Pompeinrete.it: Due parole al web master del sito istituzionale di Pompei

Caro web master del sito istituzionale di Pompei,

Ci ho messo un po’ prima di decidere di buttare giù queste due righe, ma è da quando un’amica mi ha segnalato il nuovo sito della città partenopea che combatto contro la mia parte moderata che pretende dalla mia parte goliardica maggiore serietà perché diamine c’ho una certa età e una professione che mi impongono di essere una persona pacata.

Ma questa roba qua è irresistibile, non posso tacere e farla passare in sordina. Cioè l’ultima volta che un tizio si è permesso di contestualizzare un certo tipo di argomenti in ambito istituzionale è nato il partito di Forza Italia, dopodiché nessuno ha mai neppure pensato di eguagliare tale impresa. Capirai caro web master che ti tocca. Permettimi dunque di girarti la domanda che tutto il mondo vorrebbe porti: Ma come ti è venuto di utilizzare il colore bianco come sfondo per l’intero sito?

Voglio dire, da un dominio come pompeinrete.it una si aspetta altro, quasi teme di aprirlo per evitare che il pc venga invaso dallo spam più ignorante del web e poi quando si fa coraggio ecco che fa capolino la purezza del “bianco” e dei contenuti, sarebbe forse  stata più consona una certa coerenza? Certo mi sono chiesta se la tua scelta fosse da attribuire all’ultima mente pura e senza malizia d’età superiore ai sette anni sul piante terra, una sorta di Candy Candy de noantri, oppure se fossimo altresì davanti ad un genio ribelle. Io sono convinta che tu lo sia, un genio. Nessuno se non un genio avrebbe mai potuto utilizzare quei “colori” così esplosivi, voglio dire lo vediamo tutti quel “bianco” così “bianco” e da solo in grado ti sbatterti in faccia ( forse avrei potuto utilizzare un allegoria diversa) una messaggio così accessibile. Neppure l’ideatore del sito del Culatello Di Zibello sarebbe mai arrivato a tanto, eppure avrebbe potuto cedere anche lui alla tentazione; certo sia chiaro che il risultato sarebbe comunque impallidito di fronte alla tua immensa idea.Niente da dire del culatello sul “bianco” eh ma sul “bianco” di Pompei ci abbiamo costruito un mondo.

Ti prego a questo punto di dare forma alle mie curiosità, quelle che non mi fanno dormire la notte, che torturano la mia mente dal momento in cui mi sveglio a quando vado a dormire, da quando cioè ho saputo che il sito è stato presentato nientepopodimeno che nei locali della Chiesa della Madonna dell’Arco. Conosco bestemmie che a confronto sono uno ciao in francese.

Dimmi la verità caro web master, avete fatto il gioco della monetina per chi doveva presentare il sito non è così? Perché comprendo non fosse facile insomma, essere il primo a presentarlo al mondo davanti ai fotografi e ai giornalisti. Non fraintendermi io avrei pagato tutto l’oro del mondo per essere presente  proprio in prima fila nel momento in cui il malcapitato sul pulpito dell’altare è stato costretto a presentare quel… “bianco” ma immagino anche che non sia stato facile affatto. Riesco a vederla quasi la vergogna iniziale  sul suo viso specie quando il pubblico ha cominciato ad essere insistente: “cosa?” ”che dice?” “ voce” “ gridi non si sente” prima di abbandonarsi ad un secco…<< BIANCO! Ok è bianco, va bene? Ha lo sfondo Bianco ora per cortesia possiamo parlare dei contenuti ? >>

Ah caro web master del sito istituzionale di Pompei, tu non hai neppure idea di quanto materiale io avrei potuto accumulare quel giorno per ridere tutta una vita come so anche che si sta cercando di non dare troppo risonanza alla cosa per evitare di dare fiato alla bocca di chi vedrebbe malizia anche una forchetta (LoL). Mi dicono oltretutto che la volontà sia quella di modificare al più presto ciò che ha generato tutto questo imbarazzo e allora io voglio chiederti se possibile una cortesia; ti prego di invitarmi alla presentazione del nuovo sito, perché se tanto mi dà tanto non posso mancare ad uno delle rare occasioni pubbliche in cui la pezza è potenzialmente e di gran lunga più esilarante dei buco.

p.s. E mi prendono pure in giro quando dico che un accento può salvarci la vita

Cordialità

Lucia

Zitella…Ops: Uno spettro dal passato

Di: Ilaria Le

Ormai vicina, ma ancora a distanza di sicurezza, dagli anta, ufficialmente single e senza prole, superate con scioltezza le domande di rito e le relative risposte sbigottite:

Non sei sposata!? E non hai figli?!”,

Affrontata la fase dello sguardo incuriosito e diffidente del

cosa avrà che non va…ha studiato, ha un lavoro, non è un cesso … ,

catalogata nella classificazione

specie strana”,

Pensavo di essere scivolata nella zona di indifferenza del paesano medio e di poter lavorare serenamente… per quanto consapevole che la mia prontezza e le mie risposte brusche siano sempre e necessariamente attribuite allo status single. Sempre e solo!

