Lezioni di grammatica eroicomiche de Il Prof: essere o non essere, “E’” questo il problema

Scritto da Il Prof.

Qualcuno crede, sbagliando, che ci sia una certa connivenza tra le piattaforme social e ciò che comunemente viene definito “strafalcione grammaticale”. Molto modestamente credo che i secondi siano attribuibili invece ad un dannoso prolungato digiuno da studio e che ci piaccia invece pensare che siano le nuove piattaforme di comunicazione virtuale a generare questo che è un vero e proprio impigrimento intellettuale.

Per affrontare il tema che andremo più in là ad approfondire, comincerò con il raccontare la storia di una mail terrificante che col tempo è diventata un chiaro esempio di una certa degenerazione linguistica. Premetto che durante gli ultimi anni dell’università ero uno dei più fedeli assistenti del professore di storia contemporanea, capitava sovente quindi, di sostituire quest’ultimo quando si trattava di rispondere alle mail degli studenti. Quel giungo del 2001 non fece eccezione, dalla cartella posta in arrivo saltò fuori vomitando tutta la sua superba ignoranza la bestemmia grammaticale che riporto di seguito:

“Caro Prof.

non sarà possibile per me assistere alle lezioni obbligatorie il giorno 22 e il 23 marzo, e possibile invece recuperare la settimana successiva è poter fare l’esame a Maggio?”

Osservai per più di qualche attimo il bestemmione, non capivo se quella violenta locuzione fosse frutto di dolo o di colpa, se fosse cioè conseguente ad un errore di digitazione o di una spregiudicata e sproporzionata sicurezza dei propri strumenti grammaticali. Decisi quindi di dare al ragazzo un’altra possibilità certo che il professore non avrebbe avuto nulla da ridire sulla mia iniziativa:

“Non risponderò alle sue domande, se prima non correggerà gli errori presenti in questa mail e darmi così la possibilità di comprendere il contenuto della sua domanda”

La sua risposta arrivò puntuale dopo pochi minuti e mi tolse ogni dubbio:

“Scusi Prof, il 22 e il 23 marzo non potrò assistere alle lezioni obbligatorie, posso recuperare settimana successiva è poter affrontare l’esame a Maggio per favore?”

Non potevo crederci, lo studente aveva creduto che gli errori per i quali sollecitavo una correzione fossero attribuibili ad una penuria di cortesia e a niente altro e quel per favore mi rimase così indigesto che le falangi minacciarono una giornata di protesta se solo mi fossi permesso di proseguire quella conversazione. Tuttavia non sarei qui a improvvisarmi linguista se il caso dello studente fosse stata una triste parentesi in un insieme di straordinaria ricchezza lessicale. Di brutture grammaticali ne ho viste con i miei occhi e a ben donde alcune perfino frutto delle sapienti ispirazioni di autorevoli personaggi pubblici.

Che si scriva di più sui social che su carta è un fatto, ma la grammatica non è un bizzarro essere incorporeo che svanisce a seconda della presunta autorevolezza del vettore << Tanto è scritto su facebook>> come se virtuali lo fossero anche i vostri lettori. La conoscenza e la diffusione della grammatica italiana -ovunque-nulla di meno è se non un bisogno igienico, come il bere o il lavarsi.

Sarà dunque questo il tema di questa modesta e prima lezione di italiano per principianti, la differenza tra E’ ( verbo) ed E (congiunzione).

“Essere o non essere” era l’amletico quesito sull’esistenza umana che sono certo, se fosse stato riferito al dubbio tra verbo e congiunzione sarebbe arrivato perfino a risvegliare dall’abbraccio della morte il teschio di Yorick solo per non perdere l’occasione di accecare l’occhio di Otello con un secco e meritato sputo. Non è un caso se durante le scuole dell’obbligo questa elementare differenza venga studiata durante i primi anni e superato lo scoglio iniziale della memorizzazione delle tabelline. Mente scrivo mi torna in mente un simpatico video di un cagnolino che dimostrava una particolare propensione per la risoluzione delle operazioni matematiche elementari e nella fattispecie delle addizioni, ebbene sappiate che possiamo tranquillamente affermare che la differenza tra E’ verbo ed E congiunzione potrebbe essere il corrispettivo linguistico delle addizioni matematiche. Viene dunque da concluderne che se perfino un cane è riuscito nell’intento possiamo con moderato ottimismo pensare che possano riuscirci tutti quanti.

Cominciamo con il dire che E’ è il verbo ESSERE che intende “spiegarci” qualcosa, E al contrario non ci vuole spiegare proprio nulla, a lui va il glorioso compito di “unire”.

“Maria è carina; la cucina è sporca; mia moglie è incinta” utilizzano la E’ perché vogliono spiegarci le caratteristiche di Maria, della cucina e della moglie. Se non riuscite ancora a utilizzarlo a dovere, quando il dubbio vi mangerà il cervello pensate se nella frase ha un senso la locuzione “può essere” se ce l’ha allora è la E’ Verbo quella da utilizzare. E’ semplicissimo, osserva: “Maria può essere carina”, ci sta bene, sarà di sicuro un verbo, ergo tra E’ ed E non avrai alcun dubbio a scegliere la prima .

