A Colonia si è consumato un attentato sessista altro che molestie

Vi darò un fatto che dovrete utilizzare come effetto e di cui dovrete associare una possibile causa:

“Centinaia di ragazze vengono molestate da circa 1000 tra clandestini e richiedenti asilo durante i festeggiamenti nella notte di capodanno”

Secondo quanto asseriscono certi mezzi di informazione la quasi totalità dell’opinione pubblica in merito a questo si divide tra chi attribuisce la causa alla tipica libido fuori controllo del maschio alfa e chi invece alla religione dei molestatori.

E’ totalmente fuori discussione inserire nel ragionamento qualsiasi altro dato che consentirebbe di renderlo meno approssimativo e quindi più funzionale alla soluzione, totalmente. Sarebbe come camminare su un filo sospeso carichi di BLA e basterebbe un semplice BLA al di fuori dai BLA BLA generali per farci collassare a terra dalla parte dei cosiddetti buonisti o tra gli intolleranti.

E’ assolutamente esclusa l’esistenza di altre categorie di opinioni, eppure non posso trattenermi dalla voglia di dire due cosette a tutti coloro che in risposta alle violenze avvenute a Colonia rispondono con improbabili argomentazioni che sviliscono il problema chè tanto la cosa riguarda tutti, tutte e in tutto il mondo. Come dire: anche noi in Italia ne sappiamo qualcosa giusto?

Attenzione nessuno ci vieta di sederci comodi su un morbido sogno al profumo di vaniglia nel quale l’unico attentato esistente è quello alla linea durante le festività natalizie, peccato solo che questo non avrà il potere di trasformarsi in realtà. Non so neppure così certa che la diffusa sottovalutazione di quanto accaduto a Colonia sia dovuta ad ottimismo estremo o ad un’intenzionale voglia di distorcere la realtà. Non ho capito bene se ci sono o se ci fanno in pratica.

Dalle palpeggiate furtive sulla metro a quegli sguardi che sanno essere da soli più invadenti di una pacca sul sedere, conosciamo tutte quella sgradevole sensazione spesso imbarazzante e molte volte spaventosa di essere l’oggetto di attenzioni sessuali sgradite. Una molestia è tale perché irrompe improvvisa senza rispetto nella nostra vita e tenta di invadere la nostra sfera più intima senza chiedere il permesso. Un molestatore è l’autorevole avvocato o il poveretto che vende accendini in stazione, protagonisti consapevoli entrambi di storie di ordinaria violenza sessuale.

A Colonia il 31 Dicembre scorso tuttavia non si è trattato di violenza ordinaria ma si è consumata un’aggressione organizzata; quattrocento sono state le denunce che la polizia tedesca ha raccolto fino ad ora e si pensa che possano aumentare ancora.Erano più di mille gli aggressori che la notte di S.Silvestro hanno pesantemente palpeggiato centinaia di Donne nonché aggredite con violenza. Le aggressioni sarebbero avvenute con questa dinamica: gruppi di cinque o sei uomini che circondavano di volta in volta una sola vittima, palpeggiandola e derubandola. Il capo della polizia Wolfgang Albers, ha sempre parlato di “una dimensione di reato completamente nuova”. Nonostante ciò in Italia si leggono titoli terrificanti che ci parlano del desiderio di libertà di quegli uomini sradicati dalla loro terra. Roba da pazzi come a voler togliere il titolo di vittime alle donne per regalarlo ai molestatori e su un vassoio d’argento pure.C’è nulla di più paradossale?

Il territorio di provenienza di un molestatore non può rappresentare un’attenuante se appartenente al cosiddetto terzo mondo. Non è lecito e in alcun modo tentare di addurre giustificazioni attraverso saggi inviti al mea culpa. Non dico che in Europa il sessismo sia ormai un lontano miraggio, infatti violenze domestiche, donne uccise, molestie in strada e tutto ciò che rappresenta il contrasto alla libertà sessuale e sull’ aborto sono problemi purtroppo attuali. Tuttavia non c’è alcun nesso tra l’incontrollata e barbarica deriva testosteronica di ogni angolo del mondo e la Gan Bang di Colonia. A dirlo, tra gli altri è il capo del Bundeskriminalamt (l’anticrimine federale), Holger Muench, al Rbb Inforadio dichiara “È chiaro che gli aggressori sono arrivati da più regioni, a Colonia come in altre città. Normalmente una cosa del genere viene organizzata e noi riteniamo sia stata organizzata”.

Le uniche vittime a Colonia sono state le donne che in quel momento altro non erano che corpi disponibili, nei confronti dei quali più di mille, tra richiedenti asilo e clandestini provenienti dai territori Siriani, non hanno creduto di offrire il benché minimo rispetto. Questo è un fatto e le fantasiose ricostruzioni di chi è caduto sul pianeta terra l’altro ieri non dovrebbero influenzare la nostra opinione. Quando si afferma che il dramma del patriarcato e del maschilismo diffusi nei paesi arabi e dentro la religione islamica è paragonabile a quello tutto interno alla cultura Europea non solo si mente senza alcuna vergogna ma si ridicolizza il dramma delle donne arabe che non lamentano una pacca sul sedere in autobus ( gesto orribile e grave) ma l’azzeramento della propria libertà in toto. Pertanto va detto che le migrazioni di massa portano anche a casa nostra questi elementi fondativi che talvolta si saldano con i nostri e ammetterlo senza vivere nel timore di fomentare l’islamofobia. Nessuno mette in discussione l’integrazione che è quel valore assoluto di un paese civile, democratico e accogliente ma si apra una discussione seria sugli elementi che in questa fase di unione devono essere accolti e su quelli da escludere categoricamente e non tollerati.Nessuno parli di civile convivenza altrimenti.Nessuno.