Voi anche lo pensate… eppure non è così: Sbagliate, sbagliamo!

Ecco…la rivelazione, direi messianica; la ebbi di fronte al pronunciamento di una innocua parola e alle reazioni di shock e di imbarazzo che seguirono.Una parola per smascherare la misera realtà…una parola arcaica, uno spettro che torna dal passato… tataààà: ZitellA.

Una parola pronunciata in mia presenza e via: scuse a catena … “Scusa di che??? Non ho capito”… Incredula di fronte a cotanta rivelazione, mi barcamenavo nelle infauste tenebre mentali.

Cioè, vi è mai capitato di raccontare un aneddoto e pronunciare il termine calvo davanti ad una persona stempiata?…certo che è capitato, ma vi è mai venuto in mente di chiedere scusa??? NO certamente …

Ed invece questo accadde con la parola ZitellA davanti alla ZitellA …  Vi guardate allo specchio e non vi convincete, bhe neanche io.  Pensate che non vi machi niente, avete i pezzi a posto (controllate!): ebbene lo pensate solo voi. Chiunque tu sia e qualunque cosa faccia, resterai ZitellA e giammai single….

Ilaria

 

 

 

Signorina, a chi ?

Ci sono arrivata da poco ma da certe verità non puoi prescindere giunge il momento in cui ti trovi a faccia a faccia con loro e sai bene che la sfida che ti lanceranno sancirà una sconfitta solo tua, sono quel genere di verità che battono le carte e che avranno sempre l’ultima parola. Una di queste è tutta dentro il significato dell’appellativo di Signora che sentiamo come “appioppatoci” intorno ai 30 anni di età (anno più anno meno) che irrompe improvviso nella nostra vita come una tegola in testa e come se magicamente prendesse vita, si piazza di fronte a noi , ci schiaffeggia e ci dice franca e spavalda <<Si bella hai capito bene, stai invecchiando>>.

E questa tegola ha la forma dell’adolescente su un mezzo pubblico “Mi scusi Signora è occupato?” del salumiere “Signora altro?” del tipo in fila davanti a te alla cassa del supermercato “Signora vuole passare per prima?”.

Una tegola fetente, sulla quale nel momento successivo in cui pronuncia quel –SI-GNO-RA-, concentriamo tutte le nostre insicurezze, paure, incazzature: <<scusami ragazzino, quanti anni pensi che ci togliamo ?>> ; <<Ma con che faccia… lei potrebbe essermi padre >><< Signora a me? Ma come si permette si faccia la fila sua>> lo abbiamo pensato, lo abbiamo detto veramente, lo abbiamo perfino urlato, manifestato, sospirato ed è successo a tutte.

Questa cosa del Signora rispetta spesso un’escalation che prevede regole ben precise: prima viene il trauma, poi la paura di aver perso l’aspetto della ragazza spensierata a cui siamo tutte affezionate, ecco poi le rassicurazioni degli amici –ma dai dopo i 18 anni per gentilezza siete tutte signore-poi la presa di coscienza –eh ma a 20 anni nessuno mi ha mai chiamato signora- poi la rassegnazione e infine la scoperta della meravigliosa fortuna di esserlo davvero una Signora. Si! Ho scritto “fortuna” e spiegherò in breve perché ho voluto osare tanto (avevate capito che fin qui era una premessa no?).

Signore lo siamo sempre state c’è poco da fare, ma cosa ancora più importante Signora non è non più giovane, è altresì un dato di fatto, è ciò che sarebbe dovuto essere e che è sempre stato, siamo noi che ci guardiamo allo specchio e l’immagine che ci rimanda ci dice “complimenti sei una Donna” e tant’è. Signora è la migliore versione di noi stesse. E siamo Signore a 18 come a 100 anni.

Signora è quel romantico Madonna senza temere di incappare in paragoni audaci, che letteralmente è Signora mia antico appellativo con il quale si dimostrava rispetto nei confronti della Donna e lo splendido contributo di Giacomo da Lentini con la citazione <<Madonna, dir vi voglio como l’amor m’à priso>> basta e avanza per spiegarne la magia. Signora badate bene. Non signorina.

