da parte  di rappresentanti delle istituzioni e di politici di pretendere dai musulmani una presa di distanza pubblica dal terrorismo?

No. Chiedere a un miliardo e mezzo di persone di sottolineare il proprio disgusto nei confronti di un’organizzazione criminale significa nuovamente spostare il problema su un piano religioso. Significa dare dignità e forma ad uno stato che non esiste, che non è ascrivibile entro confini geografici, di cui nessuno fa parte se non i terroristi. Ed eccolo il trappolone: suddividere la popolazione tra chi ha il dovere morale (pensanpo’) di dissociarsi e chi si sente in dovere di pretenderlo.

Il razzismo, l’islamfobia non fa altro che acuire l’odio che da parte a parte del mondo si respira dopo gli attentati terroristici a Parigi e gioca tutto a favore dello stato islamico.A noi spetta dunque il compito di scegliere che strada intraprendere, se quella di inutili battaglie di principio che vogliono mettere all’angolo un miliardo e mezzo di cittadini o metterci affianco a questa mole infinita di gente per rendere evidente la differenza, questa si tra due gruppi ben distinti: gli esseri umani e i terroristi.

 

 

 

 

 

 

L’Isis non teme la Mafia che continua ad essere una montagna di merda.

Tra tutta l’immondizia che si legge rispetto agli attentati di Parigi, le deliranti analisi politico strategiche dei quotidiani libero e il Giornale, occupano senza troppe sorprese un posto d’onore.

Il quotidiano di Marizio Belpietro scrive:

“Da Venezia passando per Milano, Firenze e Roma, si rafforzano i controlli contro la minaccia islamica. Nella Capitale, il Vaticano e tutti gli altri simboli della cristianità sono considerati a rischio; il ghetto ebraicoè sotto sorveglianza, così come la Sinagoga e le ambasciate degli Stati Uniti, francese e israeliana. A Milano massima attenzione al Duomo, allaStazione centrale e negli aeroporti di Malpensa e Orio al Serio, aFirenze si tiene d’occhio Santa Maria Novella e la stazione, sorvegliati poi il porto e l’aeroporto di Venezia, i ghetti di Padova e Bologna. Ma appunto, gli obiettivi sensibili sono tutti al Nord e al Centro.”

Il Sud, sempre secondo Libero invece pare essere al sicuro e cita una non meglio specificata fonte anonima dell’anti terrorismo che al Giornale avrebbe riferito quanto il Sud sia paradossalmente meno esposto agli attentati poiché la presenza sul territorio della mafia e della  malavita,  rendono le infiltrazione terroristiche molto difficili.

Innanzitutto basta leggere ben altri quotidiani per apprendere che i controlli sono stati rafforzati anche presso il porto di Napoli, in sicilia e sull’intera costa adriatica salentina, luoghi in cui sono state inviate risorse militare specializzate.Inoltre è ormai un fatto che la mafia non abiti solo al Sud ed è al Nord che per una ragione squisitamente opportunistica opera e in modo anche abbastanza capillare e palese.

Ciò che preoccupa tuttavia non è tanto la notizia dalla dubbia credibilità spacciata per esclusiva, quanto l’appeal che l’idea di una Mamma Mafia prona a difenderci ha prodotto su un numero indecifrato di lettori.

L’idea che L’isis tema la Mafia è una falsità di dimensioni titaniche e non serve essere uno stratega consumato di affari internazionali per comprenderlo

Cominciamo con il dire che i terroristi e i mafiosi da un punto di vista squisitamente teorico sono più simili di quanto si creda; entrambe le organizzazioni si occupano di traffico di droga, armi e clandestini e sia la mafia che i terroristi non hanno mai avuto a cuore nulla se non il raggiungimento di bieche finalità che nulla hanno avuto a che fare con il benessere del proprio popolo. Togliamoci dalla testa l’idea che la criminalità organizzata oggi osservi un codice d’onore , una sorta di strada ideologia che prevede la difesa della patria in presenza di attentati terroristici, non era così neppure quando credevamo ce l’avesse davvero.La mafia è vigliacca, scappa, si nasconde, è vile, è egoista.La mafia non protegge, si protegge, la mafia non difende ma difende i propri interessi lo ha sempre fatto. Chi può scordare le esecuzioni da parte di noti esponenti mafiosi nei confronti di parenti, di Donne e bambini innocenti. Oggi se possibile la criminalità organizzata di casa nostra da casa nostra è ancora più lontana, operando perlopiù nei traffici internazionali ha subito un incremento di risorse provenienti dal nord africa e più in generale da luoghi dove vi è una massiccia presenza di Jihadisti. Inoltre se evidenziamo anche che molti dei Foreign Fighters provenienti dall’Europa hanno avuto precedenti criminali possiamo financo arrivare ad immaginare che addirittura L’isis dalla Mafia Italiana potrebbe attingere per trovare in questa fedeli alleati.

