Arabia Saudita: Le donne al voto per la prima volta nella storia (se gli uomini lo vorranno però)

In occasione delle elezioni municipali e per la prima volta nella storia, in Arabia Saudita potranno votare e candidarsi anche le donne. Tra parentesi, a nessun cittadino è ancora permesso di votare per il governo nazionale, perché l’Arabia Saudita resta una delle più granitiche realtà dittatoriali sul pianeta terra nonostante l’assurda nomina dell’ambasciatore saudita Faisal bin Hassan Thad, chiamato a presiedere il comitato consultivo del Consiglio Onu dei diritti umani. Nulla di strano se vivessimo nel mondo fantastico di Assurdia (inventato da me è una sorta di appendice degenere del mondo di Fantasia dal più famoso film “la storia infinita”) tuttavia il fatto che sia accaduto nella realtà, fa slittare di diritto Assurdia nel nutrito gruppo dei mondi più credibili del nostro.Chiusa parentesi.

Sul diritto di voto alle donne saudite mi piacerebbe davvero parlare di svolta storica tutta intesa a dare loro quella sudata legittimità che meritano ma non è proprio così anzi paradossalmente la pezza, in questo caso, è di gran lunga peggiore del buco.
Ricordiamo che l’Arabia Saudita è il paese più esteso della penisola arabica e l’assetto governativo da cui è retta farebbe impallidire “l’innocuo” nepotismo occidentale giacché è tutto e per tutto in mano alla famiglia al-Saud dal 1932. Il re era il fratello di, che a sua volta era il figlio di e che verosimilmente sarà il padre di. Famiglia questa, obbligata tuttavia a dividere il potere con il clero autoctono famoso per predicare un Islam piuttosto severo che lascia ben poco alla tolleranza e che nei confronti delle cittadine diventa addirittura tirannico.

L’Arabia Saudita non vuole bene alle sue donne che sono sottomesse all’uomo per legge. Il libero arbitrio di una donna è subordinato a quello del marito, dal padre e del fratello. Illuminante in tal senso, un antico proverbio saudita <<Una ragazza non possiede altro che il suo velo e la sua tomba>> ancora troppo attuale.

Non è un semplice voler pensare male questa cosa del voto alle donne saudita giacché così come è regolamentato altro non è, se non l’ennesima trovata -semmai ce ne fosse ancora bisogno- per denigrarle agli occhi del mondo intero.

E’ vero, sta accadendo qualcosa prima d’ora inimmaginabile, ma permettetemi di definire quantomeno controversi i modi e i termini attraverso i quali ciò avverrà e che fanno apparire il tutto un po’ ambiguo e ancora troppo lontano dal concetto di civiltà.

Innanzitutto per le candidate donna non è stato affatto facile fare campagna elettorale. A queste è stato proibito per legge di fare comizi pubblici alla presenza di uomini tant’è vero che a parlare al posto loro sono stati chiamati sostituti maschili.

Su Saudi Gazette, uno dei pochissimi giornali scritti in lingua inglese si legge:

<<Le donne possono nominare degli uomini per parlare agli elettori al loro posto. Questi rappresentanti guarderanno gli elettori e diranno loro: la nostra candidata vi dice “buongiorno” e promette di fare questo e quello per la città>>

In soldoni le donne saranno si, coinvolte nelle elezioni ma sarà vietato loro di parlare. Candidate dunque, ma solo di nome. Dice “Potranno comunque scegliere i loro rappresentanti” e invece la mazzata si presenta anche qui. Per partecipare al voto come elettore, è necessario un documento di identità valido e per ottenerlo sarà indispensabile il permesso del familiare maschile più prossimo. Senza contare che essendo ancora in auge il divieto per le donne di guidare automobili e più in generale essendo obbligate a rispettare severi regolamenti sulla libera circolazione è plausibile pensare che non sarà garantita una massiccia presenza femminile alle urne. Dovranno chiedere il permesso per uscire di casa, dovranno essere accompagnate, dovranno attendere che sia un uomo a concedere loro di esprimere una preferenza.

Non è libertà di scelta questa, non è libertà di voto questa, questa è una passata di intonaco fresco su una parete fatiscente nulla di più.