Quanto leggiamo frasi nelle quali la E ha lo scopo di unire invece, osserveremo esempi del genere: “Maria e Simona sono carine”; “tizio e caio sono amici”; “la volpe e l’uva” e via discorrendo. Notate la differenza con l’insieme delle frasi precedente? Se provassimo ad inserire ad esempio, tra Maria e Simona la E’ verbo utilizzando il trucchetto “può essere” avremmo questo risultato: “Maria può essere Simona sono carine” Non ha alcun senso non trovate? Nemmeno il più ottimista dei possibilisti ne troverebbe; Maria e Simona non sono la stessa persona, per cui Maria non è Simona e se Maria non è Simona va da se che la E in quel caso intende unire i due nomi e quindi stavolta utilizzeremo madame la E.

Impadronendovi di queste piccole regole, sarete tutti dei piccoli Eracle e perciò in grado di uccidere con una freccia (lo studio) l’aquila (l’ignoranza) che tormenta il fegato (di chi vi legge) di Prometeo (la grammatica).

Se invece ritenete che la parte dell’aquila mangiafegato vi si addica e che una conoscenza corretta della grammatica non rappresenti un’urgenza perché siete ormai adulti, avete una famiglia e un lavoro ecc..lasciate che io vi ispiri qualche domanda che dovreste porvi:

Perché nessuno mi ritiene un interlocutore acculturato? Perché i miei figli non mi chiedono aiuto per i compiti? Perché quella ragazza carina non risponde ai miei messaggi? Perché sono iscritto all’università da due anni e ancora non ho passato un esame?

Sono convinto che l’unica risposta in grado di soddisfarle tutte sia: Perché non sai scrivere in Italiano!

 

Cordialità

Il Prof.

 

 

 

 

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Arabia Saudita: Le donne al voto per la prima volta nella storia (se gli uomini lo vorranno però)

In occasione delle elezioni municipali e per la prima volta nella storia, in Arabia Saudita potranno votare e candidarsi anche le donne. Tra parentesi, a nessun cittadino è ancora permesso di votare per il governo nazionale, perché l’Arabia Saudita resta una delle più granitiche realtà dittatoriali sul pianeta terra nonostante l’assurda nomina dell’ambasciatore saudita Faisal bin Hassan Thad, chiamato a presiedere il comitato consultivo del Consiglio Onu dei diritti umani. Nulla di strano se vivessimo nel mondo fantastico di Assurdia (inventato da me è una sorta di appendice degenere del mondo di Fantasia dal più famoso film “la storia infinita”) tuttavia il fatto che sia accaduto nella realtà, fa slittare di diritto Assurdia nel nutrito gruppo dei mondi più credibili del nostro.Chiusa parentesi.

Sul diritto di voto alle donne saudite mi piacerebbe davvero parlare di svolta storica tutta intesa a dare loro quella sudata legittimità che meritano ma non è proprio così anzi paradossalmente la pezza, in questo caso, è di gran lunga peggiore del buco.
Ricordiamo che l’Arabia Saudita è il paese più esteso della penisola arabica e l’assetto governativo da cui è retta farebbe impallidire “l’innocuo” nepotismo occidentale giacché è tutto e per tutto in mano alla famiglia al-Saud dal 1932. Il re era il fratello di, che a sua volta era il figlio di e che verosimilmente sarà il padre di. Famiglia questa, obbligata tuttavia a dividere il potere con il clero autoctono famoso per predicare un Islam piuttosto severo che lascia ben poco alla tolleranza e che nei confronti delle cittadine diventa addirittura tirannico.

L’Arabia Saudita non vuole bene alle sue donne che sono sottomesse all’uomo per legge. Il libero arbitrio di una donna è subordinato a quello del marito, dal padre e del fratello. Illuminante in tal senso, un antico proverbio saudita <<Una ragazza non possiede altro che il suo velo e la sua tomba>> ancora troppo attuale.

Non è un semplice voler pensare male questa cosa del voto alle donne saudita giacché così come è regolamentato altro non è, se non l’ennesima trovata -semmai ce ne fosse ancora bisogno- per denigrarle agli occhi del mondo intero.

E’ vero, sta accadendo qualcosa prima d’ora inimmaginabile, ma permettetemi di definire quantomeno controversi i modi e i termini attraverso i quali ciò avverrà e che fanno apparire il tutto un po’ ambiguo e ancora troppo lontano dal concetto di civiltà.

Innanzitutto per le candidate donna non è stato affatto facile fare campagna elettorale. A queste è stato proibito per legge di fare comizi pubblici alla presenza di uomini tant’è vero che a parlare al posto loro sono stati chiamati sostituti maschili.

Su Saudi Gazette, uno dei pochissimi giornali scritti in lingua inglese si legge:

<<Le donne possono nominare degli uomini per parlare agli elettori al loro posto. Questi rappresentanti guarderanno gli elettori e diranno loro: la nostra candidata vi dice “buongiorno” e promette di fare questo e quello per la città>>

In soldoni le donne saranno si, coinvolte nelle elezioni ma sarà vietato loro di parlare. Candidate dunque, ma solo di nome. Dice “Potranno comunque scegliere i loro rappresentanti” e invece la mazzata si presenta anche qui. Per partecipare al voto come elettore, è necessario un documento di identità valido e per ottenerlo sarà indispensabile il permesso del familiare maschile più prossimo. Senza contare che essendo ancora in auge il divieto per le donne di guidare automobili e più in generale essendo obbligate a rispettare severi regolamenti sulla libera circolazione è plausibile pensare che non sarà garantita una massiccia presenza femminile alle urne. Dovranno chiedere il permesso per uscire di casa, dovranno essere accompagnate, dovranno attendere che sia un uomo a concedere loro di esprimere una preferenza.

Non è libertà di scelta questa, non è libertà di voto questa, questa è una passata di intonaco fresco su una parete fatiscente nulla di più.