Termine, quel signorina che se proprio dobbiamo dirla tutta è desueto e perfino illegale, poiché decaduto per legge approvata in parlamento nel 1990, secondo questa le donne, al compimento del diciottesimo anno d’età sono tutte indistintamente Signore. Signorina è un termine quasi sessista, anzi lo è di certo. E’ una carogna che vuole sancire una divisione tra donne presumibilmente single e donne verosimilmente impegnate, squisitamente legata all’età. Rimanda le donne ad una loro supposta e diversa condizione sociale: quella di donne maritate (come si diceva un tempo, cioè appartenenti al marito)e di donne da maritare.

Attualmente è uno dei  più granitici refusi storici, un avanzo di un’epoca in cui le donne erano considerate così piccole da non poter far nulla senza il consenso del padre, del fratello e del fidanzato. Quante volte ci hanno rivolto l’odiosa domanda “Signora o signorina ?” per non apparire ne’ troppo indelicati ne’ troppo audaci. Ebbene ora sappiamo che sull’argomento non dovremmo avere più dubbi signorina anche basta, confonde le idee, ci costringe, ci svilisce anche.

Succede quando viene utilizzato come termine di confronto per rilevare caratteristiche fisiche o psichiche ritenute tipiche del sesso femminile: questo non è uno lavoro per signorine!

Capita quando sottende la probabilità che la nostra interlocutrice sia libera da impegni coniugali. Signorina è un posto libero a teatro, un tavolo sgombro al ristorante, una fila di poltrone al cinema.

Siamo Signore per la miseria. E riflettiamoci perché mentre ci disperiamo davanti  alla mazzata di un “Signora” o proviamo gratificazione grazie a quel signorina pensiamo che nessuno si sognerebbe mai di chiamare un uomo signorino. Un uomo di contro, è sempre signore, che sia sposato oppure no.

L’Isis non teme la Mafia che continua ad essere una montagna di merda.

Tra tutta l’immondizia che si legge rispetto agli attentati di Parigi, le deliranti analisi politico strategiche dei quotidiani libero e il Giornale, occupano senza troppe sorprese un posto d’onore.

Il quotidiano di Marizio Belpietro scrive:

“Da Venezia passando per Milano, Firenze e Roma, si rafforzano i controlli contro la minaccia islamica. Nella Capitale, il Vaticano e tutti gli altri simboli della cristianità sono considerati a rischio; il ghetto ebraicoè sotto sorveglianza, così come la Sinagoga e le ambasciate degli Stati Uniti, francese e israeliana. A Milano massima attenzione al Duomo, allaStazione centrale e negli aeroporti di Malpensa e Orio al Serio, aFirenze si tiene d’occhio Santa Maria Novella e la stazione, sorvegliati poi il porto e l’aeroporto di Venezia, i ghetti di Padova e Bologna. Ma appunto, gli obiettivi sensibili sono tutti al Nord e al Centro.”

Il Sud, sempre secondo Libero invece pare essere al sicuro e cita una non meglio specificata fonte anonima dell’anti terrorismo che al Giornale avrebbe riferito quanto il Sud sia paradossalmente meno esposto agli attentati poiché la presenza sul territorio della mafia e della  malavita,  rendono le infiltrazione terroristiche molto difficili.

Innanzitutto basta leggere ben altri quotidiani per apprendere che i controlli sono stati rafforzati anche presso il porto di Napoli, in sicilia e sull’intera costa adriatica salentina, luoghi in cui sono state inviate risorse militare specializzate.Inoltre è ormai un fatto che la mafia non abiti solo al Sud ed è al Nord che per una ragione squisitamente opportunistica opera e in modo anche abbastanza capillare e palese.

Ciò che preoccupa tuttavia non è tanto la notizia dalla dubbia credibilità spacciata per esclusiva, quanto l’appeal che l’idea di una Mamma Mafia prona a difenderci ha prodotto su un numero indecifrato di lettori.