Appaiono perciò di cattivissimo gusto e oltremodo discutibili i titoloni dei giornali occidentali che riportano come una delle più grandi vittorie del secolo la concessione del voto alla donne in Arabia Saudita. Se vittoria abbiamo deciso di definirla allora io non la accetto, i subdoli mezzi per la denigrazione femminile sotto mentite spoglie di diritti non sono una vittoria, rappresentano una sconfitta. Libertà e diritti sono imprescindibili, e non esiste al mondo che si possa barattare la prima per ottenere la brutta copia dei secondi, specie se si parla di donne, specie se alcuni paesi che rifuggono da questa ovvietà sono amici “nostri” e pure da 80 anni.

Presepe si presepe no, il paradosso dell’integralismo laico

Ho sempre trovato nei dettagli piuttosto insignificanti il pretesto per i miei infiniti viaggi mentali, ho passato cinque anni di scuola elementare a farmene di diversi a causa di alcuni personaggi del presepe che faceva bella mostra di sé nell’atrio della mia scuola, mi appassionava notare quanto poco fossero coerenti con la prospettiva; erano o troppo grandi o troppo piccoli, Baldassarre uno dei magi, viaggiava su un cammello senza una zampa e la coda, ma nessuno pareva volesse rimediare alla cosa, men che meno io.

<<Il presepe è solo  un simbolo>> sosteneva mia Madre e per me invece doveva essere anche bello. Negli anni ’90  tuttavia a nessuno sarebbe venuto in mente di proporre l’eliminazione del presepe e io invece quel presepe così brutto l’avrei eliminato eccome. Chissà se all’epoca qualcuno l’avrebbe cavalcata una battaglia contro i simboli religiosi pur di  non vedere più tale attacco al buon gusto pavoneggiarsi come una Pietà di Michelangelo qualsiasi. Di certo oggi lo difenderei quel presepe bruttissimo da certi integralisti laici che vogliono insegnare a noi cosa sia la laicità vera.

Lo difenderei dalle recenti proposte laiciste dell’Associazione nazionale dei sindaci Francesi (l’equivalente della nostra Anci) che ha formalizzato un vademecum per chiedere l’eliminazione dalla scena pubblica di ogni simbolo religioso, presepi compresi. Lo difenderei anche dai detrattori di casa nostra che in questi giorni hanno aperto una discussione piuttosto animata sul tema.

Uno dei luoghi comuni ampiamente diffuso in questa triste discussione non discussione verte tutto intorno al concetto per cui uno stato laico per dirsi tale dovrebbe eliminare dalla scena pubblica ogni traccia di religione. L’Italia tuttavia è uno stato Laico non uno stato Ateo. La laicità di norma dovrebbe essere l’organizzazione giuridica e politica della società che permette a ciascuno di vivere la propria fede in libertà.

Uno stato laico che intenda dirsi tale non si sognerebbe mai di vietare simboli religiosi per timore che questi possano offendere gli altrui credi, diversamente saremmo davanti ad uno dei più grandi paradossi culturali dei nostri tempi.

Laicità non è totalitarismo “O si fa come dico io o non si fa niente”, ma garantire a chiunque lo spazio per pregare e ci si aspetta che chiunque faccia parte di uno stato laico non si senta in alcun modo offeso dagli altrui simboli religiosi. Perché perdiamo il fiato a definire cosa sia laico, dimenticando di chiederci se laici possiamo dirci tutti quanti.

Chiunque sostenga che un simbolo religioso offenda gli altrui credi non è laico. Un cittadino laico è credente oppure no, ma se sente la sua persona minacciata dalla religione osservata da altri non fa che altro che confermare la regola di quel bue che dice cornuto all’asino, poiché segue le orme di quell’assolutismo clericale che intende imporre, limitare la libertà religiosa per far prevalere alcuni dogma oltre i quali non deve esserci nulla.

L’integralista cristiano ad esempio essendo contro l’aborto intende proibirlo a tutti, uno stato laico invece garantisce gli strumenti a chiunque lo volesse, di praticarlo sulla sua persona.

L’integralismo laico è contro i simboli religiosi nei luoghi pubblici ed intende proibirli a tutti, uno stato laico invece permette che la religione di ogni cittadino, qualunque essa sia, venga manifestata anche nei luoghi pubblici.