 

Arabia Saudita: Le donne al voto per la prima volta nella storia (se gli uomini lo vorranno però)

In occasione delle elezioni municipali e per la prima volta nella storia, in Arabia Saudita potranno votare e candidarsi anche le donne. Tra parentesi, a nessun cittadino è ancora permesso di votare per il governo nazionale, perché l’Arabia Saudita resta una delle più granitiche realtà dittatoriali sul pianeta terra nonostante l’assurda nomina dell’ambasciatore saudita Faisal bin Hassan Thad, chiamato a presiedere il comitato consultivo del Consiglio Onu dei diritti umani. Nulla di strano se vivessimo nel mondo fantastico di Assurdia (inventato da me è una sorta di appendice degenere del mondo di Fantasia dal più famoso film “la storia infinita”) tuttavia il fatto che sia accaduto nella realtà, fa slittare di diritto Assurdia nel nutrito gruppo dei mondi più credibili del nostro.Chiusa parentesi.

Sul diritto di voto alle donne saudite mi piacerebbe davvero parlare di svolta storica tutta intesa a dare loro quella sudata legittimità che meritano ma non è proprio così anzi paradossalmente la pezza, in questo caso, è di gran lunga peggiore del buco.
Ricordiamo che l’Arabia Saudita è il paese più esteso della penisola arabica e l’assetto governativo da cui è retta farebbe impallidire “l’innocuo” nepotismo occidentale giacché è tutto e per tutto in mano alla famiglia al-Saud dal 1932. Il re era il fratello di, che a sua volta era il figlio di e che verosimilmente sarà il padre di. Famiglia questa, obbligata tuttavia a dividere il potere con il clero autoctono famoso per predicare un Islam piuttosto severo che lascia ben poco alla tolleranza e che nei confronti delle cittadine diventa addirittura tirannico.

L’Arabia Saudita non vuole bene alle sue donne che sono sottomesse all’uomo per legge. Il libero arbitrio di una donna è subordinato a quello del marito, dal padre e del fratello. Illuminante in tal senso, un antico proverbio saudita <<Una ragazza non possiede altro che il suo velo e la sua tomba>> ancora troppo attuale.

Non è un semplice voler pensare male questa cosa del voto alle donne saudita giacché così come è regolamentato altro non è, se non l’ennesima trovata -semmai ce ne fosse ancora bisogno- per denigrarle agli occhi del mondo intero.

E’ vero, sta accadendo qualcosa prima d’ora inimmaginabile, ma permettetemi di definire quantomeno controversi i modi e i termini attraverso i quali ciò avverrà e che fanno apparire il tutto un po’ ambiguo e ancora troppo lontano dal concetto di civiltà.

Innanzitutto per le candidate donna non è stato affatto facile fare campagna elettorale. A queste è stato proibito per legge di fare comizi pubblici alla presenza di uomini tant’è vero che a parlare al posto loro sono stati chiamati sostituti maschili.

Su Saudi Gazette, uno dei pochissimi giornali scritti in lingua inglese si legge:

<<Le donne possono nominare degli uomini per parlare agli elettori al loro posto. Questi rappresentanti guarderanno gli elettori e diranno loro: la nostra candidata vi dice “buongiorno” e promette di fare questo e quello per la città>>

In soldoni le donne saranno si, coinvolte nelle elezioni ma sarà vietato loro di parlare. Candidate dunque, ma solo di nome. Dice “Potranno comunque scegliere i loro rappresentanti” e invece la mazzata si presenta anche qui. Per partecipare al voto come elettore, è necessario un documento di identità valido e per ottenerlo sarà indispensabile il permesso del familiare maschile più prossimo. Senza contare che essendo ancora in auge il divieto per le donne di guidare automobili e più in generale essendo obbligate a rispettare severi regolamenti sulla libera circolazione è plausibile pensare che non sarà garantita una massiccia presenza femminile alle urne. Dovranno chiedere il permesso per uscire di casa, dovranno essere accompagnate, dovranno attendere che sia un uomo a concedere loro di esprimere una preferenza.

Non è libertà di scelta questa, non è libertà di voto questa, questa è una passata di intonaco fresco su una parete fatiscente nulla di più.

Appaiono perciò di cattivissimo gusto e oltremodo discutibili i titoloni dei giornali occidentali che riportano come una delle più grandi vittorie del secolo la concessione del voto alla donne in Arabia Saudita. Se vittoria abbiamo deciso di definirla allora io non la accetto, i subdoli mezzi per la denigrazione femminile sotto mentite spoglie di diritti non sono una vittoria, rappresentano una sconfitta. Libertà e diritti sono imprescindibili, e non esiste al mondo che si possa barattare la prima per ottenere la brutta copia dei secondi, specie se si parla di donne, specie se alcuni paesi che rifuggono da questa ovvietà sono amici “nostri” e pure da 80 anni.

Zitella…Ops: Uno spettro dal passato

Di: Ilaria Le

Ormai vicina, ma ancora a distanza di sicurezza, dagli anta, ufficialmente single e senza prole, superate con scioltezza le domande di rito e le relative risposte sbigottite:

Non sei sposata!? E non hai figli?!”,

Affrontata la fase dello sguardo incuriosito e diffidente del

cosa avrà che non va…ha studiato, ha un lavoro, non è un cesso … ,

catalogata nella classificazione

specie strana”,

Pensavo di essere scivolata nella zona di indifferenza del paesano medio e di poter lavorare serenamente… per quanto consapevole che la mia prontezza e le mie risposte brusche siano sempre e necessariamente attribuite allo status single. Sempre e solo!