L’idea che L’isis tema la Mafia è una falsità di dimensioni titaniche e non serve essere uno stratega consumato di affari internazionali per comprenderlo

Cominciamo con il dire che i terroristi e i mafiosi da un punto di vista squisitamente teorico sono più simili di quanto si creda; entrambe le organizzazioni si occupano di traffico di droga, armi e clandestini e sia la mafia che i terroristi non hanno mai avuto a cuore nulla se non il raggiungimento di bieche finalità che nulla hanno avuto a che fare con il benessere del proprio popolo. Togliamoci dalla testa l’idea che la criminalità organizzata oggi osservi un codice d’onore , una sorta di strada ideologia che prevede la difesa della patria in presenza di attentati terroristici, non era così neppure quando credevamo ce l’avesse davvero.La mafia è vigliacca, scappa, si nasconde, è vile, è egoista.La mafia non protegge, si protegge, la mafia non difende ma difende i propri interessi lo ha sempre fatto. Chi può scordare le esecuzioni da parte di noti esponenti mafiosi nei confronti di parenti, di Donne e bambini innocenti. Oggi se possibile la criminalità organizzata di casa nostra da casa nostra è ancora più lontana, operando perlopiù nei traffici internazionali ha subito un incremento di risorse provenienti dal nord africa e più in generale da luoghi dove vi è una massiccia presenza di Jihadisti. Inoltre se evidenziamo anche che molti dei Foreign Fighters provenienti dall’Europa hanno avuto precedenti criminali possiamo financo arrivare ad immaginare che addirittura L’isis dalla Mafia Italiana potrebbe attingere per trovare in questa fedeli alleati.

Non dimentichiamo che il sedicente stato Islamico con i suoi traffici illeciti e forme di estorsione è diventata l’organizzazione terroristica meglio finanziata di sempre. David Cohen, sottosegretario per il Terrorismo e l’intelligence finanziaria del Tesoro americano in una seduta dichiarò che «Isis ha accumulato un patrimonio senza precedenti (…) ed è l’organizzazione terroristica meglio finanziata di sempre…Non abbiamo soluzioni miracolose, né armi segrete per svuotare le sue casse. I nostri sforzi per contrastare le sue attività di finanziamento richiederanno tempo. E siamo solo alle fasi iniziali».
Insomma, Isis non è solo l’organizzazione terrorista più grande al mondo. È anche la più ricca.

Seguendo questa logica e la logica Mafiosa, i terroristi sarebbero in grado di corrompere qualsiasi organizzazione criminale sia questa Italiana, Asiatica o Russa.

E sappiamo bene quanto la criminalità organizzata si faccia ben pochi problemi morali quando si deve trattare su ingenti quantitativi di denaro facili facili.

Evitiamo quindi di appoggiare analisi deliranti.Noi Italiani non abbiamo bisogno della Mafia, restiamo tutti d’accordo che la Mafia resta quella montagna di Merda da cui abbiamo sempre preso le distanze e ricominciamo tutto da capo.

Tra parentesi ( Compare Uccio che all’albero della vita ha preferito l’albero della fica)

<< Eppure Cumpà Ucciu, tu a Expo ti saresti divertito, è stato un successone sai, l‘albero della vita è diventato il nuovo simbolo Italiano, bello sai, bellissimo>>

<<l’albero de ce?>>

<<della vita Ucciu, della vita>>

<< Eh beddha mia mo te cuntu na storia, ca tie nun eri mancu nata…>>

La Storia:

Il padre di Uccio buon anima, aveva tre campagne una a Nardò ereditata da uno zio molto abbiente, una a Nociglia e una tra Diso e Marittima.

Quando si andava a raccogliere le fiche però, quelle delle altre campagne erano sempre più buone.

C’era un albero di fichi in particolare, cresciuto in un terreno ai confini tra Spongano e Diso che faceva crescere fichi grossi come i fioroni di Martina Franca, anzi meglio. Si era sparsa la voce che la proprietaria, un’anziana nutrice rimasta vedova troppo presto, ne era molto gelosa e difendeva a suon di mazza da scopa chiunque provasse a rubarle i suoi fichi

La difficoltà dell’accedere a quei meravigliosi frutti aveva perciò fatto crescere il desiderio dei cinque ragazzini del vicinato, tra i quali un giovanissimo Uccio. Ogni sera a partire da metà agosto quella povera signora armata di pazienza e di scopa era costretta a minacciare i piccoli intrusi che tentavano di invadere il suo terreno.

Il Malloppo più nutrito che i ragazzi riuscirono a portarsi a casa consisteva in un solo fico, ancora troppo poco per sfamare la golosità dei cinque intrepidi ma abbastanza per confermare che le storie sull’albero non erano frutto di fantasia

Restava da capire come riuscire a mangiarne anche solo uno ciascuno.

Uccio non aveva intenzione di beccarsi bastonate sul sedere ogni sera, senza considerare che a queste si aggiungevano puntualmente le mazzate di sua madre la mattina successiva, dopo essere stata informata della marachella del figlio e dei suoi amici <<ti ho insegnato a chiedere per favore le cose>> gli ripeteva ogni volta la santa donna.