Appaiono perciò di cattivissimo gusto e oltremodo discutibili i titoloni dei giornali occidentali che riportano come una delle più grandi vittorie del secolo la concessione del voto alla donne in Arabia Saudita. Se vittoria abbiamo deciso di definirla allora io non la accetto, i subdoli mezzi per la denigrazione femminile sotto mentite spoglie di diritti non sono una vittoria, rappresentano una sconfitta. Libertà e diritti sono imprescindibili, e non esiste al mondo che si possa barattare la prima per ottenere la brutta copia dei secondi, specie se si parla di donne, specie se alcuni paesi che rifuggono da questa ovvietà sono amici “nostri” e pure da 80 anni.

Quei meravigliosi Tweet dei giovani arabi che rispondono ai simpatizzanti dell’Isis

Alla faccia dei detrattori del mondo social, ieri Facebook e Twitter hanno dato la prova che dai social network non possiamo prescindere e che se utilizzati con metodo, sono in assoluto gli alleati migliori per la circolazione istantanea di informazioni che, come per i drammatici attentati di ieri a Parigi, possono arrivare a fare la differenza tra la vita e la morte degli utenti.Basti pensare al meraviglioso hastag che molti francesi ieri hanno fatto circolare #PorteOuverte #porteaperte per veicolare la possibilità ad ospitare chiunque fosse per strada durante gli attentati e non riuscisse a tornare a casa.

Tra i molti hastag girati sul noto social ne è comparso uno in arabo   #حروق باريس    #Parigibrucia. Molti utenti giurano sia apparso per la prima volta sul profillo twitter dello stato islamico, a noi invece importa poco della paternità possiamo però dire che molti di coloro che ieri hanno gioito per il  susseguirsi degli attentati nella capitale francese, non hanno lesinato dimostrazioni di solidarietà ai terroristi pubblicando sfacciatamente sui social stati più o meno simili che, tra deliranti rivendicazioni e altrettanto irragionevoli giustificazioni fantareligiose, hanno contribuito a diffonderlo.

E’ stato facile quindi utilizzarlo per “spiare”su Twitter  le interazioni tra chi vive o proviene dai paesi arabi e che ieri notte come la quasi totalità degli utenti ha discusso degli attentati. Purtroppo il nostro unico supporto è stato il traduttore automatico del Browser che riconosciamo sia quanto di meno dignitoso  e funzionale possa esistere al riguardo, tuttavia nonostante la chiara impossibilità a renderci una traduzione fedele dei 140 caratteri, ci ha aiutato a  comprendere in pieno il senso di quei Tweet. E abbiamo capito che quei caratteri così complicati da decifrare urlavano  sdegno,  vergona,  condanna, nei confronti di quei fanatici dell’Is che più di uno ha definito “traditori dell’Islam” .

E’ stato toccante notare la forza e il coraggio di centinaia di giovani arabi che armati di hastag rispondevano colpo su colpo al fanatismo social “Voi non siete musulmani siete animali” “L’islam è innocente” “Noi vogliamo la pace” “mi vergogno per voi”. Ennesima conferma, qualora ce ne fosse ancora bisogno dell’assoluta presa di distanza da parte di più di un miliardo e mezzo di Musulmani che non riconoscono la propria religione nel sangue degli innocenti che l’Isis non solo in Occidente sta decimando.

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#NotInMyname continuano a chiarire i giovani musulmani.Che nessuno utilizzi il nome del loro Dio per diffondere l’odio.

Perché è questo ciò che lo stato islamico sta tentando di fare: dividere il mondo in fedeli e miscredenti, tra chi merita di vivere e chi di morire nel più atroce dei modi.

Loro vogliono farci odiare e invece dobbiamo dimostrare che possiamo amarci di più.

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Tra parentesi (In Littorina con il novellino delle Ferrovie del Sud Est )

Ogni mattina un uomo si alza e sa che deve prendere la littorina. Il lavoratore costretto ogni santo giorno a viaggiare con le Ferrovie del Sud Est, lo riconosci subito, non importa cosa indossi o come lo indossa, lui è sempre scoglionato, ogni mattina; sensazione che tende a peggiorare la sera, al ritorno, quando diventa evidentemente scoglionatissimo.

Anche io abito questi obsoleti velocipedi di latta almeno due volte a settimana e so bene che esiste una sorta di tacito accordo tra i tuoi compagni di viaggio “io non ti parlo tu non mi parli e nessuno si farà male”.

Sai che se ti va bene, starai seduta almeno 50 minuti in un’ambiente angusto e l’ultima cosa che vuoi è fare conversazione.Il nostro saluto è un gelido sguardo che viene ricambiato a stento, se siamo pochi stiamo ben attenti a stare ognuno ben lontano dall’altro,ciascuno nel suo piccolo microspazio fatto di cuffiette, occhiali da sole e libri lasciati a metà dove l’unica interlocuzione permessa è quella con il controllore che speri sempre non passi mai anche se hai il biglietto; una cosa inspiegabile.

Così, capita che quando sulla disagevole vettura salga il novellino, il portatore sano di curiosità eccitato come un fanciullo il primo giorno di scuola, lo si riconosca subito.

Questo è quanto è accaduto due giorni fa:

Ore 17:17

Ci ritroviamo tutti in stazione stanchi e scoglionati, ci scambiamo il classico sguardo e saliamo muti sulla vettura.Io riesco ad accaparrarmi il posto da quattro, dove le sedute sono una di fronte all’altra, quello che ti permette di stendere i piedi. E’ sicuramente il più agognato, se riesci a conquistarti quel posto sai che in una scala da scomodo a nauseabondo viaggerai diciamo, al livello schifo che è sempre meglio di nauseabondo, per dire.