Voi anche lo pensate… eppure non è così: Sbagliate, sbagliamo!

Ecco…la rivelazione, direi messianica; la ebbi di fronte al pronunciamento di una innocua parola e alle reazioni di shock e di imbarazzo che seguirono.Una parola per smascherare la misera realtà…una parola arcaica, uno spettro che torna dal passato… tataààà: ZitellA.

Una parola pronunciata in mia presenza e via: scuse a catena … “Scusa di che??? Non ho capito”… Incredula di fronte a cotanta rivelazione, mi barcamenavo nelle infauste tenebre mentali.

Cioè, vi è mai capitato di raccontare un aneddoto e pronunciare il termine calvo davanti ad una persona stempiata?…certo che è capitato, ma vi è mai venuto in mente di chiedere scusa??? NO certamente …

Ed invece questo accadde con la parola ZitellA davanti alla ZitellA …  Vi guardate allo specchio e non vi convincete, bhe neanche io.  Pensate che non vi machi niente, avete i pezzi a posto (controllate!): ebbene lo pensate solo voi. Chiunque tu sia e qualunque cosa faccia, resterai ZitellA e giammai single….

Ilaria

 

 

 

Presepe si presepe no, il paradosso dell’integralismo laico

Ho sempre trovato nei dettagli piuttosto insignificanti il pretesto per i miei infiniti viaggi mentali, ho passato cinque anni di scuola elementare a farmene di diversi a causa di alcuni personaggi del presepe che faceva bella mostra di sé nell’atrio della mia scuola, mi appassionava notare quanto poco fossero coerenti con la prospettiva; erano o troppo grandi o troppo piccoli, Baldassarre uno dei magi, viaggiava su un cammello senza una zampa e la coda, ma nessuno pareva volesse rimediare alla cosa, men che meno io.

<<Il presepe è solo  un simbolo>> sosteneva mia Madre e per me invece doveva essere anche bello. Negli anni ’90  tuttavia a nessuno sarebbe venuto in mente di proporre l’eliminazione del presepe e io invece quel presepe così brutto l’avrei eliminato eccome. Chissà se all’epoca qualcuno l’avrebbe cavalcata una battaglia contro i simboli religiosi pur di  non vedere più tale attacco al buon gusto pavoneggiarsi come una Pietà di Michelangelo qualsiasi. Di certo oggi lo difenderei quel presepe bruttissimo da certi integralisti laici che vogliono insegnare a noi cosa sia la laicità vera.

Lo difenderei dalle recenti proposte laiciste dell’Associazione nazionale dei sindaci Francesi (l’equivalente della nostra Anci) che ha formalizzato un vademecum per chiedere l’eliminazione dalla scena pubblica di ogni simbolo religioso, presepi compresi. Lo difenderei anche dai detrattori di casa nostra che in questi giorni hanno aperto una discussione piuttosto animata sul tema.

Uno dei luoghi comuni ampiamente diffuso in questa triste discussione non discussione verte tutto intorno al concetto per cui uno stato laico per dirsi tale dovrebbe eliminare dalla scena pubblica ogni traccia di religione. L’Italia tuttavia è uno stato Laico non uno stato Ateo. La laicità di norma dovrebbe essere l’organizzazione giuridica e politica della società che permette a ciascuno di vivere la propria fede in libertà.

Uno stato laico che intenda dirsi tale non si sognerebbe mai di vietare simboli religiosi per timore che questi possano offendere gli altrui credi, diversamente saremmo davanti ad uno dei più grandi paradossi culturali dei nostri tempi.

Laicità non è totalitarismo “O si fa come dico io o non si fa niente”, ma garantire a chiunque lo spazio per pregare e ci si aspetta che chiunque faccia parte di uno stato laico non si senta in alcun modo offeso dagli altrui simboli religiosi. Perché perdiamo il fiato a definire cosa sia laico, dimenticando di chiederci se laici possiamo dirci tutti quanti.

Chiunque sostenga che un simbolo religioso offenda gli altrui credi non è laico. Un cittadino laico è credente oppure no, ma se sente la sua persona minacciata dalla religione osservata da altri non fa che altro che confermare la regola di quel bue che dice cornuto all’asino, poiché segue le orme di quell’assolutismo clericale che intende imporre, limitare la libertà religiosa per far prevalere alcuni dogma oltre i quali non deve esserci nulla.

L’integralista cristiano ad esempio essendo contro l’aborto intende proibirlo a tutti, uno stato laico invece garantisce gli strumenti a chiunque lo volesse, di praticarlo sulla sua persona.

L’integralismo laico è contro i simboli religiosi nei luoghi pubblici ed intende proibirli a tutti, uno stato laico invece permette che la religione di ogni cittadino, qualunque essa sia, venga manifestata anche nei luoghi pubblici.

Sarebbe bene allora tornare a comprendere il significato di “bene pubblico” che per definizione garantisce l’assenza di rivalità e la non escludibilità nella sua fruizione. In pratica una volta che il bene pubblico esiste è impossibile impedirne la fruizione ad alcuni soggetti in favore di altri, così come è impossibile il consumo di un bene pubblico da parte di un individuo che impedisca ad altri di consumarlo nello stesso identico modo. Il bene pubblico permette ogni cosa a tutti. Un bene pubblico è libertà, costringere in uno spazio pubblico regole che denigrano simboli religiosi di fatto va contro il concetto di libertà.

