A Colonia si è consumato un attentato sessista altro che molestie

Vi darò un fatto che dovrete utilizzare come effetto e di cui dovrete associare una possibile causa:

“Centinaia di ragazze vengono molestate da circa 1000 tra clandestini e richiedenti asilo durante i festeggiamenti nella notte di capodanno”

Secondo quanto asseriscono certi mezzi di informazione la quasi totalità dell’opinione pubblica in merito a questo si divide tra chi attribuisce la causa alla tipica libido fuori controllo del maschio alfa e chi invece alla religione dei molestatori.

E’ totalmente fuori discussione inserire nel ragionamento qualsiasi altro dato che consentirebbe di renderlo meno approssimativo e quindi più funzionale alla soluzione, totalmente. Sarebbe come camminare su un filo sospeso carichi di BLA e basterebbe un semplice BLA al di fuori dai BLA BLA generali per farci collassare a terra dalla parte dei cosiddetti buonisti o tra gli intolleranti.

E’ assolutamente esclusa l’esistenza di altre categorie di opinioni, eppure non posso trattenermi dalla voglia di dire due cosette a tutti coloro che in risposta alle violenze avvenute a Colonia rispondono con improbabili argomentazioni che sviliscono il problema chè tanto la cosa riguarda tutti, tutte e in tutto il mondo. Come dire: anche noi in Italia ne sappiamo qualcosa giusto?

Attenzione nessuno ci vieta di sederci comodi su un morbido sogno al profumo di vaniglia nel quale l’unico attentato esistente è quello alla linea durante le festività natalizie, peccato solo che questo non avrà il potere di trasformarsi in realtà. Non so neppure così certa che la diffusa sottovalutazione di quanto accaduto a Colonia sia dovuta ad ottimismo estremo o ad un’intenzionale voglia di distorcere la realtà. Non ho capito bene se ci sono o se ci fanno in pratica.

Dalle palpeggiate furtive sulla metro a quegli sguardi che sanno essere da soli più invadenti di una pacca sul sedere, conosciamo tutte quella sgradevole sensazione spesso imbarazzante e molte volte spaventosa di essere l’oggetto di attenzioni sessuali sgradite. Una molestia è tale perché irrompe improvvisa senza rispetto nella nostra vita e tenta di invadere la nostra sfera più intima senza chiedere il permesso. Un molestatore è l’autorevole avvocato o il poveretto che vende accendini in stazione, protagonisti consapevoli entrambi di storie di ordinaria violenza sessuale.

A Colonia il 31 Dicembre scorso tuttavia non si è trattato di violenza ordinaria ma si è consumata un’aggressione organizzata; quattrocento sono state le denunce che la polizia tedesca ha raccolto fino ad ora e si pensa che possano aumentare ancora.Erano più di mille gli aggressori che la notte di S.Silvestro hanno pesantemente palpeggiato centinaia di Donne nonché aggredite con violenza. Le aggressioni sarebbero avvenute con questa dinamica: gruppi di cinque o sei uomini che circondavano di volta in volta una sola vittima, palpeggiandola e derubandola. Il capo della polizia Wolfgang Albers, ha sempre parlato di “una dimensione di reato completamente nuova”. Nonostante ciò in Italia si leggono titoli terrificanti che ci parlano del desiderio di libertà di quegli uomini sradicati dalla loro terra. Roba da pazzi come a voler togliere il titolo di vittime alle donne per regalarlo ai molestatori e su un vassoio d’argento pure.C’è nulla di più paradossale?

Il territorio di provenienza di un molestatore non può rappresentare un’attenuante se appartenente al cosiddetto terzo mondo. Non è lecito e in alcun modo tentare di addurre giustificazioni attraverso saggi inviti al mea culpa. Non dico che in Europa il sessismo sia ormai un lontano miraggio, infatti violenze domestiche, donne uccise, molestie in strada e tutto ciò che rappresenta il contrasto alla libertà sessuale e sull’ aborto sono problemi purtroppo attuali. Tuttavia non c’è alcun nesso tra l’incontrollata e barbarica deriva testosteronica di ogni angolo del mondo e la Gan Bang di Colonia. A dirlo, tra gli altri è il capo del Bundeskriminalamt (l’anticrimine federale), Holger Muench, al Rbb Inforadio dichiara “È chiaro che gli aggressori sono arrivati da più regioni, a Colonia come in altre città. Normalmente una cosa del genere viene organizzata e noi riteniamo sia stata organizzata”.