Piazzo le cuffiette nelle orecchie finisco di lanciare sguardi a tutti quelli che mi passano accanto e rivolgo l’ultimo e più ostile al finestrino.

<< Scusi la disturbo se mi siedo qui ?>>

Eccolo il novellino che mi chiede il permesso per invadere il mio microspazio, tolgo le cuffie dalle orecchie e faccio cenno di si con la testa. Rimetto le cuffie. Il novellino alza il dito vuole parlarmi, “che siamo alle elementari?!”, mi giro per la seconda volta, i miei compagni di viaggio si voltano verso la mia seduta “Oddio è pazzo” sembrano vogliano dire, la regola è la regola “tu non mi parli io non ti parlo e nessuno si farà male”.Ma i novellini questo non lo sanno, i novellini vogliono fare sempre domande:

<<Mi scusi sono un giornalista, tu prendi sempre questo treno? Fa ritardo? Eh senti sei mai stata molestata?>>

Si, mi piacerebbe dirgli.Da un novellino eppure giornalista.Il peggio del peggio, penso. Che ho fatto di male per meritarmi quello che viene pagato per viaggiare sulla littorina e pure di fianco. Avrei potuto sopportare la classica domanda idiota “questo va a lecce?” ma mio dio questo no. Questo è troppo. Mi limito e rispondere <<Si, Si, No>>.

<<E senti ti va di raccontarmi qualcosa>>

<<C’ho mal di testa>> rispondo scoglionata. L’aria comincia a farsi pesante, l’ultima volta che un novellino si è rivelato così chiacchierone lo abbiamo fatto scendere a Nardò dicendogli che doveva cambiare treno con tanto di silenzioso fottiti. Quella volta anche il tipo strano con la 24 ore rossa aveva sorriso, e in genere lui può insegnare al mondo intero cos’è la scogliona.

Insomma, non mi andava di raccontare proprio nulla,

<<Guardi…>>

<<Dammi del tu>>

<<Guardi…dicevo, qua siamo tutti tranquilli nessuno ha mai molestato nessuno e in genere ci sediamo e aspettiamo la nostra stazione di arrivo, non succedono grandi cose qua dentro>>

Fuori da quel contesto sarei stata una macchinetta impazzita “i treni fanno schifo, c’è vomito, diarrea, c’è puzza, i prezzi sono alti, dovrebbero offrire l’antitetanica a tutti, mi devono pagare la lavanderia, mi devono pagare uno psicanalista…” e cose senza senso di questo genere, ma su quella vettura la voglia di parlare e più in generale di vivere si annienta.

Il giornalista mi sorride, io rimetto le cuffie scoglionata, spero abbia capito l’antifona, il resto dei passeggeri si rilassa. Anche oggi, autocombustione permettendo, torneremo a casa illesi.

Ma spesso le cose non sono come sembrano. Il novellino caccia dallo zainetto da finto povero, una reflex modello figo con obiettivo grande quanto la mia voglia di spaccarglielo. La cosa non ci piace.Si mette a fotografare tutto, ma resta seduto, la sua iperattività comincia a darci fastidio, dimostra di non aver nessun rispetto per la scogliona altrui.Mi auguro gli venga voglia di andare in bagno, l’ultima volta che un novellino aveva utilizzato il bagno della littorina, dopo non era più lo stesso, aveva perfino cambiato colore di capelli, ne era uscito biondo platino.

A dimostrazione del fatto che quando le cose sulla littorina si mettono male, possono solo peggiorare, passa pure il controllore. E’ allora che il Novellino dà prova di essere il re dei novellini:

<<Scusi sbaglio o portiamo un po’ di ritardo?>> dice.

L’aria si ferma, il gelo prende possesso del velocipede, solo il candore virgineo sul volto del novellino pare non prendere coscienza di ciò che era appena accaduto. Dall’altro vagone si affacciano timidamente i visi di altri passeggeri “E’ successo davvero” “ l’ho sentito con le mie orecchie” “Gli ha chiesto se porta ritardo”. Nessuno avrebbe voluto trovarsi al posto del novellino.

<<Si>> risponde il controllore <<qualche volta succede>>

Al suono di quel “Qualche volta” ho temuto il fenomeno dell’autocombustione indotta, non sentivo quell’atmosfera da quando il tipo con la 24 ore rossa aveva scordato l’abbonamento a casa e il controllore voleva fargli la multa <<Viaggiamo nelle merda mi vede tutti i giorni e vuole farmi a multa? Ma mi prende per il culo?>> chi può mai dimenticare.

E’ stato allora, che la signora del sindacato (noi la chiamiamo Camusso perché quando era lei una novellina ci aveva ammorbato con la storia delle sue lotte e di quanto fosse brava e bella la Camusso, fortuna che la scogliona la sorprese con una velocità sorprendente) ebbe l’idea di alzarsi dal suo posto per avvicinarsi  al giornalista:

<< Ragazzo siamo a Nardò, se deve andare a Lecce deve scendere e cambiare treno>>

Il giornalista novellino scende, noi riprendiamo il viaggio. Per Lecce.

La littorina non è un posto per tutti.

L’essere umano è cancerogeno

Le conseguenze della crisi ambientale sono rilevabili ovunque. Come un’epidemia, l’inquinamento è ormai parte integrante dell’aria che respiriamo, del terreno che da vita alle piante, che a loro volta nutrono noi.

