Signorina, a chi ?

Ci sono arrivata da poco ma da certe verità non puoi prescindere giunge il momento in cui ti trovi a faccia a faccia con loro e sai bene che la sfida che ti lanceranno sancirà una sconfitta solo tua, sono quel genere di verità che battono le carte e che avranno sempre l’ultima parola. Una di queste è tutta dentro il significato dell’appellativo di Signora che sentiamo come “appioppatoci” intorno ai 30 anni di età (anno più anno meno) che irrompe improvviso nella nostra vita come una tegola in testa e come se magicamente prendesse vita, si piazza di fronte a noi , ci schiaffeggia e ci dice franca e spavalda <<Si bella hai capito bene, stai invecchiando>>.

E questa tegola ha la forma dell’adolescente su un mezzo pubblico “Mi scusi Signora è occupato?” del salumiere “Signora altro?” del tipo in fila davanti a te alla cassa del supermercato “Signora vuole passare per prima?”.

Una tegola fetente, sulla quale nel momento successivo in cui pronuncia quel –SI-GNO-RA-, concentriamo tutte le nostre insicurezze, paure, incazzature: <<scusami ragazzino, quanti anni pensi che ci togliamo ?>> ; <<Ma con che faccia… lei potrebbe essermi padre >><< Signora a me? Ma come si permette si faccia la fila sua>> lo abbiamo pensato, lo abbiamo detto veramente, lo abbiamo perfino urlato, manifestato, sospirato ed è successo a tutte.

Questa cosa del Signora rispetta spesso un’escalation che prevede regole ben precise: prima viene il trauma, poi la paura di aver perso l’aspetto della ragazza spensierata a cui siamo tutte affezionate, ecco poi le rassicurazioni degli amici –ma dai dopo i 18 anni per gentilezza siete tutte signore-poi la presa di coscienza –eh ma a 20 anni nessuno mi ha mai chiamato signora- poi la rassegnazione e infine la scoperta della meravigliosa fortuna di esserlo davvero una Signora. Si! Ho scritto “fortuna” e spiegherò in breve perché ho voluto osare tanto (avevate capito che fin qui era una premessa no?).

Signore lo siamo sempre state c’è poco da fare, ma cosa ancora più importante Signora non è non più giovane, è altresì un dato di fatto, è ciò che sarebbe dovuto essere e che è sempre stato, siamo noi che ci guardiamo allo specchio e l’immagine che ci rimanda ci dice “complimenti sei una Donna” e tant’è. Signora è la migliore versione di noi stesse. E siamo Signore a 18 come a 100 anni.

Signora è quel romantico Madonna senza temere di incappare in paragoni audaci, che letteralmente è Signora mia antico appellativo con il quale si dimostrava rispetto nei confronti della Donna e lo splendido contributo di Giacomo da Lentini con la citazione <<Madonna, dir vi voglio como l’amor m’à priso>> basta e avanza per spiegarne la magia. Signora badate bene. Non signorina.

Termine, quel signorina che se proprio dobbiamo dirla tutta è desueto e perfino illegale, poiché decaduto per legge approvata in parlamento nel 1990, secondo questa le donne, al compimento del diciottesimo anno d’età sono tutte indistintamente Signore. Signorina è un termine quasi sessista, anzi lo è di certo. E’ una carogna che vuole sancire una divisione tra donne presumibilmente single e donne verosimilmente impegnate, squisitamente legata all’età. Rimanda le donne ad una loro supposta e diversa condizione sociale: quella di donne maritate (come si diceva un tempo, cioè appartenenti al marito)e di donne da maritare.

Attualmente è uno dei  più granitici refusi storici, un avanzo di un’epoca in cui le donne erano considerate così piccole da non poter far nulla senza il consenso del padre, del fratello e del fidanzato. Quante volte ci hanno rivolto l’odiosa domanda “Signora o signorina ?” per non apparire ne’ troppo indelicati ne’ troppo audaci. Ebbene ora sappiamo che sull’argomento non dovremmo avere più dubbi signorina anche basta, confonde le idee, ci costringe, ci svilisce anche.