Le uniche vittime a Colonia sono state le donne che in quel momento altro non erano che corpi disponibili, nei confronti dei quali più di mille, tra richiedenti asilo e clandestini provenienti dai territori Siriani, non hanno creduto di offrire il benché minimo rispetto. Questo è un fatto e le fantasiose ricostruzioni di chi è caduto sul pianeta terra l’altro ieri non dovrebbero influenzare la nostra opinione. Quando si afferma che il dramma del patriarcato e del maschilismo diffusi nei paesi arabi e dentro la religione islamica è paragonabile a quello tutto interno alla cultura Europea non solo si mente senza alcuna vergogna ma si ridicolizza il dramma delle donne arabe che non lamentano una pacca sul sedere in autobus ( gesto orribile e grave) ma l’azzeramento della propria libertà in toto. Pertanto va detto che le migrazioni di massa portano anche a casa nostra questi elementi fondativi che talvolta si saldano con i nostri e ammetterlo senza vivere nel timore di fomentare l’islamofobia. Nessuno mette in discussione l’integrazione che è quel valore assoluto di un paese civile, democratico e accogliente ma si apra una discussione seria sugli elementi che in questa fase di unione devono essere accolti e su quelli da escludere categoricamente e non tollerati.Nessuno parli di civile convivenza altrimenti.Nessuno.

 

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Arabia Saudita: Le donne al voto per la prima volta nella storia (se gli uomini lo vorranno però)

In occasione delle elezioni municipali e per la prima volta nella storia, in Arabia Saudita potranno votare e candidarsi anche le donne. Tra parentesi, a nessun cittadino è ancora permesso di votare per il governo nazionale, perché l’Arabia Saudita resta una delle più granitiche realtà dittatoriali sul pianeta terra nonostante l’assurda nomina dell’ambasciatore saudita Faisal bin Hassan Thad, chiamato a presiedere il comitato consultivo del Consiglio Onu dei diritti umani. Nulla di strano se vivessimo nel mondo fantastico di Assurdia (inventato da me è una sorta di appendice degenere del mondo di Fantasia dal più famoso film “la storia infinita”) tuttavia il fatto che sia accaduto nella realtà, fa slittare di diritto Assurdia nel nutrito gruppo dei mondi più credibili del nostro.Chiusa parentesi.

Sul diritto di voto alle donne saudite mi piacerebbe davvero parlare di svolta storica tutta intesa a dare loro quella sudata legittimità che meritano ma non è proprio così anzi paradossalmente la pezza, in questo caso, è di gran lunga peggiore del buco.
Ricordiamo che l’Arabia Saudita è il paese più esteso della penisola arabica e l’assetto governativo da cui è retta farebbe impallidire “l’innocuo” nepotismo occidentale giacché è tutto e per tutto in mano alla famiglia al-Saud dal 1932. Il re era il fratello di, che a sua volta era il figlio di e che verosimilmente sarà il padre di. Famiglia questa, obbligata tuttavia a dividere il potere con il clero autoctono famoso per predicare un Islam piuttosto severo che lascia ben poco alla tolleranza e che nei confronti delle cittadine diventa addirittura tirannico.

L’Arabia Saudita non vuole bene alle sue donne che sono sottomesse all’uomo per legge. Il libero arbitrio di una donna è subordinato a quello del marito, dal padre e del fratello. Illuminante in tal senso, un antico proverbio saudita <<Una ragazza non possiede altro che il suo velo e la sua tomba>> ancora troppo attuale.

Non è un semplice voler pensare male questa cosa del voto alle donne saudita giacché così come è regolamentato altro non è, se non l’ennesima trovata -semmai ce ne fosse ancora bisogno- per denigrarle agli occhi del mondo intero.

E’ vero, sta accadendo qualcosa prima d’ora inimmaginabile, ma permettetemi di definire quantomeno controversi i modi e i termini attraverso i quali ciò avverrà e che fanno apparire il tutto un po’ ambiguo e ancora troppo lontano dal concetto di civiltà.