Certo che “chiedere per favore le cose” non è ascrivibile al tipico comportamento dei duri, tuttavia data la particolare difficoltà a raggiungere il tanto agognato obiettivo, fingere debolezza per arrivare alla meta sarebbe stato un comportamento degno del più scaltro stratega e utile alla causa.Uccio riesce a convincere anche i suoi amici, con la storia che un atteggiamento del genere era all’altezza solo dell’uomo senza nome ( personaggio di Sergio Leone ndr) e che anche loro come lui sarebbero dovuti diventare bravi con le parole un giorno o l’altro. E quel giorno era giunto,la stessa sera, i ragazzi bussarono alla casa dell’anziana nutrice e chiedendo perdono per i loro tentativi di furto le chiedono con una cortesia da manuale solo cinque fichi.

“E ‘nci ulia mutu?!” ( e che ci voleva?!) in un battibaleno l’anziana nutrice manesca si era trasformata nella dolce nonnina della porta accanto.

Non solo diede ai ragazzi tre fichi ciascuno con la rassicurazione che qualora ne desiderassero ancora, sarebbero potuti tornare quando volevano, ma gli insegnò una delle lezioni più importanti della loro vita.

Raccontò che quell’albero era prezioso, che lo si doveva rispettare come si rispetta un essere umano, al quale non bisognava mai rubare neppure una caramella ma chiedere sempre, disse loro che quello era un albero al quale si doveva parlare con rispetto ed in cambio di queste accortezze avrebbe donato fulgore alle guance degli anziani, forza alle donne gravide ed energia ai bambini.

“sapete perché siete così belli? perché le mamme vostre hanno mangiato i fichi di quell’albero”.

Uccio e i ragazzini rimasero più di un’ora ad ascoltare le storie della nutrice e dell’albero de fiche: seppero di quella donna che a furia di mangiare fiche partorì un bambino di sette chili, dell’uomo che in punto di morte desiderò di quei frutti e il giorno dopo lo videro passeggiare in bicicletta ( morì dopo tre mesi ma per incidente stradale), del bambino sempre bianco e debilitato che a suon di pane e fichi diventò perfino grasso.

A quel punto nella testa dei ragazzini l’albero non fu più un semplice albero e più lo osservavano e più gli pareva di scorgere tra i suoi rami le rassicuranti sembianze di un nonno speciale. Quella sera salutarono l’anziana con un’espressione decisamente lontana da un duro qualsiasi e prima di congedarsi, uno ad uno, regalarono un saluto e una carezza a quell’albero,“grazie sai “ arrivò a sussurrargli Uccio.

In quello stato tra l’incanto e la profonda gratitudine i bambini giurarono perfino di aver visto l’albero muovere i suoi rami in modo impercettibile come a volerli salutare tutti. Uccio è pronto a giurarlo anche oggi

<< E dov’è quest’albero oggi?>> gi chiedo.

<<Ehhh Beddha mia, saranno quarant’anni che non esiste più ma ti posso dire che se rispetti un albero de fiche come se fosse un uomo, quell’albero non ti deluderà mai…

…ma citta sai, ca se lu sannu li forastieri e ci cunta chiui de l’Expo!>>

E chi me lo doveva dire che l’albero della vita io ce l’avevo sotto casa, la saggezza popolare e chi altri sennò?!

Tra parentesi (In Littorina con il novellino delle Ferrovie del Sud Est )

Ogni mattina un uomo si alza e sa che deve prendere la littorina. Il lavoratore costretto ogni santo giorno a viaggiare con le Ferrovie del Sud Est, lo riconosci subito, non importa cosa indossi o come lo indossa, lui è sempre scoglionato, ogni mattina; sensazione che tende a peggiorare la sera, al ritorno, quando diventa evidentemente scoglionatissimo.

Anche io abito questi obsoleti velocipedi di latta almeno due volte a settimana e so bene che esiste una sorta di tacito accordo tra i tuoi compagni di viaggio “io non ti parlo tu non mi parli e nessuno si farà male”.

Sai che se ti va bene, starai seduta almeno 50 minuti in un’ambiente angusto e l’ultima cosa che vuoi è fare conversazione.Il nostro saluto è un gelido sguardo che viene ricambiato a stento, se siamo pochi stiamo ben attenti a stare ognuno ben lontano dall’altro,ciascuno nel suo piccolo microspazio fatto di cuffiette, occhiali da sole e libri lasciati a metà dove l’unica interlocuzione permessa è quella con il controllore che speri sempre non passi mai anche se hai il biglietto; una cosa inspiegabile.