Sarebbe bene allora tornare a comprendere il significato di “bene pubblico” che per definizione garantisce l’assenza di rivalità e la non escludibilità nella sua fruizione. In pratica una volta che il bene pubblico esiste è impossibile impedirne la fruizione ad alcuni soggetti in favore di altri, così come è impossibile il consumo di un bene pubblico da parte di un individuo che impedisca ad altri di consumarlo nello stesso identico modo. Il bene pubblico permette ogni cosa a tutti. Un bene pubblico è libertà, costringere in uno spazio pubblico regole che denigrano simboli religiosi di fatto va contro il concetto di libertà.

E La denigrazione dei simboli religiosi di fatto sconfessa il principio di laicità non lo favorisce.

Signorina, a chi ?

Ci sono arrivata da poco ma da certe verità non puoi prescindere giunge il momento in cui ti trovi a faccia a faccia con loro e sai bene che la sfida che ti lanceranno sancirà una sconfitta solo tua, sono quel genere di verità che battono le carte e che avranno sempre l’ultima parola. Una di queste è tutta dentro il significato dell’appellativo di Signora che sentiamo come “appioppatoci” intorno ai 30 anni di età (anno più anno meno) che irrompe improvviso nella nostra vita come una tegola in testa e come se magicamente prendesse vita, si piazza di fronte a noi , ci schiaffeggia e ci dice franca e spavalda <<Si bella hai capito bene, stai invecchiando>>.

E questa tegola ha la forma dell’adolescente su un mezzo pubblico “Mi scusi Signora è occupato?” del salumiere “Signora altro?” del tipo in fila davanti a te alla cassa del supermercato “Signora vuole passare per prima?”.

Una tegola fetente, sulla quale nel momento successivo in cui pronuncia quel –SI-GNO-RA-, concentriamo tutte le nostre insicurezze, paure, incazzature: <<scusami ragazzino, quanti anni pensi che ci togliamo ?>> ; <<Ma con che faccia… lei potrebbe essermi padre >><< Signora a me? Ma come si permette si faccia la fila sua>> lo abbiamo pensato, lo abbiamo detto veramente, lo abbiamo perfino urlato, manifestato, sospirato ed è successo a tutte.

Questa cosa del Signora rispetta spesso un’escalation che prevede regole ben precise: prima viene il trauma, poi la paura di aver perso l’aspetto della ragazza spensierata a cui siamo tutte affezionate, ecco poi le rassicurazioni degli amici –ma dai dopo i 18 anni per gentilezza siete tutte signore-poi la presa di coscienza –eh ma a 20 anni nessuno mi ha mai chiamato signora- poi la rassegnazione e infine la scoperta della meravigliosa fortuna di esserlo davvero una Signora. Si! Ho scritto “fortuna” e spiegherò in breve perché ho voluto osare tanto (avevate capito che fin qui era una premessa no?).

Signore lo siamo sempre state c’è poco da fare, ma cosa ancora più importante Signora non è non più giovane, è altresì un dato di fatto, è ciò che sarebbe dovuto essere e che è sempre stato, siamo noi che ci guardiamo allo specchio e l’immagine che ci rimanda ci dice “complimenti sei una Donna” e tant’è. Signora è la migliore versione di noi stesse. E siamo Signore a 18 come a 100 anni.

Signora è quel romantico Madonna senza temere di incappare in paragoni audaci, che letteralmente è Signora mia antico appellativo con il quale si dimostrava rispetto nei confronti della Donna e lo splendido contributo di Giacomo da Lentini con la citazione <<Madonna, dir vi voglio como l’amor m’à priso>> basta e avanza per spiegarne la magia. Signora badate bene. Non signorina.

Termine, quel signorina che se proprio dobbiamo dirla tutta è desueto e perfino illegale, poiché decaduto per legge approvata in parlamento nel 1990, secondo questa le donne, al compimento del diciottesimo anno d’età sono tutte indistintamente Signore. Signorina è un termine quasi sessista, anzi lo è di certo. E’ una carogna che vuole sancire una divisione tra donne presumibilmente single e donne verosimilmente impegnate, squisitamente legata all’età. Rimanda le donne ad una loro supposta e diversa condizione sociale: quella di donne maritate (come si diceva un tempo, cioè appartenenti al marito)e di donne da maritare.

Attualmente è uno dei  più granitici refusi storici, un avanzo di un’epoca in cui le donne erano considerate così piccole da non poter far nulla senza il consenso del padre, del fratello e del fidanzato. Quante volte ci hanno rivolto l’odiosa domanda “Signora o signorina ?” per non apparire ne’ troppo indelicati ne’ troppo audaci. Ebbene ora sappiamo che sull’argomento non dovremmo avere più dubbi signorina anche basta, confonde le idee, ci costringe, ci svilisce anche.