Innanzitutto per le candidate donna non è stato affatto facile fare campagna elettorale. A queste è stato proibito per legge di fare comizi pubblici alla presenza di uomini tant’è vero che a parlare al posto loro sono stati chiamati sostituti maschili.

Su Saudi Gazette, uno dei pochissimi giornali scritti in lingua inglese si legge:

<<Le donne possono nominare degli uomini per parlare agli elettori al loro posto. Questi rappresentanti guarderanno gli elettori e diranno loro: la nostra candidata vi dice “buongiorno” e promette di fare questo e quello per la città>>

In soldoni le donne saranno si, coinvolte nelle elezioni ma sarà vietato loro di parlare. Candidate dunque, ma solo di nome. Dice “Potranno comunque scegliere i loro rappresentanti” e invece la mazzata si presenta anche qui. Per partecipare al voto come elettore, è necessario un documento di identità valido e per ottenerlo sarà indispensabile il permesso del familiare maschile più prossimo. Senza contare che essendo ancora in auge il divieto per le donne di guidare automobili e più in generale essendo obbligate a rispettare severi regolamenti sulla libera circolazione è plausibile pensare che non sarà garantita una massiccia presenza femminile alle urne. Dovranno chiedere il permesso per uscire di casa, dovranno essere accompagnate, dovranno attendere che sia un uomo a concedere loro di esprimere una preferenza.

Non è libertà di scelta questa, non è libertà di voto questa, questa è una passata di intonaco fresco su una parete fatiscente nulla di più.

Appaiono perciò di cattivissimo gusto e oltremodo discutibili i titoloni dei giornali occidentali che riportano come una delle più grandi vittorie del secolo la concessione del voto alla donne in Arabia Saudita. Se vittoria abbiamo deciso di definirla allora io non la accetto, i subdoli mezzi per la denigrazione femminile sotto mentite spoglie di diritti non sono una vittoria, rappresentano una sconfitta. Libertà e diritti sono imprescindibili, e non esiste al mondo che si possa barattare la prima per ottenere la brutta copia dei secondi, specie se si parla di donne, specie se alcuni paesi che rifuggono da questa ovvietà sono amici “nostri” e pure da 80 anni.

Zitella…Ops: Uno spettro dal passato

Di: Ilaria Le

Ormai vicina, ma ancora a distanza di sicurezza, dagli anta, ufficialmente single e senza prole, superate con scioltezza le domande di rito e le relative risposte sbigottite:

Non sei sposata!? E non hai figli?!”,

Affrontata la fase dello sguardo incuriosito e diffidente del

cosa avrà che non va…ha studiato, ha un lavoro, non è un cesso … ,

catalogata nella classificazione

specie strana”,

Pensavo di essere scivolata nella zona di indifferenza del paesano medio e di poter lavorare serenamente… per quanto consapevole che la mia prontezza e le mie risposte brusche siano sempre e necessariamente attribuite allo status single. Sempre e solo!

Voi anche lo pensate… eppure non è così: Sbagliate, sbagliamo!

Ecco…la rivelazione, direi messianica; la ebbi di fronte al pronunciamento di una innocua parola e alle reazioni di shock e di imbarazzo che seguirono.Una parola per smascherare la misera realtà…una parola arcaica, uno spettro che torna dal passato… tataààà: ZitellA.

Una parola pronunciata in mia presenza e via: scuse a catena … “Scusa di che??? Non ho capito”… Incredula di fronte a cotanta rivelazione, mi barcamenavo nelle infauste tenebre mentali.

Cioè, vi è mai capitato di raccontare un aneddoto e pronunciare il termine calvo davanti ad una persona stempiata?…certo che è capitato, ma vi è mai venuto in mente di chiedere scusa??? NO certamente …

Ed invece questo accadde con la parola ZitellA davanti alla ZitellA …  Vi guardate allo specchio e non vi convincete, bhe neanche io.  Pensate che non vi machi niente, avete i pezzi a posto (controllate!): ebbene lo pensate solo voi. Chiunque tu sia e qualunque cosa faccia, resterai ZitellA e giammai single….

Ilaria

 

 

 

Signorina, a chi ?