Così, capita che quando sulla disagevole vettura salga il novellino, il portatore sano di curiosità eccitato come un fanciullo il primo giorno di scuola, lo si riconosca subito.

Questo è quanto è accaduto due giorni fa:

Ore 17:17

Ci ritroviamo tutti in stazione stanchi e scoglionati, ci scambiamo il classico sguardo e saliamo muti sulla vettura.Io riesco ad accaparrarmi il posto da quattro, dove le sedute sono una di fronte all’altra, quello che ti permette di stendere i piedi. E’ sicuramente il più agognato, se riesci a conquistarti quel posto sai che in una scala da scomodo a nauseabondo viaggerai diciamo, al livello schifo che è sempre meglio di nauseabondo, per dire.

Piazzo le cuffiette nelle orecchie finisco di lanciare sguardi a tutti quelli che mi passano accanto e rivolgo l’ultimo e più ostile al finestrino.

<< Scusi la disturbo se mi siedo qui ?>>

Eccolo il novellino che mi chiede il permesso per invadere il mio microspazio, tolgo le cuffie dalle orecchie e faccio cenno di si con la testa. Rimetto le cuffie. Il novellino alza il dito vuole parlarmi, “che siamo alle elementari?!”, mi giro per la seconda volta, i miei compagni di viaggio si voltano verso la mia seduta “Oddio è pazzo” sembrano vogliano dire, la regola è la regola “tu non mi parli io non ti parlo e nessuno si farà male”.Ma i novellini questo non lo sanno, i novellini vogliono fare sempre domande:

<<Mi scusi sono un giornalista, tu prendi sempre questo treno? Fa ritardo? Eh senti sei mai stata molestata?>>

Si, mi piacerebbe dirgli.Da un novellino eppure giornalista.Il peggio del peggio, penso. Che ho fatto di male per meritarmi quello che viene pagato per viaggiare sulla littorina e pure di fianco. Avrei potuto sopportare la classica domanda idiota “questo va a lecce?” ma mio dio questo no. Questo è troppo. Mi limito e rispondere <<Si, Si, No>>.

<<E senti ti va di raccontarmi qualcosa>>

<<C’ho mal di testa>> rispondo scoglionata. L’aria comincia a farsi pesante, l’ultima volta che un novellino si è rivelato così chiacchierone lo abbiamo fatto scendere a Nardò dicendogli che doveva cambiare treno con tanto di silenzioso fottiti. Quella volta anche il tipo strano con la 24 ore rossa aveva sorriso, e in genere lui può insegnare al mondo intero cos’è la scogliona.

Insomma, non mi andava di raccontare proprio nulla,

<<Guardi…>>

<<Dammi del tu>>

<<Guardi…dicevo, qua siamo tutti tranquilli nessuno ha mai molestato nessuno e in genere ci sediamo e aspettiamo la nostra stazione di arrivo, non succedono grandi cose qua dentro>>

Fuori da quel contesto sarei stata una macchinetta impazzita “i treni fanno schifo, c’è vomito, diarrea, c’è puzza, i prezzi sono alti, dovrebbero offrire l’antitetanica a tutti, mi devono pagare la lavanderia, mi devono pagare uno psicanalista…” e cose senza senso di questo genere, ma su quella vettura la voglia di parlare e più in generale di vivere si annienta.

Il giornalista mi sorride, io rimetto le cuffie scoglionata, spero abbia capito l’antifona, il resto dei passeggeri si rilassa. Anche oggi, autocombustione permettendo, torneremo a casa illesi.

Ma spesso le cose non sono come sembrano. Il novellino caccia dallo zainetto da finto povero, una reflex modello figo con obiettivo grande quanto la mia voglia di spaccarglielo. La cosa non ci piace.Si mette a fotografare tutto, ma resta seduto, la sua iperattività comincia a darci fastidio, dimostra di non aver nessun rispetto per la scogliona altrui.Mi auguro gli venga voglia di andare in bagno, l’ultima volta che un novellino aveva utilizzato il bagno della littorina, dopo non era più lo stesso, aveva perfino cambiato colore di capelli, ne era uscito biondo platino.

A dimostrazione del fatto che quando le cose sulla littorina si mettono male, possono solo peggiorare, passa pure il controllore. E’ allora che il Novellino dà prova di essere il re dei novellini:

<<Scusi sbaglio o portiamo un po’ di ritardo?>> dice.

L’aria si ferma, il gelo prende possesso del velocipede, solo il candore virgineo sul volto del novellino pare non prendere coscienza di ciò che era appena accaduto. Dall’altro vagone si affacciano timidamente i visi di altri passeggeri “E’ successo davvero” “ l’ho sentito con le mie orecchie” “Gli ha chiesto se porta ritardo”. Nessuno avrebbe voluto trovarsi al posto del novellino.