Succede quando viene utilizzato come termine di confronto per rilevare caratteristiche fisiche o psichiche ritenute tipiche del sesso femminile: questo non è uno lavoro per signorine!

Capita quando sottende la probabilità che la nostra interlocutrice sia libera da impegni coniugali. Signorina è un posto libero a teatro, un tavolo sgombro al ristorante, una fila di poltrone al cinema.

Siamo Signore per la miseria. E riflettiamoci perché mentre ci disperiamo davanti  alla mazzata di un “Signora” o proviamo gratificazione grazie a quel signorina pensiamo che nessuno si sognerebbe mai di chiamare un uomo signorino. Un uomo di contro, è sempre signore, che sia sposato oppure no.

#iotirispetto i bracciali “virali” contro la violenza sulle donne da Sogliano Cavour verso il Salento e oltre

Il 25 Novembre ricorre la Giornata Mondiale per la lotta alla violenza contro le donne. Per l’occasione anche quest’anno saranno moltissime le iniziative che da parte a parte dell’Italia si alterneranno per riflettere su uno dei più dilanianti drammi dei nostri tempi. Fra tutte una specialissima menzione la merita il comune di Sogliano Cavour in provincia di Lecce con la campagna di sensibilizzazione #iotirispetto.

L’Assessorato alle Pari Opportunità del comune salentino si è sempre distinto per la particolare attenzione verso una comunicazione socialmente responsabile ed in questo senso corre determinata anche la campagna #iotirispetto, un semplice quanto perentorio hashtag stampato rosa su bianco su braccialetti che mantengono fedeli lo stile dalla cooperativa Made in Carcere che li produce e, come si legge in una nota sulla pagina Facebook della campagna intendono spostare l’attenzione sul “valore del rispetto” perché di questo si tratta, di un valore ma anche un diritto e soprattutto di un dovere.

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Una rappresentanza degli uomini del mio comune Diso (Le) che sposano la campagna #iotirispetto

La campagna punta sugli uomini, perché inutile girarci intorno, è lì che si annida il problema; a dirlo sono i numeri, estrapolati da statistiche che ad oggi mantengono un trend terrificante; a causa di un uomo violento oggi muore una donna ogni due giorni. Tuttavia faremmo un grave errore se ritenessimo che la violenza è solo quella fisica, quella che lascia cicatrici sul corpo o i volti tumefatti, quella che conduce al “femminicidio”.

Sono violenze anche le vessazioni psicologiche, le discriminazioni sul luogo di lavoro, gli episodi di bullismo sempre più spesso anche sul web e su questo punto continua la nota  “La violenza di genere funziona spesso come forza invisibile, di controllo di un genere sull’altro in vari ambiti della vita sociale: nel lavoro, nella politica, nella famiglia”.

La violenza sulle Donne deve essere considerata a tutti gli effetti uno dei primi drammi ai quali cercare un argine e questo non è solo auspicabile ma addirittura di vitale importanza. Ed è per questo che il contributo degli uomini è così importante; è necessario cercare in questi gli alleati per sollecitare le coscienza e promuovere una cultura che non conceda alla violenza alcuna attenuante, nemmeno un alibi. Una cultura che promuova la “tolleranza zero”.

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Una rappresentanza degli uomini del mio comune Diso (LE) che sposano la campagna #iotirispetto

E i braccialetti distribuiti dal comune di Sogliano Cavour e dall’Assessorato alle Pari Opportunità sono un veicolo strategico ma anche simbolico. Sono rosa, un colore che associamo all’universo femminile, il colore delle bambine, quello che ricorda le fiabe; gli uomini che li indossano sono obbligati a superare questo cliché preferendo di fatto il messaggio promosso agli stupidi quanto degradanti stereotipi.

Gli uomini con al polso questi bracciali, senza pensarci troppo lo urlano #iotirispetto e obbligano gli altri ad una maggiore riflessione e quindi ad una nuova consapevolezza sul problema “…solo un Uomo che non è ingabbiato nella società patriarcale può dirsi un Uomo libero. Egli è un uomo che ha rispetto per sé e per le donne” conclude la nota e lo fa ricordandoci che la violenza sulle donne non è solo un problema “da donne” ma della società nel suo più complesso insieme, una piaga profonda che impoverisce tutti, indistintamente e che come il più dannato dei circoli viziosi si ripercuote poi su figli, fratelli, mariti, padri, amici ecc.