L’inquinamento è nei nostri mari e ha superato in grandezza gli oceani. L’inquinamento è la firma che l’uomo ha scavato nella natura, che porta con se l’idea del primato dell’artificiale sul naturale.

L’essere umano è un illuso, vive nella costante convinzione di poter governare la natura, come se questa terra non fosse finita.Sta cambiando perfino la composizione dell’atmosfera l’uomo, con conseguenze che non ci è dato ancora conoscere. Eppure la collettività umana moderna continua a percorrere il sentiero della ricerca di un non meglio precisato nemico dal quale dobbiamo difenderci, quel portatore malsano e fetente di cellule cancerogene.

Oggi è la carne rossa, ieri il glutine, domani chissà.  Nella personalissima convinzione dell’essere umano, l’essere umano stesso non è tra questi nemici. Eppure il più cancerogeno degli elementi su questa terra è proprio l’uomo; diversi miliardi di uomini e donne che preferiscono trovare rifugio nelle incertezze delle scienze per poter continuare ad agire a modo loro, spinti da interessi privati poco virtuosi e ancor meno lungimiranti.

L’essere umano è il più subdolo vettore di cellule cancerogene al mondo:

Ha portato il cancro, indescrivibili malattie genetiche e innaturali malformazioni fisiche con la bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki, causando fino ad oggi quasi un milione di vittime. E poi l’ha portato a Cernobyl e a FuKushima.Il cancro è in tutte le armi nucleari e non, poiché veicolano scorie che producono problemi all’uomo attraverso malattie e malformazioni.

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L’uomo ha portato il cancro nell’oceano pacifico; avete mai sentito parlare del Pacific Trash Vortex  ? E’ una grande chiazza in mezzo all’oceano, formata da 100 milioni di tonnellate di immondizia che si stima possa essere più estesa della superfice degli Stati Uniti d’America.

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Ha diffuso il cancro con l’Ilva e Cerano in Italia, con la Sucursala Electrocentrale in Romania, Vattenfall Europe Generation in Germania, Longannet Power Station Kincardine nel Regno Unito, TPP ‘Brikel’ Galabovo in Bulgaria. Tutte industrie queste elencate che utilizzano tecnologie che impongono costi tanto elevati quanto nascosti sulla nostra salute.

Il cancro provocato dall’essere umano viene  definito dai più cinici “L’insieme dei tumori permessi” perché “naturale” effetto collaterale di un processo che ci permette di continuare a crogiolarci nell’avidità che tutto vuole e niente lascia, quest’ultima si, difficile da abbandonare.Altro che carne rossa.

Poi possiamo parlare di etica e di rispetto per gli animali, della necessità di una produzione di carni più sana e a zero impatto ambientale. Ma questa è un’altra storia. Se di Cancro dobbiamo parlare allora è bene ricordarci ogni tanto che non esiste al mondo un solo elemento più cancerogeno dell’essere umano.

Discriminazione di genere sul lavoro: Il sessismo ci costa circa 280 miliardi di euro annui

Avete presente la frase “questo è un lavoro da uomini” alla quale noi per un lungo periodo della nostra storia abbiamo abboccato? Ecco, dietro a frasi di questo tipo si cela quella piaga culturale che identifichiamo come discriminazione di genere sul lavoro.

Non esiste un’occupazione adatta ad un genere sessuale, esiste quello che meglio si addice alle inclinazioni e alle predisposizioni fisiche e intellettive di ogni potenziale lavoratore o lavoratrice. Ma pare che in Italia come nel resto del mondo, il discorso sia un po’ più complesso giacché l’accesso delle Donne a determinate professioni è ostacolato da desueti cliché così largamente condivisi da aver superato anche le normative vigenti in materia. Conv(i)enzioni di cui dovremmo presto liberarci se lo sviluppo di un’Italia ancora piegata dalla crisi, ci sta a cuore sul serio.

Per dare la misura di quanto da noi, l’argomento viaggi ancora su una strada tortuosa basta ricordare che il nostro paese è stato l’ultimo della Nato a consentire nel “recente” 1999 l’ingresso delle donne all’interno di tutte le forze armate, le quali però ancora oggi non possono avere accesso a reparti particolari come i battaglioni mobili. Possiamo anche evitare di scomodare il mondo militare e analizzare il numero di operai donna, per scoprire che queste attualmente ricoprono solo una piccolissima fetta nelle grosse aziende produttrici. In Fiat ad esempio solo il 18% del personale impiegato alle macchine è donna.

Il discorso cambia notevolmente se spostiamo l’attenzione verso quelle professioni impropriamente definite “da donne”  (del mondo dell’estetica, delle arti ecc…) che altresì hanno registrato un veloce cambio di rotta con l’accesso e la realizzazione di molti professionisti uomini del settore.

Se solo avessimo il coraggio di frenare l‘inarginabile tzunami culturale che incentiva dal basso, la netta distinzione tra lavori da uomo e quelli da donne, il nostro prodotto interno lordo crescerebbe notevolmente e questo agevolerebbe l’uscita dalla stagnazione economica attuale.