<<Si>> risponde il controllore <<qualche volta succede>>

Al suono di quel “Qualche volta” ho temuto il fenomeno dell’autocombustione indotta, non sentivo quell’atmosfera da quando il tipo con la 24 ore rossa aveva scordato l’abbonamento a casa e il controllore voleva fargli la multa <<Viaggiamo nelle merda mi vede tutti i giorni e vuole farmi a multa? Ma mi prende per il culo?>> chi può mai dimenticare.

E’ stato allora, che la signora del sindacato (noi la chiamiamo Camusso perché quando era lei una novellina ci aveva ammorbato con la storia delle sue lotte e di quanto fosse brava e bella la Camusso, fortuna che la scogliona la sorprese con una velocità sorprendente) ebbe l’idea di alzarsi dal suo posto per avvicinarsi  al giornalista:

<< Ragazzo siamo a Nardò, se deve andare a Lecce deve scendere e cambiare treno>>

Il giornalista novellino scende, noi riprendiamo il viaggio. Per Lecce.

La littorina non è un posto per tutti.

L’Overdose da puntini di sospensione, uno nessuno…centomila.

Se la tecnologia viaggiasse di pari passo con la cultura, se davvero vivessimo in un mondo giusto, allora in commercio esisterebbero tastiere per pc in grado di prendere a schiaffi l’utente che ha digitato il quarto punto di sospensione consecutivo.

Credo sia giunta l’ora di disintossicarci dall’overdose sempre più dilagante da puntini di sospensione. La grammatica parla chiaro, i puntini sono tre, solo tre, oltre è un elisacucco, una linea punteggiata che si usa attraverso photoshop,l’ho scoperto ieri. Un termine orribile che quasi ci rende parte di una gruppo indigeno, di una tribù grammaticalmente arretrata: Gli elisacucchi , perlappunto.

Riconosco che siamo un popolo incline alla riflessione ma questa dovreste saperlo, non è direttamente proporzionale al numero di puntini che aggiungiamo alla sospensione e non diventeremo ad un tratto pensatori 2.0 agli occhi degli altri se ne abusiamo.

Dice “ma che ti importa mica si pagano” Eccerto.

Dice “Le cose che devo dire e che non riesco a dire sono troppe e 3 puntini non rendono l’idea”. Non sai cosa dire? Taci.

Dopo il quarto punto, non è riflessione ma una richiesta di aiuto e quei poveri puntini non possono fare il lavoro sporco al posto nostro. Sono dei puntini in fondo, pensate che con il punto e virgola si giocano l’ultimo posto nella catena alimentare della grammatica, addirittura il punto così piccolo e decisionista ha più potere. Quello a dire il vero ha più potere di tutti, arriva lui e finisce la pacchia, termina tutto. I puntini invece no, loro sono diversi, comprensivi, ti danno una chance, ti vogliono bene ti sussurrano “ok non sai cosa aggiungere usaci” hanno il potere di dare un senso a ciò che apparentemente non ne ha, per assurdo potresti scrivere “E dunque sono…” e sembrare ad un tratto l’Aristotele de noantri.

Cosa dire invece di questo diffuso esemplare di elisacucco? :

Sono in camera……..ti penso……..ti cerco…….pensavo…..a te a me a noi….al sole e alla………………..luna…….per non pensarti mi sono comprata un gatto……………..non basta però…..anche se a dire il vero è molto carino e coccoloso……………………..ma perché  la vita ci tiene lontani?

Non ti tiene lontana, si è presa una lunga pausa di riflessione attraverso una serie interminabile di puntini di sospensione.

Beh, come ci si sente?!

Tra parentesi (quella volta che m’indignai)

Roma Stazione Centrale:

Camminando rapida verso il treno noto, tra le indicazioni con freccette tipo ‘deposito bagagli’, ‘biglietteria’, etc, l’indicazione per il McDonalds, m’indigno “Ormai ‘sti cosi sono ovunque” ma continuo ché devo prendere il treno.