E La denigrazione dei simboli religiosi di fatto sconfessa il principio di laicità non lo favorisce.

Signorina, a chi ?

Ci sono arrivata da poco ma da certe verità non puoi prescindere giunge il momento in cui ti trovi a faccia a faccia con loro e sai bene che la sfida che ti lanceranno sancirà una sconfitta solo tua, sono quel genere di verità che battono le carte e che avranno sempre l’ultima parola. Una di queste è tutta dentro il significato dell’appellativo di Signora che sentiamo come “appioppatoci” intorno ai 30 anni di età (anno più anno meno) che irrompe improvviso nella nostra vita come una tegola in testa e come se magicamente prendesse vita, si piazza di fronte a noi , ci schiaffeggia e ci dice franca e spavalda <<Si bella hai capito bene, stai invecchiando>>.

E questa tegola ha la forma dell’adolescente su un mezzo pubblico “Mi scusi Signora è occupato?” del salumiere “Signora altro?” del tipo in fila davanti a te alla cassa del supermercato “Signora vuole passare per prima?”.

Una tegola fetente, sulla quale nel momento successivo in cui pronuncia quel –SI-GNO-RA-, concentriamo tutte le nostre insicurezze, paure, incazzature: <<scusami ragazzino, quanti anni pensi che ci togliamo ?>> ; <<Ma con che faccia… lei potrebbe essermi padre >><< Signora a me? Ma come si permette si faccia la fila sua>> lo abbiamo pensato, lo abbiamo detto veramente, lo abbiamo perfino urlato, manifestato, sospirato ed è successo a tutte.

Questa cosa del Signora rispetta spesso un’escalation che prevede regole ben precise: prima viene il trauma, poi la paura di aver perso l’aspetto della ragazza spensierata a cui siamo tutte affezionate, ecco poi le rassicurazioni degli amici –ma dai dopo i 18 anni per gentilezza siete tutte signore-poi la presa di coscienza –eh ma a 20 anni nessuno mi ha mai chiamato signora- poi la rassegnazione e infine la scoperta della meravigliosa fortuna di esserlo davvero una Signora. Si! Ho scritto “fortuna” e spiegherò in breve perché ho voluto osare tanto (avevate capito che fin qui era una premessa no?).

Signore lo siamo sempre state c’è poco da fare, ma cosa ancora più importante Signora non è non più giovane, è altresì un dato di fatto, è ciò che sarebbe dovuto essere e che è sempre stato, siamo noi che ci guardiamo allo specchio e l’immagine che ci rimanda ci dice “complimenti sei una Donna” e tant’è. Signora è la migliore versione di noi stesse. E siamo Signore a 18 come a 100 anni.

Signora è quel romantico Madonna senza temere di incappare in paragoni audaci, che letteralmente è Signora mia antico appellativo con il quale si dimostrava rispetto nei confronti della Donna e lo splendido contributo di Giacomo da Lentini con la citazione <<Madonna, dir vi voglio como l’amor m’à priso>> basta e avanza per spiegarne la magia. Signora badate bene. Non signorina.

Termine, quel signorina che se proprio dobbiamo dirla tutta è desueto e perfino illegale, poiché decaduto per legge approvata in parlamento nel 1990, secondo questa le donne, al compimento del diciottesimo anno d’età sono tutte indistintamente Signore. Signorina è un termine quasi sessista, anzi lo è di certo. E’ una carogna che vuole sancire una divisione tra donne presumibilmente single e donne verosimilmente impegnate, squisitamente legata all’età. Rimanda le donne ad una loro supposta e diversa condizione sociale: quella di donne maritate (come si diceva un tempo, cioè appartenenti al marito)e di donne da maritare.

Attualmente è uno dei  più granitici refusi storici, un avanzo di un’epoca in cui le donne erano considerate così piccole da non poter far nulla senza il consenso del padre, del fratello e del fidanzato. Quante volte ci hanno rivolto l’odiosa domanda “Signora o signorina ?” per non apparire ne’ troppo indelicati ne’ troppo audaci. Ebbene ora sappiamo che sull’argomento non dovremmo avere più dubbi signorina anche basta, confonde le idee, ci costringe, ci svilisce anche.

Succede quando viene utilizzato come termine di confronto per rilevare caratteristiche fisiche o psichiche ritenute tipiche del sesso femminile: questo non è uno lavoro per signorine!

Capita quando sottende la probabilità che la nostra interlocutrice sia libera da impegni coniugali. Signorina è un posto libero a teatro, un tavolo sgombro al ristorante, una fila di poltrone al cinema.

Siamo Signore per la miseria. E riflettiamoci perché mentre ci disperiamo davanti  alla mazzata di un “Signora” o proviamo gratificazione grazie a quel signorina pensiamo che nessuno si sognerebbe mai di chiamare un uomo signorino. Un uomo di contro, è sempre signore, che sia sposato oppure no.

Con Hillary Clinton Presidente, il femminismo ha (quasi) vinto

Il 2016 sarà l’anno delle elezioni presidenziali per gli Stati Uniti d’America.Gli americani si preparano a scegliere il successore del presidente Barack Obama e tra i vari sondaggi spicca prepotente il nome di Hillary Clinton, colei che ha saputo superare a sinistra la definizione di first lady, conquistandosi una grande fetta di credibilità tra i leader mondiali.

Un’eventuale vittoria della Clinton aggiungerebbe un altro record a quelli già collezionati dai presidenti democratici (Bill Clinton fu il più giovane, Obama il primo presidente nero) la Clinton in caso di vittoria, sarebbe la prima Donna  presidente degli stati uniti D’America.