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Una rappresentanza degli uomini del mio comune Diso (LE) che sposano la campagna #iotirispetto

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#Semirispettitirispetto, è il secondo e ultimo hashtag della campagna e la soluzione al problema è tutta lì che cavalca una certezza quasi lapalissiana: se distruggi la vita di una donna, distruggi anche la tua, se non rispetti le donne non rispetti neppure te stesso.

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Una rappresentanza degli uomini del mio comune Diso (LE) che sposano la campagna #iotirispetto

(in copertina uno dei testimonial della campagna, Francesco Sena, apneista di Napoli che ha scelto di vivere  a Torre Suda, Racale)

‪#‎SeMiRispettoTiRispetto
‪#‎IoTiRispetto

Per info:

Facebook #iotirispetto

Sito del comune di Sogliano Cavour

 

“Vi supplico, bombardateci!” la preghiera delle schiave Yazidi e gli stupri di guerra di oggi e di ieri

Due giorni fa la trasmissione piazza pulita ha trasmesso il crudo reportage del giornalista Corrado Formigli sulla riconquista da parte dei Curdi di Sinjar. Tra le altre cose è stata testimoniata la mattanza dei Yazidi, una minoranza religiosa le cui donne, adolescenti e bambine sono state ridotte in schiavitù sessuale dallo stato islamico nel nord dell’Iraq.

Esiste un posto nel mondo oggi, in cui donne e bambine vengono stuprate e torturate quotidianamente fino a trenta volte al giorno e più dalla ferocia Jihadista. E vale la pena ricordarlo oggi che la bestialità disumana ha preso i contorni di una certezza così ingombrante e terrificante che non conosce confini invalicabili e ci costringe in un angolo, impietriti. Vale la pena ricordalo oggi, in questi tempi bui che ci ricordano che sono ancora le donne le principali vittime di violenza in tempo di pace così come in tempo di guerra.

Sono in migliaia le donne Yazidi tenute prigioniere violentate e torturate, vendute come spose ancora bambine a uomini adulti. Un incubo dalle dimensioni inimmaginabili dal quale la maggior parte di loro sanno già di non poter uscire vive e che le conduce a guardare alla morte come alla più splendente delle  speranze.

Amnesty International aveva già presentato esattamente un anno fa un rapporto al riguardo  “Fuga dall’Inferno”  che raccoglie le testimonianze di 40 donne che sono riuscite a fuggire da quella barbarie a firma Isis. E ci parlano di suicidi, tanti e di terrore come unica e reale costante.

Sono stata stuprata 30 volte e siamo nemmeno a metà giornata. Non riesco neppure ad andare in bagno. Vi supplico bombardateci!” si legge invece nel drammatico articolo pieno anche questo di dichiarazioni delle prigioniere dello stato islamico, scritto da Nina Shea direttrice del dipartimento per le libertà religiose dell’istituto di Houdson (USA).

Parole che sembrano uscire da epoche così remote da renderci difficile financo una collocazione temporale e che invece sono qui, accanto a noi e ci urlano di essere ascoltate.

Ma non facciamo l’errore di pensare che questo abominio sia ascrivibile entro confini che non riguardano l’occidente, commetteremo un reato nei confronti della nostra storia che ci racconta di  vittime e di carnefici che hanno convissuto sotto lo stesso e rassicurante cielo occidentale.

Storie che ci insegnano che non esiste guerra che tra i più atroci “effetti collaterali” non contempli lo stupro su donne costrette in schiavitù. E non importa che si sia consumata in Africa o in Europa, in oriente o in occidente. Parliamo del conflitto in Afghanistan, in Congo in Vietnam ma anche della prima e della seconda guerra mondiale. In Giappone per dirne una, le donne venivano definite comfort woman, termine che lascia ben poco all’immaginazione come pure all’onorabilità dell’essere umano.