Cammino avanti e penso al capitalismo e alle privatizzazioni, alla povertà, alle prevaricazioni e al male del mondo in generale.Mi Indigno.
Ma c’è lo sciopero, treni cancellati, dobbiamo passare la notte a Roma, m’indigno nuovamente, m’indignissimo.
Vado dall’assistenza clienti, decido di protestare a vanvera, senza speranza, tipo, “dovete pagarci un albergo” “Dovete pagarci la cena” “dovete pagarci i soldi”, richieste pazzesche di questo tipo. Loro mi dicono che no, ovvio, mi lamento ancora un po’ in generale. Poi me ne vado.
C’è quindi da decidere se dormire a Roma e mi viene in mente che mi scappa la pipì.
Vado al bagno, costa un euro, m’indigno, torno all’assistenza clienti, mi dicono che Trenitalia non gestisce il bagno, che è un’altra società. Mi indigno.
Penso di nuovo alla privatizzazione e al capitalismo sfrenato, m’indigno, “non ci pagate l’albergo”, dico, “pagateci il gabinetto perlamiseria”. 
Loro rispondono che no. Non possono pagarci gabinetto.Mi straindigno, sono all’apice dell’indignazione quando uno dell’assistenza clienti arriva lì, un po’ sottovoce,  mi dice di utilizzare i bagni del mcdonalds, che lo fanno tutti.

Dio se mi indigno.
Mentre vado verso il McDonalds mentre rimango tutta indignata continuo a pensare al capitalismo sfrenato e alla privatizzazione spietata,  “ma tu dimmi se per fare la pipì gratis devo infilarmi nel luogo principe del male assoluto”
Utilizzo il bagno ancora molto indignata ma un po’ scossa per questo paradossale cortocircuito per il quale il McDonalds è più pubblico dell’ex bagno pubblico.Mah.
E penso che questa cosa dovrebbe insegnarmi qualcosa ma non capisco bene cosa.
l’indignazione passa e lascia il posto alla tranquillità, ho bisogno di tempo per capire se questa cosa è positiva o negativa “il privato che apre le sue porte granitiche al proletariato”.Magari.Accenno un sorriso.Forse mi tranquillizzo.
Solo due secondi più tardi.Squilla il cellulare è il mio fidanzato (ora marito):

-Brutte notizie, non c’è un albergo disponibile a quest’ora

– E dove dormo io? 

-Veramente ci sarebbe una soluzione, un ostello gestito da suore..

-Vabè dai almeno è gratis

-Eh no, data l’ora viene 129 euro in due.

“Un istituto di carità, per farmi dormire in un ostello misero mi chiede quanto un hotel a 4 stelle?”

Cioè il McDonalds mi fa farè pipì gratis e le suore mi chiedono un capitale?Allora è vero che il mondo è finito!
Mi indigno.
No anzi mi indignissimo.mi indigno2

Tra parentesi (turista straniero te temo)

Non so perché, non me lo chiedete, non lo immagino neppure io ma la gente che mi vede per la prima volta pensa che io sappia parlare molto bene le lingue.Non solo l’inglese, il francese,lo spagnolo ma anche il cinese mandarino, Il guugu yimithirr, yanonami eccetera eccetera.

Sono il tipico soggetto linguisticamente sopravvalutato, una vera e propria calamita umana per i turisti stranieri ( ma anche quelli completamente fuori di testa) che hanno perso il senso dell’orientamento.

Loro sono lì, con la faccia immersa nella loro smisurata cartina della città, vittime della loro famelica voglia di fotografare qualsivoglia mausoleo tricolore, sicuri nei loro sandali dal discutibile gusto germanico e possono esserci mille persone intorno ma quando sollevano il naso per cercare aiuto ecco che mi stanno già puntando.

“Aridanghete” Penso, mentre si avvicinano e mi preparo all’ennesima figura barbina.

-Sorry where is vAia Bernirdinini

-Che?… Eschiusmi uot ?

-Vaia bordandirinirni, burdindini, bott…

-Ok Ok no panic..ai chen si?… Ahhh via Berardini.

-Yea, yea

E mentre fiera mi compiaccio delle mie sorprendenti abilità per aver risolto metà del problema, mi rendo conto che per arrivarci, i gitanti forestieri, avrebbero dovuto raggiungere la prima traversa, poi prendere per la piazza, e cercare un vicoletto che li avrebbe condotti proprio in via Berardini.

Mi dico “No… non ce la posso fare”. Allungo lo sguardo per dare un’occhiata alla cartina e in un lampo trovo la prima strada vicina che comincia con la lettera B.

Eccola: “Pasolini” ( sentivo di non avere troppo tempo). Così mi affido all’italica gestualità, mi faccio convinta e parto:

-“Aniway (?) …here and there and here… ok?”

Un “by” deciso e mi dileguo.

Non ho neppure il coraggio di guardarli in faccia quei gitanti poveretti.Fuggo. Letteralmente.

“sono ragazzi svegli…” penso, mentre mi sento permeata da un’insopportabile senso di colpa

“…se la caveranno”.

(E se ci riesco io…)