Non dimentichiamo che il sedicente stato Islamico con i suoi traffici illeciti e forme di estorsione è diventata l’organizzazione terroristica meglio finanziata di sempre. David Cohen, sottosegretario per il Terrorismo e l’intelligence finanziaria del Tesoro americano in una seduta dichiarò che «Isis ha accumulato un patrimonio senza precedenti (…) ed è l’organizzazione terroristica meglio finanziata di sempre…Non abbiamo soluzioni miracolose, né armi segrete per svuotare le sue casse. I nostri sforzi per contrastare le sue attività di finanziamento richiederanno tempo. E siamo solo alle fasi iniziali».
Insomma, Isis non è solo l’organizzazione terrorista più grande al mondo. È anche la più ricca.

Seguendo questa logica e la logica Mafiosa, i terroristi sarebbero in grado di corrompere qualsiasi organizzazione criminale sia questa Italiana, Asiatica o Russa.

E sappiamo bene quanto la criminalità organizzata si faccia ben pochi problemi morali quando si deve trattare su ingenti quantitativi di denaro facili facili.

Evitiamo quindi di appoggiare analisi deliranti.Noi Italiani non abbiamo bisogno della Mafia, restiamo tutti d’accordo che la Mafia resta quella montagna di Merda da cui abbiamo sempre preso le distanze e ricominciamo tutto da capo.

Quei meravigliosi Tweet dei giovani arabi che rispondono ai simpatizzanti dell’Isis

Alla faccia dei detrattori del mondo social, ieri Facebook e Twitter hanno dato la prova che dai social network non possiamo prescindere e che se utilizzati con metodo, sono in assoluto gli alleati migliori per la circolazione istantanea di informazioni che, come per i drammatici attentati di ieri a Parigi, possono arrivare a fare la differenza tra la vita e la morte degli utenti.Basti pensare al meraviglioso hastag che molti francesi ieri hanno fatto circolare #PorteOuverte #porteaperte per veicolare la possibilità ad ospitare chiunque fosse per strada durante gli attentati e non riuscisse a tornare a casa.

Tra i molti hastag girati sul noto social ne è comparso uno in arabo   #حروق باريس    #Parigibrucia. Molti utenti giurano sia apparso per la prima volta sul profillo twitter dello stato islamico, a noi invece importa poco della paternità possiamo però dire che molti di coloro che ieri hanno gioito per il  susseguirsi degli attentati nella capitale francese, non hanno lesinato dimostrazioni di solidarietà ai terroristi pubblicando sfacciatamente sui social stati più o meno simili che, tra deliranti rivendicazioni e altrettanto irragionevoli giustificazioni fantareligiose, hanno contribuito a diffonderlo.

E’ stato facile quindi utilizzarlo per “spiare”su Twitter  le interazioni tra chi vive o proviene dai paesi arabi e che ieri notte come la quasi totalità degli utenti ha discusso degli attentati. Purtroppo il nostro unico supporto è stato il traduttore automatico del Browser che riconosciamo sia quanto di meno dignitoso  e funzionale possa esistere al riguardo, tuttavia nonostante la chiara impossibilità a renderci una traduzione fedele dei 140 caratteri, ci ha aiutato a  comprendere in pieno il senso di quei Tweet. E abbiamo capito che quei caratteri così complicati da decifrare urlavano  sdegno,  vergona,  condanna, nei confronti di quei fanatici dell’Is che più di uno ha definito “traditori dell’Islam” .