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comfort women

Al termine dei conflitti mondiali sono state centinaia le denunce da parte di donne e bambini europei costretti a concedersi sessualmente. Nonostante oggi sia descritto dalle convenzioni di Ginevra come crimine contro l’umanità la strada per il riconoscimento dello stupro di guerra come ad un delitto è stata disseminata da più di qualche incaglio (im)morale.

Le donne e più in generale le fasce deboli della popolazione erano declassate come il bottino di guerra, avevano quindi il dovere di prestarsi a questa macabra consuetudine. Dovevano rappresentare la ricompensa per coloro che avevano fatto valere i propri sacrifici sul campo quello stesso campo di guerra in cui anche le donne erano chiamate a fare la loro parte per ripagare i soldati del loro coraggio. La voglia di dare una misura ad una sedicente quanto misera mascolinità infine faceva il resto. Mi chiedo se esiste al mondo una “tradizione” più perversa di questa.

E la guerra badate bene altro non è se non la sintesi delle peggiori atrocità di cui l’uomo è sempre stato artefice. La guerra questo fa, suddivide l’umanità in vinti e vincitori che convivono in quell’arena entro la quale il dominio del più forte ha perfino il potere di sottomettere la dignità. La guerra che pur avendo il potere di cambiare tutto – dall’assetto politico dei paesi, dei governi, dei confini- ci ha dimostrato tuttavia di non poter cambiare l’aspetto più importante di tutti, gli uomini. Gli uomini alla fine di una guerra sono sempre gli stessi.

Pretendere che i musulmani prendano le distanze dai terroristi è il più grande regalo che possiamo fare ai terroristi

In questi minuti scopriamo che i fischi allo stadio di Istanbul nel minuto di silenzio in ricordo della strage di Parigi che ha preceduto la partita amichevole tra Turchia e Grecia non volevano mancare di rispetto alla vittime, c’è chi parla dei cori nazionalistici mossi dalla pretese di ricordare anche i morti del terrorismo del Pkk e chi crede siano stati rivolti verso pochi imbecilli che volevano solo creare disordine.Nulla a che vedere con simpatizzanti dello stato islamico dunque.

Così come pare che la notizia diffusa oggi  e diventata virale, riguardante l’uscita dalla classe da parte di tre studentesse di Varese di religione musulmana (sembra invece fossero tutte di religioni diverse) durante il minuto di silenzio per ricordare la vittime parigine non fosse da attribuirsi ad una presa di distanza nei confronti di queste e che le ragazze non siano affatto vicine ai terroristi dell’Isis ma, come scrive il quotidiano la Prealpina il loro gesto era funzionale a dimostrare il loro personale sdegno “nei confronti del  trattamento diverso riservato alle vittime di Parigi rispetto a quelle delle numerose stragi in giro per il mondo” <<Siamo usciti dall’aula perché non abbiamo capito come mai si deve esprimere solidarietà solo alle vittime di Parigi e non a quelli che muoiono in tutti gli attentati in altre parti del mondo>>. Questo è quanto! Possiamo definire la piccola protesta delle studentesse come una decisione discutibile, triste e di cattivo gusto o possiamo condividerla, del resto quanti di noi fedeli osservanti del culto cattolico o laici, all’indomani dall’attentato di Parigi abbiamo ritenuto di dover ricordare vittime di stermini risalenti finanche a mesi prima.

Io per inciso non condivido il gesto delle studentesse ma non è questo il punto. Il punto ormai lapalissiano è che la forza del terrorista è direttamente proporzionale a quella della nostra intolleranza nei confronti del mondo musulmano (con la compiacenza di organi di informazione che spesso dimenticano il servizio che devono ai cittadini in favore di click facili facili). Intolleranza non per forza di salviniana accezione quanto quella ancora più subdola del “non tutti i musulmani sono terroristi però…”.

Però devono dimostrare, devono dissociarsi, devono.

Sarebbe bello comninciare ad esempio con lo smettere di utilizzare definizioni come “comunità islamiche” quando parliamo dei musulmani residente in uno stato laico. Questo modo di ascrivere in una determinata categoria un certo numero di persone nate e cresciute in Europa sulla base di un credo religioso intende di fatto ghettizzarle.