Ci sono arrivata da poco ma da certe verità non puoi prescindere giunge il momento in cui ti trovi a faccia a faccia con loro e sai bene che la sfida che ti lanceranno sancirà una sconfitta solo tua, sono quel genere di verità che battono le carte e che avranno sempre l’ultima parola. Una di queste è tutta dentro il significato dell’appellativo di Signora che sentiamo come “appioppatoci” intorno ai 30 anni di età (anno più anno meno) che irrompe improvviso nella nostra vita come una tegola in testa e come se magicamente prendesse vita, si piazza di fronte a noi , ci schiaffeggia e ci dice franca e spavalda <<Si bella hai capito bene, stai invecchiando>>.

E questa tegola ha la forma dell’adolescente su un mezzo pubblico “Mi scusi Signora è occupato?” del salumiere “Signora altro?” del tipo in fila davanti a te alla cassa del supermercato “Signora vuole passare per prima?”.

Una tegola fetente, sulla quale nel momento successivo in cui pronuncia quel –SI-GNO-RA-, concentriamo tutte le nostre insicurezze, paure, incazzature: <<scusami ragazzino, quanti anni pensi che ci togliamo ?>> ; <<Ma con che faccia… lei potrebbe essermi padre >><< Signora a me? Ma come si permette si faccia la fila sua>> lo abbiamo pensato, lo abbiamo detto veramente, lo abbiamo perfino urlato, manifestato, sospirato ed è successo a tutte.

Questa cosa del Signora rispetta spesso un’escalation che prevede regole ben precise: prima viene il trauma, poi la paura di aver perso l’aspetto della ragazza spensierata a cui siamo tutte affezionate, ecco poi le rassicurazioni degli amici –ma dai dopo i 18 anni per gentilezza siete tutte signore-poi la presa di coscienza –eh ma a 20 anni nessuno mi ha mai chiamato signora- poi la rassegnazione e infine la scoperta della meravigliosa fortuna di esserlo davvero una Signora. Si! Ho scritto “fortuna” e spiegherò in breve perché ho voluto osare tanto (avevate capito che fin qui era una premessa no?).

Signore lo siamo sempre state c’è poco da fare, ma cosa ancora più importante Signora non è non più giovane, è altresì un dato di fatto, è ciò che sarebbe dovuto essere e che è sempre stato, siamo noi che ci guardiamo allo specchio e l’immagine che ci rimanda ci dice “complimenti sei una Donna” e tant’è. Signora è la migliore versione di noi stesse. E siamo Signore a 18 come a 100 anni.

Signora è quel romantico Madonna senza temere di incappare in paragoni audaci, che letteralmente è Signora mia antico appellativo con il quale si dimostrava rispetto nei confronti della Donna e lo splendido contributo di Giacomo da Lentini con la citazione <<Madonna, dir vi voglio como l’amor m’à priso>> basta e avanza per spiegarne la magia. Signora badate bene. Non signorina.

Termine, quel signorina che se proprio dobbiamo dirla tutta è desueto e perfino illegale, poiché decaduto per legge approvata in parlamento nel 1990, secondo questa le donne, al compimento del diciottesimo anno d’età sono tutte indistintamente Signore. Signorina è un termine quasi sessista, anzi lo è di certo. E’ una carogna che vuole sancire una divisione tra donne presumibilmente single e donne verosimilmente impegnate, squisitamente legata all’età. Rimanda le donne ad una loro supposta e diversa condizione sociale: quella di donne maritate (come si diceva un tempo, cioè appartenenti al marito)e di donne da maritare.

Attualmente è uno dei  più granitici refusi storici, un avanzo di un’epoca in cui le donne erano considerate così piccole da non poter far nulla senza il consenso del padre, del fratello e del fidanzato. Quante volte ci hanno rivolto l’odiosa domanda “Signora o signorina ?” per non apparire ne’ troppo indelicati ne’ troppo audaci. Ebbene ora sappiamo che sull’argomento non dovremmo avere più dubbi signorina anche basta, confonde le idee, ci costringe, ci svilisce anche.

Succede quando viene utilizzato come termine di confronto per rilevare caratteristiche fisiche o psichiche ritenute tipiche del sesso femminile: questo non è uno lavoro per signorine!

Capita quando sottende la probabilità che la nostra interlocutrice sia libera da impegni coniugali. Signorina è un posto libero a teatro, un tavolo sgombro al ristorante, una fila di poltrone al cinema.