Succede quando viene utilizzato come termine di confronto per rilevare caratteristiche fisiche o psichiche ritenute tipiche del sesso femminile: questo non è uno lavoro per signorine!

Capita quando sottende la probabilità che la nostra interlocutrice sia libera da impegni coniugali. Signorina è un posto libero a teatro, un tavolo sgombro al ristorante, una fila di poltrone al cinema.

Siamo Signore per la miseria. E riflettiamoci perché mentre ci disperiamo davanti  alla mazzata di un “Signora” o proviamo gratificazione grazie a quel signorina pensiamo che nessuno si sognerebbe mai di chiamare un uomo signorino. Un uomo di contro, è sempre signore, che sia sposato oppure no.

“Vi supplico, bombardateci!” la preghiera delle schiave Yazidi e gli stupri di guerra di oggi e di ieri

Due giorni fa la trasmissione piazza pulita ha trasmesso il crudo reportage del giornalista Corrado Formigli sulla riconquista da parte dei Curdi di Sinjar. Tra le altre cose è stata testimoniata la mattanza dei Yazidi, una minoranza religiosa le cui donne, adolescenti e bambine sono state ridotte in schiavitù sessuale dallo stato islamico nel nord dell’Iraq.

Esiste un posto nel mondo oggi, in cui donne e bambine vengono stuprate e torturate quotidianamente fino a trenta volte al giorno e più dalla ferocia Jihadista. E vale la pena ricordarlo oggi che la bestialità disumana ha preso i contorni di una certezza così ingombrante e terrificante che non conosce confini invalicabili e ci costringe in un angolo, impietriti. Vale la pena ricordalo oggi, in questi tempi bui che ci ricordano che sono ancora le donne le principali vittime di violenza in tempo di pace così come in tempo di guerra.

Sono in migliaia le donne Yazidi tenute prigioniere violentate e torturate, vendute come spose ancora bambine a uomini adulti. Un incubo dalle dimensioni inimmaginabili dal quale la maggior parte di loro sanno già di non poter uscire vive e che le conduce a guardare alla morte come alla più splendente delle  speranze.

Amnesty International aveva già presentato esattamente un anno fa un rapporto al riguardo  “Fuga dall’Inferno”  che raccoglie le testimonianze di 40 donne che sono riuscite a fuggire da quella barbarie a firma Isis. E ci parlano di suicidi, tanti e di terrore come unica e reale costante.

Sono stata stuprata 30 volte e siamo nemmeno a metà giornata. Non riesco neppure ad andare in bagno. Vi supplico bombardateci!” si legge invece nel drammatico articolo pieno anche questo di dichiarazioni delle prigioniere dello stato islamico, scritto da Nina Shea direttrice del dipartimento per le libertà religiose dell’istituto di Houdson (USA).

Parole che sembrano uscire da epoche così remote da renderci difficile financo una collocazione temporale e che invece sono qui, accanto a noi e ci urlano di essere ascoltate.

Ma non facciamo l’errore di pensare che questo abominio sia ascrivibile entro confini che non riguardano l’occidente, commetteremo un reato nei confronti della nostra storia che ci racconta di  vittime e di carnefici che hanno convissuto sotto lo stesso e rassicurante cielo occidentale.

Storie che ci insegnano che non esiste guerra che tra i più atroci “effetti collaterali” non contempli lo stupro su donne costrette in schiavitù. E non importa che si sia consumata in Africa o in Europa, in oriente o in occidente. Parliamo del conflitto in Afghanistan, in Congo in Vietnam ma anche della prima e della seconda guerra mondiale. In Giappone per dirne una, le donne venivano definite comfort woman, termine che lascia ben poco all’immaginazione come pure all’onorabilità dell’essere umano.

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comfort women

Al termine dei conflitti mondiali sono state centinaia le denunce da parte di donne e bambini europei costretti a concedersi sessualmente. Nonostante oggi sia descritto dalle convenzioni di Ginevra come crimine contro l’umanità la strada per il riconoscimento dello stupro di guerra come ad un delitto è stata disseminata da più di qualche incaglio (im)morale.