Chi frequenta una moschea o un gruppo di preghiera di fede islamica fa parte di una comunità religiosa nella stessa misura in cui ne dovrebbe far parte anche chi osserva la fede cristiana, tuttavia quando parliamo di cattolici a nessuno verrebbe mai in mente di definirli “comunità cattolica”. Lo scontro tra civiltà parte proprio quando si cede alla retorica dello scontro tra religioni, e quando si diffonde l’idea che la differenza tra una persona buona e cattiva è determinata dal proprio credo. Si promuove senza volerlo proprio il capillare lavoro del terrore a firma Is quando inciampiamo nella trappola che quella che si sta consumando sia una guerra di religione.

Quella dello stato islamico è una guerra politica. Il terrorismo in questo caso utilizza la religione per creare attorno a se consenso, e presentare a chi si sente messo all’angolo un alibi per poter difendere il proprio culto anche con la forza. Il terrorismo insinua il bisogno, che di fatto non esiste ma che viene descritto come   vitale, di sopravvivere ad un nemico religioso immaginario: la supremazia del miscredente.

Siamo dunque convinti di non essere inciampati anche noi nel trappolone del terrorismo?

Pensiamo al lavoro che l’Europa svolge per aiutare l’integrazione; si favorisce realmente il dialogo tra persone di culture differenti che condividono lo stesso territorio?

Sono davvero necessarie le richieste da parte  di rappresentanti delle istituzioni e di politici di pretendere dai musulmani una presa di distanza pubblica dal terrorismo?

No. Chiedere a un miliardo e mezzo di persone di sottolineare il proprio disgusto nei confronti di un’organizzazione criminale significa nuovamente spostare il problema su un piano religioso. Significa dare dignità e forma ad uno stato che non esiste, che non è ascrivibile entro confini geografici, di cui nessuno fa parte se non i terroristi. Ed eccolo il trappolone: suddividere la popolazione tra chi ha il dovere morale (pensanpo’) di dissociarsi e chi si sente in dovere di pretenderlo.

Il razzismo, l’islamfobia non fa altro che acuire l’odio che da parte a parte del mondo si respira dopo gli attentati terroristici a Parigi e gioca tutto a favore dello stato islamico.A noi spetta dunque il compito di scegliere che strada intraprendere, se quella di inutili battaglie di principio che vogliono mettere all’angolo un miliardo e mezzo di cittadini o metterci affianco a questa mole infinita di gente per rendere evidente la differenza, questa si tra due gruppi ben distinti: gli esseri umani e i terroristi.

 

 

 

 

 

 

Non è occidentale, l’argine più forte all’avanzata dell’isis è composto da Donne curde e musulmane

C’è una sorta di disonestà intellettuale nelle parole di chi in queste ore taccia come una guerra di religione l’avanzata del terrorismo dell’Isis in occidente. Disonestà intellettuale di coloro che la guerra la vogliono fare a tutti i costi all’Islam, forti di una approssimativa conoscenza di ciò che sta realmente accadendo al di fuori dal nostro rassicurante perimetro di analisi e anteponendo in maniera abbastanza chiara la propria insofferenza verso una non meglio specificata realtà araba, alla sicurezza di tutti.

In realtà se l’occidente non perdesse il proprio tempo a combattere la propria personalissima guerra a suon di propaganda politica di fine e tradizionale fattura nei più seguiti salotti televisivi, saprebbe che esiste già un argine che da quasi due anni combatte per bloccare l’avanzata dell’Isis e che nulla ha a che vedere con la religione perché di religioni è un vero e proprio put pourri

Dentro possiamo trovarci combattenti Arabi, Assiri, Yezide, Curdi Musulmani e Cristiani che lottano uno di fianco all’altro e che hanno protetto anche i nostri confini.

Tra questi una delle frange più forti e compatte è costituita dalle Combattenti Curde. Queste donne fanno capo allo YPG (Yekîneyên Parastina Gel, letteralmente Unità per la protezione della popolazione) e vengono definite dai colleghi uomini delle vere e proprie leonesse. Abbiamo cominciato a sentire parlare di loro con l’assassinio dello Jihadista di origini veneziane, avvenuto il 3 febbraio scorso a Kobane proprio per mano di una di queste resistenti curde.