Un cambiamento epocale, che se dovesse raggiungersi nel 2016 segnerebbe secondo i più, un favorevole punto di non ritorno per quanto riguarda il tema dibattuto a livello internazionale della disparità di genere.

L’elezione della Clinton genererebbe uno tsunami culturale con effetto domino assicurato, chi sostiene che questo sia semplice conformismo femminista sbaglia. Per diversi motivi:

“L’uomo” più potente del mondo sarebbe una Donna:

E potremmo anche fermarci qui. L’opinione pubblica sull’argomento potere e donna ha dimostrato nel corso degli ultimi anni di essere quanto meno confusa. Culturalmente radicata è la convinzione che ai vertici del potere ci debbano essere uomini con il sostegno timido e scansato della donna brillante vista casomai come un capace braccio destro, esattamente ciò che ha rappresentato la Clinton prima con il marito dal 1993 al 2001 e in ultimo affianco alla leadership di Barack Obama. Hillary Clinton è dunque pronta per il salto di qualità, stavolta a differenza del 2008, non corre più come statista, ma come statista, moglie, mamma e nonna che intende diventare la donna più potente del mondo.

Hillary Clinton è femminista e sinceramente:

La Clinton non finge di lottare dalla parte delle donne per un semplice tornaconto elettorale. Lei femminista lo è sempre stata, lo sanno i democratici ma anche i repubblicani. Sua è la battaglia contro il cosidetto gender gap salariale, la differenza fra retribuzioni legato al «genere». Ed è proprio questo il tema con il quale Hillary Clinton ha cominciato la sua pre-campagna elettorale. La candidata dem favorita ha dichiarato che le donne sono ancora troppo poche nei settori chiave della rivoluzione tecnologica e industriale; e che non ha senso che queste continuino a percepire una retribuzione inferiore ai colleghi maschi.E noi sappiamo che ha ragione da vendere.

Le donne potenti che difendono le donne, sostengono Hillary:

Non c’è nulla che mi entusiasma tanto quando coloro che volgarmente definiamo donne “arrivate” che anziché crogiolarsi nel potere lottano dalla parte delle ultime tra le ultime. In questo insieme, un posto d’onore lo merita sicuramente Christine Lagarde. Il direttore del Fondo Monetario Internazionale è dalla parte di Hillary Clinton. La Lagarde ha presentato a febbraio scorso uno studio condotto proprio dal FMI che mette in luce la perdita in termini di PIL che il sessismo sul lavoro genera sull’economia internazionale. <<Occorre investire sulle donne per uscire dalla crisi>> è l’imperativo categorico utilizzato da Christine Lagarde e per arrivarci Hillary Clinton attualmente è sicuramente il testimonial perfetto.

And the last but not the least:

E’ dunque dall’America che potrebbe arrivare la spinta per abbandonare la propaganda e attuare la partecipazione paritaria delle donne, in politica e soprattutto nel mercato del lavoro. E non è vero che la strada battuta fino ad oggi abbia prodotto risultati considerevoli, non lo è soprattutto da noi in Italia e il numero dei ministri Donna o della composizione dei cda delle più grandi imprese Italiane, non fanno testo.

Il femminismo messo da parte a partire dai primi anni del 2000 perché ritenuto superato concettualmente e nel merito, è destinato a tornare in grande spolvero e questa volta promette di terminare ciò che ha cominciato il secolo scorso.E questa volta ha tutta l’aria di volersi prendere tutto.

Tra parentesi (Le #DonneComuni di Intimissimi esattamente, cosa ci vogliono comunicare?)

Le pubblicità di intimo femminile ci hanno abituate da tempo a immagini di donne meravigliose dotate di raro sex appeal e di una bellezza mozzafiato, a quelle portatrici sane di un capitale erotico così manifesto da indurci quasi a dubitare che il messaggio pubblicitario sia rivolto a noi Donne. Tutto nella norma  tuttavia, nel mondo delle pubblicità lo sappiamo bene le donne sono ipersessualizzate o sante in terra, ci abbiamo per così dire fatto il callo, come a dire <<contenti loro…>> che ci vogliamo fare.

Il noto marchio Intimissimi però con il progetto #ImAStory nato con lo scopo di mandare in onda spot dove le protagoniste sono  “donne comuni” è andato decisamente oltre, generando a mio avviso un vero e proprio pastrocchio comunicativo.

Le protagoniste scelte a detta dell’azienda, non sono modelle professioniste; abbiamo la designer, la ballerina, la studentessa, la personal trainer, l’imprenditrice, la floral designer, l’attrice e la cantautrice.Potrebberlo esserlo però giacchè da un punto di visto meramente estetico tra queste “donne comuni” e le testimonial storiche del medesimo marchio non c’è alcuna differenza.E’ vero la bellezza si trova ovunque e spesso è anche notevole ma ciò che mi fa dubitare della buona fede di intimissimi è quel messaggio non messaggio che vorrebbe inviare alle possibili acquirenti:

“Anche le donne comuni sono belle” Capirai che novità.

“Le donne comuni sono donne di successo se sono belle” Sarebbe il colmo.

“Il nostro intimo è perfetto per tutte le donne comuni a patto che rispettino i canoni della bellezza da passerella” Ma anche no.

E allora? Se lo scopo  è quello di mandare in onda un modello di donna più rassicurante e decisamente più vicino all’immagine reale delle donne allora gli addetti alla comunicazione di intimissimi hanno fatto proprio un bel buco nell’acqua con triplo carpiato e panciata annessa. Quel tripudio di ammiccamenti, quell’autocelebrazione dell’armoniosità delle proprie forme, quell’ostentazione di un lavoro così glamour è quanto di più lontano possa esistere dalla realtà.