Le donne e più in generale le fasce deboli della popolazione erano declassate come il bottino di guerra, avevano quindi il dovere di prestarsi a questa macabra consuetudine. Dovevano rappresentare la ricompensa per coloro che avevano fatto valere i propri sacrifici sul campo quello stesso campo di guerra in cui anche le donne erano chiamate a fare la loro parte per ripagare i soldati del loro coraggio. La voglia di dare una misura ad una sedicente quanto misera mascolinità infine faceva il resto. Mi chiedo se esiste al mondo una “tradizione” più perversa di questa.

E la guerra badate bene altro non è se non la sintesi delle peggiori atrocità di cui l’uomo è sempre stato artefice. La guerra questo fa, suddivide l’umanità in vinti e vincitori che convivono in quell’arena entro la quale il dominio del più forte ha perfino il potere di sottomettere la dignità. La guerra che pur avendo il potere di cambiare tutto – dall’assetto politico dei paesi, dei governi, dei confini- ci ha dimostrato tuttavia di non poter cambiare l’aspetto più importante di tutti, gli uomini. Gli uomini alla fine di una guerra sono sempre gli stessi.

Non è occidentale, l’argine più forte all’avanzata dell’isis è composto da Donne curde e musulmane

C’è una sorta di disonestà intellettuale nelle parole di chi in queste ore taccia come una guerra di religione l’avanzata del terrorismo dell’Isis in occidente. Disonestà intellettuale di coloro che la guerra la vogliono fare a tutti i costi all’Islam, forti di una approssimativa conoscenza di ciò che sta realmente accadendo al di fuori dal nostro rassicurante perimetro di analisi e anteponendo in maniera abbastanza chiara la propria insofferenza verso una non meglio specificata realtà araba, alla sicurezza di tutti.

In realtà se l’occidente non perdesse il proprio tempo a combattere la propria personalissima guerra a suon di propaganda politica di fine e tradizionale fattura nei più seguiti salotti televisivi, saprebbe che esiste già un argine che da quasi due anni combatte per bloccare l’avanzata dell’Isis e che nulla ha a che vedere con la religione perché di religioni è un vero e proprio put pourri

Dentro possiamo trovarci combattenti Arabi, Assiri, Yezide, Curdi Musulmani e Cristiani che lottano uno di fianco all’altro e che hanno protetto anche i nostri confini.

Tra questi una delle frange più forti e compatte è costituita dalle Combattenti Curde. Queste donne fanno capo allo YPG (Yekîneyên Parastina Gel, letteralmente Unità per la protezione della popolazione) e vengono definite dai colleghi uomini delle vere e proprie leonesse. Abbiamo cominciato a sentire parlare di loro con l’assassinio dello Jihadista di origini veneziane, avvenuto il 3 febbraio scorso a Kobane proprio per mano di una di queste resistenti curde.

curde

Sul blog gestito da un giornalista che intende mantenere l’anonimato e che raccoglie le ultime notizie relative alle battaglie che si stanno consumando in Sirya dal punto di vista dei combattenti Curdi, si legge che queste donne «Sono i migliori cecchini del battaglione perché sono molto concentrate e pazienti». Dalle lettere che ognuna di queste Guerriere posta sul blog si evince tra le altre, anche la pretesa quasi vitale di un riscatto sociale e culturale del ruolo della donna nella società nonché la voglia di misurarsi sul terreno peggiore in cui non solo una donna ma  un qualsiasi essere umano avrebbe difficoltà ad abitare e solo ed esclusivamente per combattere il terrorismo.

<<Quando ho il dito sul grilletto della mia pistola >> scrive il comandante di una delle unità femminili <<penso alle donne curde, a tutte le donne del mondo e a coloro che hanno a cuore la libertà e la pace>>.

Queste Donne rappresentano la resistenza curda che da anni ormai combatte i terroristi dell’Isis e va sottolineato che la maggior parte di loro sono musulmane. Chi oggi resiste e combatte il sedicente stato islamico in larghissima parte è musulmano. Ricordiamolo quando rivolgeremo un plauso a chi scrive “bastardi Islamici”.

Ricordiamolo quando per la testa ci passerà l’illusione che la lotta dura l’abbia cominciata l’occidente solo da un pugno di mesi.

Ricordiamolo quando pretenderemo che un miliardo e mezzo di musulmani prendano pubblicamente le distanze dallo Stato Islamico, da qualcosa che di fatto non esiste, quando il loro tributo di sangue e lotta quotidiano passa in sordina solo in occidente.