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Sul blog gestito da un giornalista che intende mantenere l’anonimato e che raccoglie le ultime notizie relative alle battaglie che si stanno consumando in Sirya dal punto di vista dei combattenti Curdi, si legge che queste donne «Sono i migliori cecchini del battaglione perché sono molto concentrate e pazienti». Dalle lettere che ognuna di queste Guerriere posta sul blog si evince tra le altre, anche la pretesa quasi vitale di un riscatto sociale e culturale del ruolo della donna nella società nonché la voglia di misurarsi sul terreno peggiore in cui non solo una donna ma  un qualsiasi essere umano avrebbe difficoltà ad abitare e solo ed esclusivamente per combattere il terrorismo.

<<Quando ho il dito sul grilletto della mia pistola >> scrive il comandante di una delle unità femminili <<penso alle donne curde, a tutte le donne del mondo e a coloro che hanno a cuore la libertà e la pace>>.

Queste Donne rappresentano la resistenza curda che da anni ormai combatte i terroristi dell’Isis e va sottolineato che la maggior parte di loro sono musulmane. Chi oggi resiste e combatte il sedicente stato islamico in larghissima parte è musulmano. Ricordiamolo quando rivolgeremo un plauso a chi scrive “bastardi Islamici”.

Ricordiamolo quando per la testa ci passerà l’illusione che la lotta dura l’abbia cominciata l’occidente solo da un pugno di mesi.

Ricordiamolo quando pretenderemo che un miliardo e mezzo di musulmani prendano pubblicamente le distanze dallo Stato Islamico, da qualcosa che di fatto non esiste, quando il loro tributo di sangue e lotta quotidiano passa in sordina solo in occidente.

Ricordiamolo quando penseremo alla Turchia di Erdogan, che è il primo e più utile interlocutore dei pasi occidentali, che queste combattenti Curde le sta letteralmente massacrando.

Ricordiamolo, perché ci sono domande che aspettando ancora delle risposte che una buona parte dell’occidente prima o poi dovrà dare, perché questo cerchio del male, di terrore e di morte si dovrà chiudere ed in questo cerchio la supremazia occidentale ha sempre occupato un posto d’onore.

L’Isis non teme la Mafia che continua ad essere una montagna di merda.

Tra tutta l’immondizia che si legge rispetto agli attentati di Parigi, le deliranti analisi politico strategiche dei quotidiani libero e il Giornale, occupano senza troppe sorprese un posto d’onore.

Il quotidiano di Marizio Belpietro scrive:

“Da Venezia passando per Milano, Firenze e Roma, si rafforzano i controlli contro la minaccia islamica. Nella Capitale, il Vaticano e tutti gli altri simboli della cristianità sono considerati a rischio; il ghetto ebraicoè sotto sorveglianza, così come la Sinagoga e le ambasciate degli Stati Uniti, francese e israeliana. A Milano massima attenzione al Duomo, allaStazione centrale e negli aeroporti di Malpensa e Orio al Serio, aFirenze si tiene d’occhio Santa Maria Novella e la stazione, sorvegliati poi il porto e l’aeroporto di Venezia, i ghetti di Padova e Bologna. Ma appunto, gli obiettivi sensibili sono tutti al Nord e al Centro.”

Il Sud, sempre secondo Libero invece pare essere al sicuro e cita una non meglio specificata fonte anonima dell’anti terrorismo che al Giornale avrebbe riferito quanto il Sud sia paradossalmente meno esposto agli attentati poiché la presenza sul territorio della mafia e della  malavita,  rendono le infiltrazione terroristiche molto difficili.

Innanzitutto basta leggere ben altri quotidiani per apprendere che i controlli sono stati rafforzati anche presso il porto di Napoli, in sicilia e sull’intera costa adriatica salentina, luoghi in cui sono state inviate risorse militare specializzate.Inoltre è ormai un fatto che la mafia non abiti solo al Sud ed è al Nord che per una ragione squisitamente opportunistica opera e in modo anche abbastanza capillare e palese.

Ciò che preoccupa tuttavia non è tanto la notizia dalla dubbia credibilità spacciata per esclusiva, quanto l’appeal che l’idea di una Mamma Mafia prona a difenderci ha prodotto su un numero indecifrato di lettori.