Vogliamo parlare di donne comuni? Bene rendeteci glamour l’intimo spagliato, quello  di “accidenti ho scordato di fare la lavatrice”, del reggiseno nero e le mutande a fiori o degli slip in pizzo e il top sportivo per capirci meglio, rendeteci meravigliosamente bella una prima o una settima, diteci che sono straordinarie  le mutande del ciclo, che trasudino di glamour la giovane studentessa piegata a studiare con il pigiama di flanella, le precarie che si accontentato del pacco di slip 3 x2, le neomamme con i capezzoli che goggiolano latte h24, le pancere ma quelle vere però, rendeteci credibili prima ancora che belli i reggiseni a fascia senza spalline, i collant che ci tagliano la vita, trasformate nella quintessenza del fashion una bella settantenne nel suo intimo preformato.

Se di donne comuni dobbiamo parlare allora che donne comuni siano. Donne che quando lavorano non lo fanno in due pezzi o con la necessità di apparire sensuali a costo della vita. Tutto il resto è fuffa. Tutto il resto è quello che è sempre stato, donne fortunate che potrebbero indossare anche cineserie da due soldi sulle quali nessuna ha mai avuto nulla da ridire e che per professione fanno le modelle.

Diversamente è il caos: se non siamo tutte modelle e non siamo neppure “donne comuni” allora noi, che caspiterina siamo?

Il sessismo che non ci piace è quello dei fatti.Una mattina nei panni della Signora Berta.

Berta è una Donna di 55 anni ed è impiegata nell’ufficio postale del suo paese.Berta è istruita pur avendo scelto di non frequentare l’università, ha sempre letto, soprattutto i giornali la mattina quando dopo aver accompagnato i due nipoti a scuola, si ferma al bar di fronte al suo ufficio per fare colazione e leggere le ultime notizie di politica locale e nazionale.

Anche questa mattina ha rispettato la tradizionale e piacevole routine. Ordina il solito cappuccio decaffeinato allungato con latte freddo e la brioche integrale e si siede a sfogliare il quotidiano. Legge con molta attenzione la notizia dei senatori D’Anna e Barani che hanno rivolto un gesto dal gusto squisitamente maschilista ad una collega donna “sti porci” riflette, e manda giù il primo boccone di brioche “ormai in quel posto non è rimasto il  minimo briciolo di dignità” .Sorseggia il cappuccino “siamo lo schifo del mondo”.E poi non ci pensa più.

Volta pagina, la numero 3, quel numero le ricorda quanti sono i suoi figli, sorride un attimo, forse meno, il titolo che le si palesa davanti svilisce ogni suo tentativo di far durare quel sorriso di più:

Opzione Donna, le Italiane preferiscono prendere una pensione più bassa ma subito.

“Cos’è sta stronzata”, riflette, senza neppure leggere la notizia spinta più che altro dall’altissimo livello di “fiducia” nei confronti del mondo istituzionale in generale.

Decide di dare una possibilità all’articolo e continua “…sono state 8.545. Sono le richieste accolte dall’Inps per accedere alla cosiddetta “opzione donna”, la possibilità riservata alle lavoratrici di andare in pensione prima, ma accettando un assegno più basso. Un’opzione al ribasso che però “piace” ed è motivo di malcontento tra le lavoratrici che potrebbero usufruire del beneficio ma dopo la data utile per accedervi. Il “Comitato opzione Donna”, definisce immotivata e ingiusta la chiusura anticipata di questa possibilità.In Italia le Donne prendono già il 20 % in meno di pensione rispetto agli uomini.”

“Che stronzata” per conferma la sensazione precedente. Chiude il quotidiano ed esce dal Bar ancora tutta scossa dalla notizia sul giornale, “Ci siamo convinte che il bene per noi sia questo barbaro ricatto pensionistico, col cacchio che voglio di meno, lavoro da 30 anni datemi i soldi e tutti”.

Arriva in ufficio, sistema il trench sullo schienale della sedia e poi la borsa, tira fuori il cellulare dalla tasca dei pantaloni lo poggia sul tavolo. Saluta il suo collega Mauro. E’ fresco come una rosa. Berta gli vuole un gran bene ma il suo essere maschio e fresco questa mattina la ripugna “35 anni a passati a pensare ai figli, poi ai nipoti e alla casa, lavoro e questo coso prenderà più soldi di me”.Poi ci ripensa “che colpa vuoi che abbia coso”.Riaffiora nella sua mente il primo articolo letto stamattina sui gesti sessisti dei due senatori e pensa che non c’è da sorprendersi se in Italia continueranno ad esserci sempre più Opzioni Donna e sempre meno Opzioni stronzi. Ai gesti di cattivo gusto Berta è abituata da una vita, che questi tizi però abbiano anche la responsabilità di decidere del suo futuro ma anche no.

<<Mauro alle 11 mi offri un caffè, oggi hai la responsabilità di ricordarmi che esistono ancora uomini per bene>>.

Il Gender negli anni ’90 quando Vagina era una parolaccia e la nostra mamma si chiamava “cavolo”.

Erano i meravigliosi anni ’90 e mi accingevo a diventare grande con il traumatico passaggio dall’asilo alla scuole elementari. Ho vari ricordi di quegli anni, molti sono belli altri meno, ne ho pochissimi di cui conservo ancora ogni singolo dettaglio, uno di questi ha avuto il potere di cambiare in maniera notevole il mio approccio con gli altri anche nella vita adulta.