Christine Lagarde, una delle donne più potenti del mondo e alla guida del Fondo monetario internazionale, a febbraio scorso usò dei termini perentori quando disse che “C’è una cospirazione in atto contro le donne”. Affermazione supportata proprio da uno ricerca del FMI sui danni del sessiamo, “In più di 40 nazioni, tra cui molte ricche e avanzate, si perde più del 15% della ricchezza potenziale, per effetto delle discriminazioni contro le donne” si legge nello studio. Nel dettaglio, America si perde il 5% di Pil , in Giappone il  9%, punte altissime in Egitto con un fermo 34%. L’Italia in questa classifica ricopre la fascia alta, quella dei paesi più arretrati in materia, che pur di preferire pratiche sessiste rinuncia al 15% del Pil potenziale che non viene per questo realizzato. Piccola, triste e misera curiosità: la ricerca della FMI mette in evidenza che molta della ricchezza che l’America non produce deriva proprio dalla discriminazione contro le Donne italiane.

Ma non sono solo i lavori per così dire manuali quelli meno accessibili alle donne, nel campo delle scienze ad esempio non ci sono tante donne quante potrebbero essercene se le regole di accesso a queste professioni fossero livellate,cioè uguali per tutti. Novemila miliardi di dollari all’anno, è il PIL che il mondo non ha prodotto a causa della difficoltà di buona parte delle donne ad assecondare le proprie inclinazioni professionali.In Italia la perdita è di circa 280 miliardi di euro.

Ricordiamo che Il principio di parità in Italia prevede il divieto di discriminazione tra i due sessi nell’accesso all’occupazione, per cui non esiste lavoro che una donna non sia legittimata a fare. Nonostante ciò il sessismo continua ad avere la strada spianata e talvolta arriva a superare indisturbato la normativa vigente a causa di stereotipi ancora più forti della giustizia.

Assestare colpi mortali alla discriminazione di genere tramite politiche di sostegno al lavoro e opere sensibilizzazione a tutto campo, è la strada che donne e uomini insieme devono costruire per debellare il dramma della crisi. Ameno ché non ci sia ancora qualche illuso che pensa che il sessismo nel nostro paese sia solo un problema di donne e cosa ancora peggiore, da donne.

Cosa significa avere le mestruazioni in Africa: Tu ci riusciresti?

Ho imparato a non tollerare chi ancora nello sviluppatissimo occidente, all’interno del più evoluto vecchio continente, storce il naso quando è costretto ad udire la parola “mestruazioni”. Eppure è proprio così che si chiamano le perdite di sangue (e non solo) che provengono dall’utero e che troppo spesso sono associate a qualcosa di così nauseabondo da non meritare neppure un nome. Le definiamo noi per prime “Quei giorni” quando non preferiamo un più sobrio “Sono indisposta” come se il ciclo fosse una fase avversa al nostro corpo e non la cosa più naturale del mondo. Faccio questa premessa perché sia chiaro che non affronterò l’argomento meglio specificato nel titolo forgiandomi di una supposta superiorità etnicaculturalterritoriale giacché sul tema dimostriamo tutti ancora una certa ignoranza.

“Cosa significa avere le mestruazioni in Africa?” dicevamo. Ebbene avevo affidato a Google la risposta a questa domanda approssimativa, stupida forse, sicuramente non convenzionale ma che aveva generato in me una sorta di morbosa curiosità dopo aver analizzato poche ore prima alcune fantasiose ipotesi sull’argomento con un’amica. Ciò che la mia ricerca ha prodotto ha spalancato le porte di un mondo che non conoscevo affatto o che peggio facevo finta di non conoscere.

In molte zone povere dell’Africa parlare del ciclo mestruale non è solo un pericolosissimo Tabù, ma anche il motivo per il quale moltissime ragazze in età scolare abbandonano gli studi fin da giovanissime. Nelle baraccopoli Africane, l’assorbente è un lusso. Si, proprio quello che ci propinano in tutte le salse: alato, profumato, doppio, per la notte, per il giorno per il lavoro, piccolo, medio, grande, grandissimo, interno, esterno; in Africa è accessibile solo al 39% delle ragazze. La stragrande maggioranza delle giovanissime Donne preferisce perciò un sicuro nascondiglio casalingo ai banchi di scuola.

Questo genera un dannoso effetto a catena, le ragazze che vivono nelle baraccopoli diventano automaticamente cittadine di serie b con scarsissime possibilità di cambiare il loro status da adulte, sfavorendo così un aumento della percentuale di donne lavoratrici in Africa.

Ad aiutarmi a capirci qualcosa di più ci ha pensato la storia di Sophia Grinvalds una signorina americana che dopo il college ha deciso di prendersi un anno Sabatico in Uganda, tranquilli che non è l’ennesimo ricco e annoiato emule di Christopher McCandless e il senso di questo viaggio è distante anni luce da un in to the wild qualsiasi. La ragazza ha scelto l’Africa per fare volontariato.

Da questa esperienza nasce Afripads di cui Sophia, oggi brillante trentenne, è ideatrice e amministratore delegato. Afripads è la prima azienda africana che produce assorbenti riutilizzabili da destinare alle zone dell’Africa più svantaggiate. Una genialata, perché questo genere di illuminazioni necessitano di attenta riflessione su un tema e su quello del ciclo mestruale facciamo fatica a dedicare troppo tempo perfino noi Donne.Sbagliando.

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Gli assorbenti riutilizzabili prodotti da Afripads

Perché sarebbe stato fin troppo facile percepire che no, in luoghi di estrema povertà come le baraccopoli Africane, non possono esistere assorbenti, che le mestruazioni possono ancora oggi rappresentare un problema estremo per molte donne nel mondo. Ho sempre stupidamente creduto che non esistesse donna sul pianeta che non fosse in grado di accogliere il ciclo mestruale. Quanta approssimazione la mia, come se avessi mai provato io, a non utilizzare gli assorbenti. Come se si potesse davvero chiamare vita, quella che trascorre durante quei cinque giorni senza potersi affidare ad un seppur arrangiato metodo di assorbenza valido.