L’idea che L’isis tema la Mafia è una falsità di dimensioni titaniche e non serve essere uno stratega consumato di affari internazionali per comprenderlo

Cominciamo con il dire che i terroristi e i mafiosi da un punto di vista squisitamente teorico sono più simili di quanto si creda; entrambe le organizzazioni si occupano di traffico di droga, armi e clandestini e sia la mafia che i terroristi non hanno mai avuto a cuore nulla se non il raggiungimento di bieche finalità che nulla hanno avuto a che fare con il benessere del proprio popolo. Togliamoci dalla testa l’idea che la criminalità organizzata oggi osservi un codice d’onore , una sorta di strada ideologia che prevede la difesa della patria in presenza di attentati terroristici, non era così neppure quando credevamo ce l’avesse davvero.La mafia è vigliacca, scappa, si nasconde, è vile, è egoista.La mafia non protegge, si protegge, la mafia non difende ma difende i propri interessi lo ha sempre fatto. Chi può scordare le esecuzioni da parte di noti esponenti mafiosi nei confronti di parenti, di Donne e bambini innocenti. Oggi se possibile la criminalità organizzata di casa nostra da casa nostra è ancora più lontana, operando perlopiù nei traffici internazionali ha subito un incremento di risorse provenienti dal nord africa e più in generale da luoghi dove vi è una massiccia presenza di Jihadisti. Inoltre se evidenziamo anche che molti dei Foreign Fighters provenienti dall’Europa hanno avuto precedenti criminali possiamo financo arrivare ad immaginare che addirittura L’isis dalla Mafia Italiana potrebbe attingere per trovare in questa fedeli alleati.

Non dimentichiamo che il sedicente stato Islamico con i suoi traffici illeciti e forme di estorsione è diventata l’organizzazione terroristica meglio finanziata di sempre. David Cohen, sottosegretario per il Terrorismo e l’intelligence finanziaria del Tesoro americano in una seduta dichiarò che «Isis ha accumulato un patrimonio senza precedenti (…) ed è l’organizzazione terroristica meglio finanziata di sempre…Non abbiamo soluzioni miracolose, né armi segrete per svuotare le sue casse. I nostri sforzi per contrastare le sue attività di finanziamento richiederanno tempo. E siamo solo alle fasi iniziali».
Insomma, Isis non è solo l’organizzazione terrorista più grande al mondo. È anche la più ricca.

Seguendo questa logica e la logica Mafiosa, i terroristi sarebbero in grado di corrompere qualsiasi organizzazione criminale sia questa Italiana, Asiatica o Russa.

E sappiamo bene quanto la criminalità organizzata si faccia ben pochi problemi morali quando si deve trattare su ingenti quantitativi di denaro facili facili.

Evitiamo quindi di appoggiare analisi deliranti.Noi Italiani non abbiamo bisogno della Mafia, restiamo tutti d’accordo che la Mafia resta quella montagna di Merda da cui abbiamo sempre preso le distanze e ricominciamo tutto da capo.

Quei meravigliosi Tweet dei giovani arabi che rispondono ai simpatizzanti dell’Isis

Alla faccia dei detrattori del mondo social, ieri Facebook e Twitter hanno dato la prova che dai social network non possiamo prescindere e che se utilizzati con metodo, sono in assoluto gli alleati migliori per la circolazione istantanea di informazioni che, come per i drammatici attentati di ieri a Parigi, possono arrivare a fare la differenza tra la vita e la morte degli utenti.Basti pensare al meraviglioso hastag che molti francesi ieri hanno fatto circolare #PorteOuverte #porteaperte per veicolare la possibilità ad ospitare chiunque fosse per strada durante gli attentati e non riuscisse a tornare a casa.

Tra i molti hastag girati sul noto social ne è comparso uno in arabo   #حروق باريس    #Parigibrucia. Molti utenti giurano sia apparso per la prima volta sul profillo twitter dello stato islamico, a noi invece importa poco della paternità possiamo però dire che molti di coloro che ieri hanno gioito per il  susseguirsi degli attentati nella capitale francese, non hanno lesinato dimostrazioni di solidarietà ai terroristi pubblicando sfacciatamente sui social stati più o meno simili che, tra deliranti rivendicazioni e altrettanto irragionevoli giustificazioni fantareligiose, hanno contribuito a diffonderlo.