Siamo Signore per la miseria. E riflettiamoci perché mentre ci disperiamo davanti  alla mazzata di un “Signora” o proviamo gratificazione grazie a quel signorina pensiamo che nessuno si sognerebbe mai di chiamare un uomo signorino. Un uomo di contro, è sempre signore, che sia sposato oppure no.

“Vi supplico, bombardateci!” la preghiera delle schiave Yazidi e gli stupri di guerra di oggi e di ieri

Due giorni fa la trasmissione piazza pulita ha trasmesso il crudo reportage del giornalista Corrado Formigli sulla riconquista da parte dei Curdi di Sinjar. Tra le altre cose è stata testimoniata la mattanza dei Yazidi, una minoranza religiosa le cui donne, adolescenti e bambine sono state ridotte in schiavitù sessuale dallo stato islamico nel nord dell’Iraq.

Esiste un posto nel mondo oggi, in cui donne e bambine vengono stuprate e torturate quotidianamente fino a trenta volte al giorno e più dalla ferocia Jihadista. E vale la pena ricordarlo oggi che la bestialità disumana ha preso i contorni di una certezza così ingombrante e terrificante che non conosce confini invalicabili e ci costringe in un angolo, impietriti. Vale la pena ricordalo oggi, in questi tempi bui che ci ricordano che sono ancora le donne le principali vittime di violenza in tempo di pace così come in tempo di guerra.

Sono in migliaia le donne Yazidi tenute prigioniere violentate e torturate, vendute come spose ancora bambine a uomini adulti. Un incubo dalle dimensioni inimmaginabili dal quale la maggior parte di loro sanno già di non poter uscire vive e che le conduce a guardare alla morte come alla più splendente delle  speranze.

Amnesty International aveva già presentato esattamente un anno fa un rapporto al riguardo  “Fuga dall’Inferno”  che raccoglie le testimonianze di 40 donne che sono riuscite a fuggire da quella barbarie a firma Isis. E ci parlano di suicidi, tanti e di terrore come unica e reale costante.

Sono stata stuprata 30 volte e siamo nemmeno a metà giornata. Non riesco neppure ad andare in bagno. Vi supplico bombardateci!” si legge invece nel drammatico articolo pieno anche questo di dichiarazioni delle prigioniere dello stato islamico, scritto da Nina Shea direttrice del dipartimento per le libertà religiose dell’istituto di Houdson (USA).

Parole che sembrano uscire da epoche così remote da renderci difficile financo una collocazione temporale e che invece sono qui, accanto a noi e ci urlano di essere ascoltate.

Ma non facciamo l’errore di pensare che questo abominio sia ascrivibile entro confini che non riguardano l’occidente, commetteremo un reato nei confronti della nostra storia che ci racconta di  vittime e di carnefici che hanno convissuto sotto lo stesso e rassicurante cielo occidentale.

Storie che ci insegnano che non esiste guerra che tra i più atroci “effetti collaterali” non contempli lo stupro su donne costrette in schiavitù. E non importa che si sia consumata in Africa o in Europa, in oriente o in occidente. Parliamo del conflitto in Afghanistan, in Congo in Vietnam ma anche della prima e della seconda guerra mondiale. In Giappone per dirne una, le donne venivano definite comfort woman, termine che lascia ben poco all’immaginazione come pure all’onorabilità dell’essere umano.

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comfort women

Al termine dei conflitti mondiali sono state centinaia le denunce da parte di donne e bambini europei costretti a concedersi sessualmente. Nonostante oggi sia descritto dalle convenzioni di Ginevra come crimine contro l’umanità la strada per il riconoscimento dello stupro di guerra come ad un delitto è stata disseminata da più di qualche incaglio (im)morale.

Le donne e più in generale le fasce deboli della popolazione erano declassate come il bottino di guerra, avevano quindi il dovere di prestarsi a questa macabra consuetudine. Dovevano rappresentare la ricompensa per coloro che avevano fatto valere i propri sacrifici sul campo quello stesso campo di guerra in cui anche le donne erano chiamate a fare la loro parte per ripagare i soldati del loro coraggio. La voglia di dare una misura ad una sedicente quanto misera mascolinità infine faceva il resto. Mi chiedo se esiste al mondo una “tradizione” più perversa di questa.