E’ stato toccante notare la forza e il coraggio di centinaia di giovani arabi che armati di hastag rispondevano colpo su colpo al fanatismo social “Voi non siete musulmani siete animali” “L’islam è innocente” “Noi vogliamo la pace” “mi vergogno per voi”. Ennesima conferma, qualora ce ne fosse ancora bisogno dell’assoluta presa di distanza da parte di più di un miliardo e mezzo di Musulmani che non riconoscono la propria religione nel sangue degli innocenti che l’Isis non solo in Occidente sta decimando.

gazaperparigi

#NotInMyname continuano a chiarire i giovani musulmani.Che nessuno utilizzi il nome del loro Dio per diffondere l’odio.

Perché è questo ciò che lo stato islamico sta tentando di fare: dividere il mondo in fedeli e miscredenti, tra chi merita di vivere e chi di morire nel più atroce dei modi.

Loro vogliono farci odiare e invece dobbiamo dimostrare che possiamo amarci di più.

twitterarabo1 twitterarabo2 twitterarabo3 twittearabo3

L’essere umano è cancerogeno

Le conseguenze della crisi ambientale sono rilevabili ovunque. Come un’epidemia, l’inquinamento è ormai parte integrante dell’aria che respiriamo, del terreno che da vita alle piante, che a loro volta nutrono noi.

L’inquinamento è nei nostri mari e ha superato in grandezza gli oceani. L’inquinamento è la firma che l’uomo ha scavato nella natura, che porta con se l’idea del primato dell’artificiale sul naturale.

L’essere umano è un illuso, vive nella costante convinzione di poter governare la natura, come se questa terra non fosse finita.Sta cambiando perfino la composizione dell’atmosfera l’uomo, con conseguenze che non ci è dato ancora conoscere. Eppure la collettività umana moderna continua a percorrere il sentiero della ricerca di un non meglio precisato nemico dal quale dobbiamo difenderci, quel portatore malsano e fetente di cellule cancerogene.

Oggi è la carne rossa, ieri il glutine, domani chissà.  Nella personalissima convinzione dell’essere umano, l’essere umano stesso non è tra questi nemici. Eppure il più cancerogeno degli elementi su questa terra è proprio l’uomo; diversi miliardi di uomini e donne che preferiscono trovare rifugio nelle incertezze delle scienze per poter continuare ad agire a modo loro, spinti da interessi privati poco virtuosi e ancor meno lungimiranti.

L’essere umano è il più subdolo vettore di cellule cancerogene al mondo:

Ha portato il cancro, indescrivibili malattie genetiche e innaturali malformazioni fisiche con la bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki, causando fino ad oggi quasi un milione di vittime. E poi l’ha portato a Cernobyl e a FuKushima.Il cancro è in tutte le armi nucleari e non, poiché veicolano scorie che producono problemi all’uomo attraverso malattie e malformazioni.

chernobyl

inquinamento 2

L’uomo ha portato il cancro nell’oceano pacifico; avete mai sentito parlare del Pacific Trash Vortex  ? E’ una grande chiazza in mezzo all’oceano, formata da 100 milioni di tonnellate di immondizia che si stima possa essere più estesa della superfice degli Stati Uniti d’America.

inquinamento5

Ha diffuso il cancro con l’Ilva e Cerano in Italia, con la Sucursala Electrocentrale in Romania, Vattenfall Europe Generation in Germania, Longannet Power Station Kincardine nel Regno Unito, TPP ‘Brikel’ Galabovo in Bulgaria. Tutte industrie queste elencate che utilizzano tecnologie che impongono costi tanto elevati quanto nascosti sulla nostra salute.

Il cancro provocato dall’essere umano viene  definito dai più cinici “L’insieme dei tumori permessi” perché “naturale” effetto collaterale di un processo che ci permette di continuare a crogiolarci nell’avidità che tutto vuole e niente lascia, quest’ultima si, difficile da abbandonare.Altro che carne rossa.

Poi possiamo parlare di etica e di rispetto per gli animali, della necessità di una produzione di carni più sana e a zero impatto ambientale. Ma questa è un’altra storia. Se di Cancro dobbiamo parlare allora è bene ricordarci ogni tanto che non esiste al mondo un solo elemento più cancerogeno dell’essere umano.