Come se davvero possa esistere una donna in qualsivoglia continente che per chissà quale assurda tradizione o abitudine preferisca affidarsi a materiali di fortuna come carta igienica o fibre di banana piuttosto che al più semplice assorbente.

Ecco allora, che abbattere il Tabù del ciclo mestruale, smettere di pensare che discuterne manchi di rispetto alla privacy delle Donne, è di fondamentale importanza nel processo di emancipazione femminile nel mondo. E se questa vi sembra un problema secondario, qualcosa di molto meno grave della mancanza di cibo e acqua allora accettate la mia sfida: Un ciclo mestruale intero senza toccare un assorbente, quante di noi ci riuscirebbero?Quante di noi riuscirebbero a vivere?

“Saviano è un copione” Ma chi è il giornalista che lo accusa?

Per chi non lo sapesse da ieri Roberto Saviano è su tutte le prime pagine dei giornali per una polemica che è diventata in poche ore virale. Questa volta non nasce nel nostro paese, anche perché non avrebbe fatto alcuna notizia giacché come sappiamo tutti Saviano è oggetto delle critiche più disparate da parte a parte dell’Italia, ma negli Stati Uniti dove la sua ultima fatica letteraria <<ZeroZeroZero>> sta facendo capolino nel nuovo continente, tradotta in lingua inglese.

E’ il giornalista americano Michael Moynihan a lanciare l’accusa che scatena una vera e propria bomba mediatica: <<Saviano è un plagiatore>>. Secondo il giornalista, lo scrittore partenopeo avrebbe il vizietto di attingere dalla rete per la scrittura dei suoi lavori senza citare mai le fonti, non solo, sempre secondo Moynihan, Saviano avrebbe utilizzato questo sgamabile escamotage da novellino, anche per la scrittura di  Gomorra, il capolavoro che lo ha fatto conoscere al mondo intero.

Saviano sceglie oggi di affidare ad una lunga intervista su repubblica la sua risposta alle diffamazioni, il senso è <<attingo dalla cronaca è vero ma per raccontarla dal mio punto di vista>>.Nulla di nuovo, in perfetto stile Saviano. Tradotto “questo lo sapevamo già”.

Ma non è questo il punto, lo è quella nostra riluttanza ad approfondire una notizia preferendo la mortificazione del nostro pensiero critico. Abbocchiamo a tutto. Basta dare un’occhiata alla lapidazione mediatica di Saviano attraverso i social, per farci un’idea.

Ma cosa sappiamo noi di Michael Moynihan? Nulla.

Ho fatto visita al sito che ha lanciato l’esclusiva, il The Daily Beast e ho cecato l’archivio contenente tutti gli articoli del giornalista in questione, ciò che ne è venuto fuori è una lunga lista di accuse al vetriolo nei confronti dei più disparati personaggi pubblici, scritta con il piglio di chi ha la verità in una tasca e un linguaggio abbondantemente scurrile nell’altra.

Titoloni sensazionalistici in favor di click e pubblicità. Nulla da invidiare a quei siti di quarta e quinta fascia che conosciamo tutti. Michael Moynihan se la prende con chiunque, perfino con Nelson Mandela:

<< Mentre si godeva il suo meritatissimo premio Nobel e si guadagnò l’appellativo ingiusto di ‘grande uomo’, in realtà sapeva benissimo di non essere un santo>>. Non solo, dopo l’abdicazione di papa Benedetto XVI, Moynihan lo definì un <<fallimento morale>> senza troppi giri di parole. Sul neosindaco di New York Bill De Blasio scrisse che è un <<nostalgico della ciminalità>>.Insomma, lo stile lo conosciamo “purché se ne parli” o meglio purché diventi virale.

L’articolo di Michael Moynihan lo trovate qui, per il resto, ricordiamoci la regola secondo la quale un’offesa qualifica spesso chi la lancia. Stesso discorso vale per le accuse.

La Miss Italia che ci fa sentire tutti più intelligenti e i clamorosi strafalcioni andati nel dimenticatoio.

Alice Sabatini, è il nome della giovanissima nonché ultima Miss Italia, che è stata messa a disposizione del pubblico ludibrio poiché durante la finale del concorso, alla domanda stupida “In che epoca vorresti nascere” ha risposto altrettanto stupidamente con un incerto “Nel 1942, quando c’era la seconda guerra mondiale…” e bla bla. Il resto è ormai è storia.

Grazie ad Alice ci siamo sentiti tutti un pochino più intelligenti, noi che per la maggior parte non sappiamo neppure quando è cominciata la seconda guerra mondiale ci siamo indignati, noi che non abbiamo idea se sia durata più o meno della prima ci siamo indignati , noi che alla domanda “chi l’ha vinta?” fingiamo un improvviso attacco di stipsi o peggio ancora rispondiamo con inutili polemiche paracule “ma mi prendi per un cretino?” per poi sparire nell’arco di un secondo, ovviamente indignati. Noi che il 25 aprile ci chiediamo “we ma cosa si festeggia oggi?” ci siamo indignati. Noi che ricordiamo di avercela un’indignazione quando a commettere una gaffe è una giovanissima Miss Italia e siamo pronti a difenderci se ne sparariamo di più grosse, ci siamo indignati.Indignati? ma che dico indignatissimi!