E la guerra badate bene altro non è se non la sintesi delle peggiori atrocità di cui l’uomo è sempre stato artefice. La guerra questo fa, suddivide l’umanità in vinti e vincitori che convivono in quell’arena entro la quale il dominio del più forte ha perfino il potere di sottomettere la dignità. La guerra che pur avendo il potere di cambiare tutto – dall’assetto politico dei paesi, dei governi, dei confini- ci ha dimostrato tuttavia di non poter cambiare l’aspetto più importante di tutti, gli uomini. Gli uomini alla fine di una guerra sono sempre gli stessi.

Cosa significa avere le mestruazioni in Africa: Tu ci riusciresti?

Ho imparato a non tollerare chi ancora nello sviluppatissimo occidente, all’interno del più evoluto vecchio continente, storce il naso quando è costretto ad udire la parola “mestruazioni”. Eppure è proprio così che si chiamano le perdite di sangue (e non solo) che provengono dall’utero e che troppo spesso sono associate a qualcosa di così nauseabondo da non meritare neppure un nome. Le definiamo noi per prime “Quei giorni” quando non preferiamo un più sobrio “Sono indisposta” come se il ciclo fosse una fase avversa al nostro corpo e non la cosa più naturale del mondo. Faccio questa premessa perché sia chiaro che non affronterò l’argomento meglio specificato nel titolo forgiandomi di una supposta superiorità etnicaculturalterritoriale giacché sul tema dimostriamo tutti ancora una certa ignoranza.

“Cosa significa avere le mestruazioni in Africa?” dicevamo. Ebbene avevo affidato a Google la risposta a questa domanda approssimativa, stupida forse, sicuramente non convenzionale ma che aveva generato in me una sorta di morbosa curiosità dopo aver analizzato poche ore prima alcune fantasiose ipotesi sull’argomento con un’amica. Ciò che la mia ricerca ha prodotto ha spalancato le porte di un mondo che non conoscevo affatto o che peggio facevo finta di non conoscere.

In molte zone povere dell’Africa parlare del ciclo mestruale non è solo un pericolosissimo Tabù, ma anche il motivo per il quale moltissime ragazze in età scolare abbandonano gli studi fin da giovanissime. Nelle baraccopoli Africane, l’assorbente è un lusso. Si, proprio quello che ci propinano in tutte le salse: alato, profumato, doppio, per la notte, per il giorno per il lavoro, piccolo, medio, grande, grandissimo, interno, esterno; in Africa è accessibile solo al 39% delle ragazze. La stragrande maggioranza delle giovanissime Donne preferisce perciò un sicuro nascondiglio casalingo ai banchi di scuola.

Questo genera un dannoso effetto a catena, le ragazze che vivono nelle baraccopoli diventano automaticamente cittadine di serie b con scarsissime possibilità di cambiare il loro status da adulte, sfavorendo così un aumento della percentuale di donne lavoratrici in Africa.

Ad aiutarmi a capirci qualcosa di più ci ha pensato la storia di Sophia Grinvalds una signorina americana che dopo il college ha deciso di prendersi un anno Sabatico in Uganda, tranquilli che non è l’ennesimo ricco e annoiato emule di Christopher McCandless e il senso di questo viaggio è distante anni luce da un in to the wild qualsiasi. La ragazza ha scelto l’Africa per fare volontariato.

Da questa esperienza nasce Afripads di cui Sophia, oggi brillante trentenne, è ideatrice e amministratore delegato. Afripads è la prima azienda africana che produce assorbenti riutilizzabili da destinare alle zone dell’Africa più svantaggiate. Una genialata, perché questo genere di illuminazioni necessitano di attenta riflessione su un tema e su quello del ciclo mestruale facciamo fatica a dedicare troppo tempo perfino noi Donne.Sbagliando.

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Gli assorbenti riutilizzabili prodotti da Afripads

Perché sarebbe stato fin troppo facile percepire che no, in luoghi di estrema povertà come le baraccopoli Africane, non possono esistere assorbenti, che le mestruazioni possono ancora oggi rappresentare un problema estremo per molte donne nel mondo. Ho sempre stupidamente creduto che non esistesse donna sul pianeta che non fosse in grado di accogliere il ciclo mestruale. Quanta approssimazione la mia, come se avessi mai provato io, a non utilizzare gli assorbenti. Come se si potesse davvero chiamare vita, quella che trascorre durante quei cinque giorni senza potersi affidare ad un seppur arrangiato metodo di assorbenza valido.