A 7 anni ero una bambina sveglia, curiosa e sveglia, all’ epoca non avevamo internet, il mio personalissimo motore di ricerca era il libro di anatomia che una mia zia aveva abbandonato a casa dei miei ( un tempo casa dei suoi) quando era ancora una studentessa di medicina. Provavo una sorta di paura verso quelle immagini così reali e forti e nello stesso tempo una morbosa curiosità che mi portava ad aprire quel libro ogni volta che restavo sola.

Ho avuto la possibilità di osservare i corpi nudi di donne mature, gli organi genitali dei maschi, avevo appreso che quella che avevo in mezzo alle gambe si chiamava Vagina che il pisellino dei maschi era un Pene. Che il Pene si incastrava perfettamente con la Vagina e cose di questo genere, nulla però del mio nuovissimo bagaglio culturale aveva cambiato di una virgola la mia vita o il mio comportamento di bimba.

Come ogni bambina però non conoscevo il significato della parola discrezione e ogni volta che scoprivo qualcosa di nuovo mi sentivo insignita dalla gravosa responsabilità di riferirlo alle mie amichette. Così una mattina a scuola durante la ricreazione, avevo deciso che avrei svelato alla mia amica Giusy ( nome di fantasia) come nascono realmente i bambini.

La discussione andò più o meno così:

-Le mamme restano incinte perché il pisellino di papà entra nella sua Vagina…

-Cos’è la Vagina?

-La pipì delle femmine…

-No, non è vero è l’angioletto che mette il bambino nella pancia della mamma e poi esce dalla pancia perchè viene tagliata e ricucita. Dalla pipì non esce niente perché è troppo piccola.

-Si chiama Vagina, i bambini escono dalla Vagina della mamma perché diventa grande come un melone.

Non lo avessi mai detto. Ricordo come se fosse ieri Giusy in lacrime letteralmente traumatizzata mentre corre dritta dalla maestra a raccontarle tutto, come ricordo anche il conseguente cazziatone della maestra che sosteneva la verità di Giusy aggiungendo inoltre che se non è l’angioletto a fare il “regalino” ai genitori allora sarebbero stati il cavolo o la cicogna. E poi disse che Vagina era una parolaccia, che non dovevo dirlo mai più che una bimba brava non avrebbe dovuto pronunciare quelle parole. Peccato che io fossi davvero convinta della mia verità, e non volli cedere neppure quando i genitori di Giusy si presentarono a casa dei miei pregandomi di rimangiarmi tutto.

Non capivo davvero cosa avessi detto di così sbagliato, non comprendevo la gravità di quanto stava accadendo, perché trovavo tutto assolutamente naturale.Non mi rimangiai quindi proprio un bel niente.

Qualche giorno dopo la Maestra, spinta dai genitori di Giusy, tenne una lezione assolutamente pazzesca di educazione sessuale: Ovviamente I bambini erano una gentile concessione di un indefinito angioletto, o di un cavolo o di una cicogna a seconda di quanti baci in bocca i genitori si erano dati durante il matrimonio e i bambini malati o diversi erano il frutto di baci senza amore. Disse che il fiorellino delle femminucce così come il pisellino dei maschietti avevano l’esclusivo compito di  farci fare la pipì che non bisognava toccarli perché avremmo commesso un peccato mortale.

Neppure in quell’ occasione stetti zitta <<Vagina>> gridai <<Maestra il fiorellino si chiama Vagina…>> stavo considerando l’idea che la Maestra fosse proprio fuori di testa << …E i Bambini escono dalla vagina perché diventa grande quanto un melone>> Se ancora non fosse stato abbastanza chiaro. Quella volta fini a tarallucci e vino. Mi arresi e il discorso non si aprì mai più.

La prima vera lezione di educazione sessuale arrivò più tardi a 14 anni in prima superiore, quando la naturale crescita psicofisica confermò quella che fino a qualche anno fa era solo una mia fantasia.

Ma neppure quella volta ebbi la soddisfazione di sentir parlare di sessualità.

Uno zelante psicologo spiegò alla mia classe quanto triste e avvilente fosse l’adolescenza, di quanti problemi esistenziali avremmo trovato sulla nostra strada, di quanto difficoltosa sarebbe stata la nostra vita per i prossimi 5 anni. Ma mai una parola su Pene e Vagina, mai una parola sui rapporti sessuali, mai una parola sulla crisi dell’identità sessuale tipica degli adolescenti, mai una parola sui contraccettivi. Mai una parola su nulla di importante. Se avessimo avuto bisogno di parlare dei nostri problemi sessuali, lo psicologo ci avrebbe ascoltato in separata sede previo appuntamento, come se questi ipotetici quesiti non meritassero l’attenzione di tutti, come se fossero una vergogna, qualcosa di cui assolutamente non avremmo dovuto parlare in presenza degli altri.

Oggi si parla di fantomatiche teoria gender di una nuova concezione di sessualità ideologica, fantasie queste si dannose che nulla hanno a che vedere con la realtà che vengono fomentate proprio da chi ancora crede che Vagina o Pene non siano parole che un bambino dovrebbe pronunciare. Di reale pare che ci sia una sorta di apertura al dialogo tra i ragazzi e le istituzioni scolastiche  rispetto al sesso e all’identità sessuale e penso che sia cosa buona e giusta.

Perché il rispetto verso quello che siamo parte soprattutto dalla conoscenza di quello che siamo noi e di quello che sono gli altri. Perché la nostra sessualità non è una parolaccia. Perché nel 2015 era pure ora.