Ricordiamolo quando penseremo alla Turchia di Erdogan, che è il primo e più utile interlocutore dei pasi occidentali, che queste combattenti Curde le sta letteralmente massacrando.

Ricordiamolo, perché ci sono domande che aspettando ancora delle risposte che una buona parte dell’occidente prima o poi dovrà dare, perché questo cerchio del male, di terrore e di morte si dovrà chiudere ed in questo cerchio la supremazia occidentale ha sempre occupato un posto d’onore.

Caro Marino, dove sono finiti quei nomi e cognomi?

Vi tiro giù tutti”

Così tuonava minaccioso l’ex sindaco di Roma Ignazio Marino. Era il sette Ottobre scorso: “Cacciarmi? Se lo fate farò tutti i nomi: chi del Pd mi ha proposto Mirko Coratti e Luca Odevaine come vicesindaco e come comandante dei vigili. Vi tiro giù tutti”.

Coratti e Odevaine per chi non lo sapesse sono due dei 44 arrestati per lo scandalo di Mafia Capitale. Marino a cui va sicuramente il merito di aver messo in discussione alcuni dogma imposti dai cosiddetti poteri forti, dal vaticano alle prepotenti leadership locali e nazionali, ha ricordato di «avere tutto scritto nei miei quaderni» e di «avere anche degli sms di dirigenti nazionali del Pd».

E’ trascorso quasi un mese da allora e le dimissioni per Marino alla fine si sono compiute per mano di una dirigenza PD un po’ troppo decisionista e soprattutto per quei 26 nomi e cognomi questi si, fruibili a tutti. Dei nomi dei pezzi da 90 che avrebbero avuto ruoli rilevanti nel malaffare della capitale, è il mistero ad avere ancora la meglio.

Con queste cose però non si scherza, quando si urla di avere in mano informazioni che scottano e che sarebbero riferibili a circostanze dalla dubbia trasparenza, l’ultima cosa che un uomo che ha dimostrato di avere a cuore la legalità dovrebbe fare è di utilizzarle per fini meramente ricattatori “Se mi fanno cadere già, vi tiro giù tutti” diceva il sindaco. Anche in questo caso tuttavia, ci auguriamo che prima o dopo questi famosi nomi vengano fuori altrimenti quell’uomo che aveva a cuore valori così elevati come la legalità, la trasparenza e l’onestà potrebbe finire per apparire come un millantatore qualsiasi e prestare così il fianco a quei detrattori che per buttarlo giù dal campidoglio non hanno lesinato epiteti quali “Bugiardo patentato”.

Che il nostro sia un popolo dalla memoria corta tuttavia è cosa ormai nota, perciò siamo tutti convinti che questa storia dei nomi e cognomi verrà dimenticata, perché più passa il tempo e più cresce la sensazione che fondamentalmente di conoscere questi nomi e questi cognomi non interessi proprio a nessuno così abituati a torto o a ragione, a gettare nel calderone bollente l’intera categoria dei politici.

Avremmo perso qualcosa però, si sarà persa l’ennesima occasione per poter mettere all’angolo i cattivi, ennesima perché c’è qualcosa in questo nostro paese che ci costa più della mafia, della delinquenza e parlo dell’omertà. Quella condizione che ci tiene ancorati come disperati alla paura e che nega al mondo la bellezza e la grandiosità della verità.

Spero intimamente che Marino abbia solo detto una gran fesseria quel sette ottobre scorso, mosso da quel pasticcio emotivo che era un potpourri di ansia, nervosismo e acredine tale da far inciampare la personalità politica più cazzuta. Perché se così non fosse quel pulpito capitolino da cui Ignazio Marino ha lanciato le sue stoccate, posto ad un’altezza così allarmante e in una posizione così privilegiata da catalizzare le attenzioni dell’intero emisfero terracqueo, avrebbe perso l’occasione di dare al mondo quella prova di civiltà e remissivo servizio che nelle istituzioni scorgiamo sempre meno.

E’ viene quasi naturale pensare ad un più famoso Peppino, trentenne passionale che di nomi e cognomi anche ben più autorevoli ne conosceva a iosa e che da un pulpito molto più piccolo nell’ entroterra siciliana li denunciava a muso duro, con la schiena dritta e la testa alta.

Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà scriveva.

E lui la bellezza della verità la conosceva bene, che peccato non aver imparato proprio nulla dal giovane Impastato.

Non è più solo Roma, è civiltà.

Con Hillary Clinton Presidente, il femminismo ha (quasi) vinto

Il 2016 sarà l’anno delle elezioni presidenziali per gli Stati Uniti d’America.Gli americani si preparano a scegliere il successore del presidente Barack Obama e tra i vari sondaggi spicca prepotente il nome di Hillary Clinton, colei che ha saputo superare a sinistra la definizione di first lady, conquistandosi una grande fetta di credibilità tra i leader mondiali.

Un’eventuale vittoria della Clinton aggiungerebbe un altro record a quelli già collezionati dai presidenti democratici (Bill Clinton fu il più giovane, Obama il primo presidente nero) la Clinton in caso di vittoria, sarebbe la prima Donna  presidente degli stati uniti D’America.

Un cambiamento epocale, che se dovesse raggiungersi nel 2016 segnerebbe secondo i più, un favorevole punto di non ritorno per quanto riguarda il tema dibattuto a livello internazionale della disparità di genere.

L’elezione della Clinton genererebbe uno tsunami culturale con effetto domino assicurato, chi sostiene che questo sia semplice conformismo femminista sbaglia. Per diversi motivi:

“L’uomo” più potente del mondo sarebbe una Donna:

E potremmo anche fermarci qui. L’opinione pubblica sull’argomento potere e donna ha dimostrato nel corso degli ultimi anni di essere quanto meno confusa. Culturalmente radicata è la convinzione che ai vertici del potere ci debbano essere uomini con il sostegno timido e scansato della donna brillante vista casomai come un capace braccio destro, esattamente ciò che ha rappresentato la Clinton prima con il marito dal 1993 al 2001 e in ultimo affianco alla leadership di Barack Obama. Hillary Clinton è dunque pronta per il salto di qualità, stavolta a differenza del 2008, non corre più come statista, ma come statista, moglie, mamma e nonna che intende diventare la donna più potente del mondo.

Hillary Clinton è femminista e sinceramente:

La Clinton non finge di lottare dalla parte delle donne per un semplice tornaconto elettorale. Lei femminista lo è sempre stata, lo sanno i democratici ma anche i repubblicani. Sua è la battaglia contro il cosidetto gender gap salariale, la differenza fra retribuzioni legato al «genere». Ed è proprio questo il tema con il quale Hillary Clinton ha cominciato la sua pre-campagna elettorale. La candidata dem favorita ha dichiarato che le donne sono ancora troppo poche nei settori chiave della rivoluzione tecnologica e industriale; e che non ha senso che queste continuino a percepire una retribuzione inferiore ai colleghi maschi.E noi sappiamo che ha ragione da vendere.

Le donne potenti che difendono le donne, sostengono Hillary:

Non c’è nulla che mi entusiasma tanto quando coloro che volgarmente definiamo donne “arrivate” che anziché crogiolarsi nel potere lottano dalla parte delle ultime tra le ultime. In questo insieme, un posto d’onore lo merita sicuramente Christine Lagarde. Il direttore del Fondo Monetario Internazionale è dalla parte di Hillary Clinton. La Lagarde ha presentato a febbraio scorso uno studio condotto proprio dal FMI che mette in luce la perdita in termini di PIL che il sessismo sul lavoro genera sull’economia internazionale. <<Occorre investire sulle donne per uscire dalla crisi>> è l’imperativo categorico utilizzato da Christine Lagarde e per arrivarci Hillary Clinton attualmente è sicuramente il testimonial perfetto.

And the last but not the least:

E’ dunque dall’America che potrebbe arrivare la spinta per abbandonare la propaganda e attuare la partecipazione paritaria delle donne, in politica e soprattutto nel mercato del lavoro. E non è vero che la strada battuta fino ad oggi abbia prodotto risultati considerevoli, non lo è soprattutto da noi in Italia e il numero dei ministri Donna o della composizione dei cda delle più grandi imprese Italiane, non fanno testo.

Il femminismo messo da parte a partire dai primi anni del 2000 perché ritenuto superato concettualmente e nel merito, è destinato a tornare in grande spolvero e questa volta promette di terminare ciò che ha cominciato il secolo scorso.E questa volta ha tutta l’aria di volersi prendere tutto.