Voglio rovinarmi e rincaro la dose con una bel po’ di femminismo spietato, sostenendo pure che alle donne ( peggio ancora se piacenti) perdoniamo poco, quasi speriamo diano dimostrazione della regola “Bella e stupida” e quando succede è un giorno buono per tutti. Potete dirmi che mi sbaglio ma ai calciatori, notoriamente veri e propri pozzi di cretinate nati per elargire gaffe un tanto al kg come non ci fosse un domani, piuttosto che indignazione regaliamo attestati di stima manco fossero i salvatori della patria con il grado di  “Adorabili Mattacchioni”.

Io sono dalla parte di Alice.Ha tutta la vita per rimediare alle sue lacune culturali (o al suo cinismo chissà) un domani potrebbe diventare il nuovo direttore generale del CERN, e ci toccherà spostare l’oggetto delle nostre indignazioni verso altri lidi.

Cosa possiamo dire invece delle gaffe di autorevoli personalità già grandi e pasciute, del mondo della politica, dello sport, della cultura loro si, chiamati a fare molto di più che mantenere una corona di diamanti in testa o a sorridere davanti ai flash?!

Girando nel web ne ho trovate moltissime, ne pubblico alcune.

Scommettiamo che ci indigniamo “manco per niente”?

“Ed Enea diede luogo a una dinastia da cui nacquero Romolo e Remolo. (Silvio Berlusconi)

“Sarò breve e circonciso” (Davide Tripiedi, deputato M5S)

“Coinciso, quello è un’altra cosa” (Simone Baldelli, deputato Fi corregge il collega)

“L’Eni è oggi un pezzo fondamentale della nostra politica energetica, della nostra politica estera, della nostra politica di intelligence. Cosa vuol dire intelligence? I servizi, i servizi segreti.” (Matteo Renzi)

“Non c’è niente di peggio che il cieco che non vuole vedere” (Antonio Di Pietro, ex leader Italia dei Valori)

“Ma come fa quella donna  a dire che io sono dislessico, se non l’ho mai intervistata?” (George W. Bush)

“Qualcosa di molto importante e rivoluzionario per la società può scaturire dall’epidemia di ebola e sarebbe un’idea molto buona: niente più strette di mano!” (Donald Trump)

“È stato un avversario molto ostico ma anche agnostico.” (Arrigo Sacchi)

“Incrocio le dite.” (Aldo Biscardi)

“I maghi non esistono, quelli li bruciavano nelle piazze nel ‘300.” (Trapattoni)

“Abbiamo apertuto il collegamento” (G.Galeazzi)

“Libri? Non ne leggo uno da due anni”. ( Fleur Pellerin, ministo della cultura francese)

“Ma qual è si scrive con o senza l’apostrofo?” il 65% degli Italiani.

Bergoglio: Eva non era una tentatrice (ma amici come prima).

Al crollo dei nostri miti, ci siamo tutti abituati.Nel bene e nel male ma ci siamo abituati.Abbiamo cominciato da Bambini quando ci hanno detto che babbo Natale non solo non è Lappone, ma che addirittura non esiste,ci è caduto il mito della Befana, della fatina dei denti, è caduto un mito quando abbiamo scoperto che Cristina D’avena e Licia erano due persone diverse, che Licia non era una persona, che Uan non aveva le gambe, che Lady Oscar aveva le tette, che Kurt Cobain non si è suicidato, che rubano anche a sinistra, che anche la Merkel ha un cuore.

Oggi Papa Bergoglio fa crollare l’ennesimo mito, uno di quelli belli tosti questa volta, un mito dalla corazza granitica, così grosso che per dare la misura dell’enormità di questo mito ci basta pensare alla mole di teorie maschiliste che nei secoli questo ha generato.Grosso e pure cattivo. Così cattivo che è stato capace di convincere intere e millenarie generazioni che se l’uomo fa una cosa brutta è perché dietro c’è una donna che lo ha tentato.

Il Papa è lapidario <<Eva non è mai stata una tentatrice e Adamo ha fatto proprio una brutta figura>> .Una bomba culturale lanciata con la leggerezza di un bouquet.In pieno stile Bergoglio.

E infine la chiusa che tuona maestosa <<dobbiamo difenderle le donne!».

E in un lampo nella mia testa è il delirio, crollano le icone del maschilismo nel mondo: si ribaltano governi, consigli di amministrazione, gerarchie militari, cadono Burqa, le mutilazioni genitali sono solo fantasie di cattivo gusto, le spose bambine tornano a dormire con le bambole, spazzati via gli stupri, gli aborti forzati , il femminismo diventa un ossimoro.Si lima l’asimmetria tra ciò che può fare un uomo e ciò che può fare una Donna.Le Donne sono uguali agli Uomini.Finalmente!

Nella mia testa le parole del Papa hanno il potere di cambiare il mondo.

<<Dobbiamo difendere le donne>>.

Nella mia testa oggi è un giorno buono.Nella realtà il solito. Perchè i “miti” cattivi in questa realtà sono duri a morire.

Perchè se non è Eva la tentatrice, allora lo sono Sara o Cristina, sarà Colpa di Anna, di Ginevra, di Maria, di Samatha ( se con l’H è meglio), di Greta, di Lucia, di Chiara di Rosaria.

Se a farci i regali non era Babbo Natale li pretendevamo da mamma e papà,  perché a noi fondamentalmente dei miti non ce n’è mai fregato poi tanto.Ci importava e ci importa non perdere i benefici che alcuni miti ci hanno portato.

E volete mettere che gran figata vivere in un mondo nel quale basta attribuire fantasiose colpe veniali ad una donna qualsiasi, per sentirsi un grande uomo?!