Le favole lasciamole raccontare agli intramontabili fratelli Grimm poiché la differenza tra noi e i bambini risiede solo nella conoscenza della verità che la maturità pare ci abbia voluto regalare, ed è forte quanto la responsabilità di divulgarla esattamente così com’è.

Senza la paura che i bambini crescano deviati, perché vi assicuro che non c’è nulla di più destabilizzante per un fanciullo di scoprire un giorno che siamo vivi grazie ad un volatile, che se siamo “diversi” è perché nella nostra famiglia non c’è abbastanza amore o peggio ancora che il cavolo non si chiama cavolo ma Mamma.

Curvy non è Obesa : Abbiamo davvero bisogno di esempi extralarge ? #orgogliosamenteNOI

Dice “Orgoglio Curvy” e mi illumino di immenso poi guardo le modelle di riferimento e mi illumino di meno.

Dice “Qualche chilo in più ti rende sensuale” poi però riguardo quelle immagini e penso che quelle donne di chili ne abbiano forse molti di più che qualcuno.

State buone però, che chi scrive non è certamente un grissino, anzi. Non è neppure cieca però (anzi).

Ci vedo e mi vedo così bene che posso oggettivamente dire che no, quelle donne non sono curvy: Sono Obese.

E quelle immagini sono dannose esattamente quanto quelle delle donne cagionevoli taglia 36 che sfilano in passerella e sembrano quasi trascinare le loro ossa  verso il patibolo agognando un misero pezzo di pane.

Sono immagini volutamente forti, che distolgono l’attenzione dal modello di normalità al quale tutti dovremmo tendere.

<<Ma dai, le donne normali ma chi se le caca>> ed è vero, questo è il tempo degli eccessi.

Eccessi che in entrambi i casi rischiano di distruggerci.

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Le donne normali sono così ordinarie, così usuali, così comuni, così consuete. Non genererebbero una discussione nemmeno pagando 4 sfigatissimi haters per farlo.

Vuoi mettere invece una bella donna taglia 52 fasciata in una guepiere striminzita venduta al pubblico ludibrio, che ammiccante sembra sussurrarti “tesoro ma che ti lagni con ‘ste diete e mangiala una merendina”.

E mi piacerebbe che sia così, vorrei con tutta me stessa fosse davvero così, dico sul serio, sono disperatamente seria.

Mentre scrivo sono certa che da qualche parte in questa casa abiti una barattolo di nutella solo e bisognoso di attenzione e sarebbe così facile aprirlo, ficcarci dentro un cucchiaio poi fagocitarlo e gaudente pensare  “ahhh che bello, ho ancor un margine di una decina di kg entro il quale posso ancora dirmi orgogliosamente curvy” .Poi però penso di non essere ancora totalmente matta e impazziti non lo sono neppure gli ultimi dati sul tasso di obesità in Italia. La prima informazione che ci riportano è la più preoccupante: L’obesità è sempre più Donna.

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La seconda lo è di meno solo per la regola del mezzo gaudionel 2030 il 20 % degli italiani sarà Obeso”.

Non curvy, non sovrappeso ma obeso.Obesi.Obese.

Quelle immagini ci mentono, ci dicono che l’obesità soprattutto quella femminile è solo una debolezza, e noi ci crediamo. Deve esserlo per forza: restiamo incinte, partoriamo poi allattiamo, ci abbiamo gli ormoni in subbuglio, ci abbiamo le cose da fare, siamo multitasking, e la tiroide. E ce l’abbiamo solo noi la tiroide. Il punto è che noi crediamo di potercelo permettere di diventare grasse, tanto ci abbiamo sempre una buona scusa pronta a chi ce lo fa notare. Una scusa e uno sguardo assassino. E mo ci abbiamo pure le modelle.

Ma l’obesità toglie soldi anche alle nostre tasche. Secondo quanto riportato da Huffingtonpost.com  gli obesi oggi costano al sistema sanitario Italiano ben 9 miliardi di euro.Esattamente 1/5 di quanto ci costa la corruzione.

Se ci pensate le cose che si raggiungono con meno sforzo, nella maggior parte dei casi sono quelle che ci danneggiano di più.

Più semplice rubare che lavorare, più facile mangiare tutto quello che vogliamo piuttosto che imporci delle regole.

E allora perché continuare a perseguire e incoraggiare questo sedicente “orgoglio curvy”?

Diciamoci la verità, a noi l’obesità non piace neppure se patinata, e non è vero che l’indulgenza verso noi stesse debba partire necessariamente da esempi sbagliati.

Sia ben chiaro sono convinta che quelle donne, bellissime si piacciano davvero, ed è cosa buona e giusta e cosa buona e giusta sarebbe che anche noi lo facessimo. Ma non dimentichiamoci che l’accettazione è il primo passo che ci conduce ad un miglioramento di noi stesse, accettarci ci rende tranquille e la tranquillità mentale condiziona positivamente i nostri obiettivi.E chi si accetta raramente resta obeso.

Mi accetto, mi amo, tendo alla versione migliore di me stessa.Questa è la regola.

E io tento di seguirla, certo ci riesco quasi mai ma non mi consolano le immagini delle donne obese che ci vendono per curvy.

Curvy non esiste, esistiamo noi: Magre, grasse, normopeso, con la quarta, la prima, la zero, la decima, che ci guardiamo allo specchio e sappiamo benissimo cosa è meglio per noi stesse.

E state ben tranquille che non esiste al mondo copertina così meravigliosamente rassicurante in grado di suggerircelo.

Orgogliose si, ma orgogliosamente NOI.