Come se davvero possa esistere una donna in qualsivoglia continente che per chissà quale assurda tradizione o abitudine preferisca affidarsi a materiali di fortuna come carta igienica o fibre di banana piuttosto che al più semplice assorbente.

Ecco allora, che abbattere il Tabù del ciclo mestruale, smettere di pensare che discuterne manchi di rispetto alla privacy delle Donne, è di fondamentale importanza nel processo di emancipazione femminile nel mondo. E se questa vi sembra un problema secondario, qualcosa di molto meno grave della mancanza di cibo e acqua allora accettate la mia sfida: Un ciclo mestruale intero senza toccare un assorbente, quante di noi ci riuscirebbero?Quante di noi riuscirebbero a vivere?

Bergoglio: Eva non era una tentatrice (ma amici come prima).

Al crollo dei nostri miti, ci siamo tutti abituati.Nel bene e nel male ma ci siamo abituati.Abbiamo cominciato da Bambini quando ci hanno detto che babbo Natale non solo non è Lappone, ma che addirittura non esiste,ci è caduto il mito della Befana, della fatina dei denti, è caduto un mito quando abbiamo scoperto che Cristina D’avena e Licia erano due persone diverse, che Licia non era una persona, che Uan non aveva le gambe, che Lady Oscar aveva le tette, che Kurt Cobain non si è suicidato, che rubano anche a sinistra, che anche la Merkel ha un cuore.

Oggi Papa Bergoglio fa crollare l’ennesimo mito, uno di quelli belli tosti questa volta, un mito dalla corazza granitica, così grosso che per dare la misura dell’enormità di questo mito ci basta pensare alla mole di teorie maschiliste che nei secoli questo ha generato.Grosso e pure cattivo. Così cattivo che è stato capace di convincere intere e millenarie generazioni che se l’uomo fa una cosa brutta è perché dietro c’è una donna che lo ha tentato.

Il Papa è lapidario <<Eva non è mai stata una tentatrice e Adamo ha fatto proprio una brutta figura>> .Una bomba culturale lanciata con la leggerezza di un bouquet.In pieno stile Bergoglio.

E infine la chiusa che tuona maestosa <<dobbiamo difenderle le donne!».

E in un lampo nella mia testa è il delirio, crollano le icone del maschilismo nel mondo: si ribaltano governi, consigli di amministrazione, gerarchie militari, cadono Burqa, le mutilazioni genitali sono solo fantasie di cattivo gusto, le spose bambine tornano a dormire con le bambole, spazzati via gli stupri, gli aborti forzati , il femminismo diventa un ossimoro.Si lima l’asimmetria tra ciò che può fare un uomo e ciò che può fare una Donna.Le Donne sono uguali agli Uomini.Finalmente!

Nella mia testa le parole del Papa hanno il potere di cambiare il mondo.

<<Dobbiamo difendere le donne>>.

Nella mia testa oggi è un giorno buono.Nella realtà il solito. Perchè i “miti” cattivi in questa realtà sono duri a morire.

Perchè se non è Eva la tentatrice, allora lo sono Sara o Cristina, sarà Colpa di Anna, di Ginevra, di Maria, di Samatha ( se con l’H è meglio), di Greta, di Lucia, di Chiara di Rosaria.

Se a farci i regali non era Babbo Natale li pretendevamo da mamma e papà,  perché a noi fondamentalmente dei miti non ce n’è mai fregato poi tanto.Ci importava e ci importa non perdere i benefici che alcuni miti ci hanno portato.

E volete mettere che gran figata vivere in un mondo nel quale basta attribuire fantasiose colpe veniali ad una donna qualsiasi, per sentirsi un grande uomo?!

E’ questo il Punto (D).