Con Hillary Clinton Presidente, il femminismo ha (quasi) vinto

Il 2016 sarà l’anno delle elezioni presidenziali per gli Stati Uniti d’America.Gli americani si preparano a scegliere il successore del presidente Barack Obama e tra i vari sondaggi spicca prepotente il nome di Hillary Clinton, colei che ha saputo superare a sinistra la definizione di first lady, conquistandosi una grande fetta di credibilità tra i leader mondiali.

Un’eventuale vittoria della Clinton aggiungerebbe un altro record a quelli già collezionati dai presidenti democratici (Bill Clinton fu il più giovane, Obama il primo presidente nero) la Clinton in caso di vittoria, sarebbe la prima Donna  presidente degli stati uniti D’America.

Un cambiamento epocale, che se dovesse raggiungersi nel 2016 segnerebbe secondo i più, un favorevole punto di non ritorno per quanto riguarda il tema dibattuto a livello internazionale della disparità di genere.

L’elezione della Clinton genererebbe uno tsunami culturale con effetto domino assicurato, chi sostiene che questo sia semplice conformismo femminista sbaglia. Per diversi motivi:

“L’uomo” più potente del mondo sarebbe una Donna:

E potremmo anche fermarci qui. L’opinione pubblica sull’argomento potere e donna ha dimostrato nel corso degli ultimi anni di essere quanto meno confusa. Culturalmente radicata è la convinzione che ai vertici del potere ci debbano essere uomini con il sostegno timido e scansato della donna brillante vista casomai come un capace braccio destro, esattamente ciò che ha rappresentato la Clinton prima con il marito dal 1993 al 2001 e in ultimo affianco alla leadership di Barack Obama. Hillary Clinton è dunque pronta per il salto di qualità, stavolta a differenza del 2008, non corre più come statista, ma come statista, moglie, mamma e nonna che intende diventare la donna più potente del mondo.

Hillary Clinton è femminista e sinceramente:

La Clinton non finge di lottare dalla parte delle donne per un semplice tornaconto elettorale. Lei femminista lo è sempre stata, lo sanno i democratici ma anche i repubblicani. Sua è la battaglia contro il cosidetto gender gap salariale, la differenza fra retribuzioni legato al «genere». Ed è proprio questo il tema con il quale Hillary Clinton ha cominciato la sua pre-campagna elettorale. La candidata dem favorita ha dichiarato che le donne sono ancora troppo poche nei settori chiave della rivoluzione tecnologica e industriale; e che non ha senso che queste continuino a percepire una retribuzione inferiore ai colleghi maschi.E noi sappiamo che ha ragione da vendere.

Le donne potenti che difendono le donne, sostengono Hillary:

Non c’è nulla che mi entusiasma tanto quando coloro che volgarmente definiamo donne “arrivate” che anziché crogiolarsi nel potere lottano dalla parte delle ultime tra le ultime. In questo insieme, un posto d’onore lo merita sicuramente Christine Lagarde. Il direttore del Fondo Monetario Internazionale è dalla parte di Hillary Clinton. La Lagarde ha presentato a febbraio scorso uno studio condotto proprio dal FMI che mette in luce la perdita in termini di PIL che il sessismo sul lavoro genera sull’economia internazionale. <<Occorre investire sulle donne per uscire dalla crisi>> è l’imperativo categorico utilizzato da Christine Lagarde e per arrivarci Hillary Clinton attualmente è sicuramente il testimonial perfetto.

And the last but not the least:

E’ dunque dall’America che potrebbe arrivare la spinta per abbandonare la propaganda e attuare la partecipazione paritaria delle donne, in politica e soprattutto nel mercato del lavoro. E non è vero che la strada battuta fino ad oggi abbia prodotto risultati considerevoli, non lo è soprattutto da noi in Italia e il numero dei ministri Donna o della composizione dei cda delle più grandi imprese Italiane, non fanno testo.

Il femminismo messo da parte a partire dai primi anni del 2000 perché ritenuto superato concettualmente e nel merito, è destinato a tornare in grande spolvero e questa volta promette di terminare ciò che ha cominciato il secolo scorso.E questa volta ha tutta l’aria di volersi prendere tutto.