Tutto ebbe inizio una calda serata di settembre dopo una breve chiacchierata con il mio più caro amico (a volte gli interlocutori maschili possono renderci artefici di ispirazioni mirabolanti semplicemente attraverso momenti davvero imbarazzanti):

-<<…Per esempio il famoso punto G, ci ho messo una vita a capire dove si trovasse e poi, che te lo dico a fare, hai capito, no?>>

-<< No.>>

-<< Cioè che poi diventi una specie di Dio del sesso, capisci uno di quelli che le donne cercano perché il passaparola è potente e tutte vogliono provare, non so se ho reso l’idea…>>

Pausa! Lo so:

si è un poveretto, si è un illuso e si ho tentato di trattenere una grassa risata e no, non ci sono riuscita.

No, non avrei potuto e per almeno due motivi evidenti. Il primo è che l’idea che le donne (tutte) siano alla perpetua ricerca di un uomo che le soddisfi sessualmente come fossimo gattine in calore che si trascinano come miserabili sotto il sederone del “romeo” di turno, non abita più neppure le fertili menti degli adolescenti da almeno due generazioni.

La seconda è che, ca va sans dire, Il punto G, è una legenda.Vorrei non soffermarmi su questo dettaglio interessante quanto la finale del torneo di bocce condominiale, ci basti pensare che il punto G è come quel fantasma che almeno una delle vostre prozie giura di aver visto, potrebbe sbracciarsi e perdere fiato e salute la zia, pur di convincerci che esiste davvero, ma noi non ci crederemo mai.In sintesi, il punto G, c’è chi giura di averlo “visto”, chi non lo esclude, ma tutte nessuna esclusa saprebbe mai dirti dove si trova ne com’è fatto.

-<< Ho trovato il punto g >>

-<<e che hai sentito?>>

-<< eh non so spiegarlo>>

-<< che forma ha>>

-<< eh non so spiegarlo>>

<< e di grazia, cosa cavolo hai trovato perlamiseria?!>>

<< eh non sospiegartelo>>

Quando sogghignate di una donna che vi confessa che dal partner cerca esclusivamente fedeltà, lealtà, intelligenza, curiosità e che abbia belle mani e begli occhi, sappiate che meritereste che dal cielo scendesse la grossa mano di un dio giusto per schiaffeggiarvi a dovere.

Noi siamo molto più articolate e raffinate e complesse di un semplice punto immaginario nel quale dovrebbe convergere il nostro piacere sessuale.

Il punto reale, quello che sappiamo esistere davvero è uno solo: Il Punto D.

Facilmente ascrivibile nel vasto insieme di tutte quelle cose che ci piacciono da morire ( e si ci troviamo ovviamente anche il sesso), spesso al suo interno possiamo riconoscere “robette” che non trovano coerenza l’una con l’altra e che, e questo è tristemente diffuso, spesso ci vergogniamo di ammettere di amare.

Non è perché conosciamo a menadito ogni singolo testo di Virginia Wolf, che non possiamo leggere un giornale di gossip.

Il punto è che siamo appassionate, curiose, proviamo piacere attraverso un mucchio di cose diverse tra loro:

La musica, la lettura, il design, la cucina, i figli, il marito, il compagno, il fidanzato,l’amica, la moglie, la compagna e la fidanzata, l’attualità, la politica, gli affari esteri, i fumetti, la società, la nutella, la cucina cinese, giapponese, italiana, spazzatura, vegana, vegetariana, le serie tv americane, quelle demenziali e quelle introspettive, la tecnologia, la moda.

Siamo capaci di “godere” davanti ad una scarpiera 4×4 o al cospetto di un’antica libreria. sappiamo chi è Martin Schulz e chi è Mariano di Vaio.Appaghiamo la gola mangiando bio ma potremmo uccidere per un Bigmec. Amiamo farci i selfie e venire bene, sappiamo essere credibili ad una riunione a lavoro o durante l’incontro con gli insegnanti ma se parte un singolo dei Take That  torniamo le sedicenni tamarre di un tempo ( non ci provare! eri tamarra anche se ascoltavi gli SLAYER e scrivevi sul muro della cameretta “la vita fa schifo”).Facciamo le serie e poi le sceme.Ridiamo per poco e riflettiamo per meno

Siamo appassionate ed è questo il punto, andiamo in estasi con un mucchio di cose, per un mucchio di cose.

Questo è solo una metà del punto D.L’altra parte non la conosco ancora, si scoprirà strada facendo.

Lucia.