E’ stato facile quindi utilizzarlo per “spiare”su Twitter  le interazioni tra chi vive o proviene dai paesi arabi e che ieri notte come la quasi totalità degli utenti ha discusso degli attentati. Purtroppo il nostro unico supporto è stato il traduttore automatico del Browser che riconosciamo sia quanto di meno dignitoso  e funzionale possa esistere al riguardo, tuttavia nonostante la chiara impossibilità a renderci una traduzione fedele dei 140 caratteri, ci ha aiutato a  comprendere in pieno il senso di quei Tweet. E abbiamo capito che quei caratteri così complicati da decifrare urlavano  sdegno,  vergona,  condanna, nei confronti di quei fanatici dell’Is che più di uno ha definito “traditori dell’Islam” .

E’ stato toccante notare la forza e il coraggio di centinaia di giovani arabi che armati di hastag rispondevano colpo su colpo al fanatismo social “Voi non siete musulmani siete animali” “L’islam è innocente” “Noi vogliamo la pace” “mi vergogno per voi”. Ennesima conferma, qualora ce ne fosse ancora bisogno dell’assoluta presa di distanza da parte di più di un miliardo e mezzo di Musulmani che non riconoscono la propria religione nel sangue degli innocenti che l’Isis non solo in Occidente sta decimando.

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#NotInMyname continuano a chiarire i giovani musulmani.Che nessuno utilizzi il nome del loro Dio per diffondere l’odio.

Perché è questo ciò che lo stato islamico sta tentando di fare: dividere il mondo in fedeli e miscredenti, tra chi merita di vivere e chi di morire nel più atroce dei modi.

Loro vogliono farci odiare e invece dobbiamo dimostrare che possiamo amarci di più.

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Lo strano caso dell’uomo che non ha condiviso il post per difendere la sua privacy su Facebook

L’uomo che non ha condiviso il post per difendere la sua privacy su Facebook soffre di una strana condizione umana: un misto patologico  tra la sindrome di Tourette che gli fa dire cose inappropriate senza badare all’opportunità del momento e una sorta di disturbo Borderline all’inverso, generato perlopiù dalla scarsa tolleranza verso il prossimo.

L’uomo che non ha condiviso il post per difendere la sua privacy su Facebook si è ammalato da quando molti suoi amici invece hanno cominciato a condividere il post per difendere la loro privacy su Facebook.

Inizialmente l’aveva presa bene, per lui era diventato un impegno culturale quello di spiegare ai suoi amici che un post per difendere la loro privacy su Facebook era utile quanto credere che versare acqua santa su un serial killer l’avrebbe fatto redimere. Per lui esistevano bufale online di serie A, quindi meritevoli di censura severa e bufale di serie B per le quali poteva lasciar andare.

Ma quella del post per difendere la privacy su Facebook, era decisamente una bufala di serie A. L’uomo non poteva sopportare di leggere nello stesso post parole come avvocati, guardia di finanza, statuto di Roma e tacito assenso distribuite un po’ più che “alla cazzum”, rivolte ad un non meglio specificato signor Facebook manco fosse un entità incorporea, e fare finta di niente. Non gli era mai capitata un’intolleranza così notevole verso altre catene prima di quel momento ma mai prima d’allora aveva letto sì tanta mole di immondizia sotto mentite spoglie di presuntuosa accademica saccenza “se non pubblichi permetterai l’uso delle tue informazioni per tacito assenso…” – ma io ti mando a quel paese per dichiarato dissenso, capra- non faceva altro che pensare.E dopo la ventesima, circa, devastante visione del post per difendere la privacy su Facebook ogni qualvolta gli succedeva di leggere quelle parole sulla bacheca di qualcuno, si avventava come uno tsunami sullo sprovveduto di turno senza risparmiare nessuno da giudizi al vetriolo spesso davvero eccessivi. Arrivava finanche a dire che neppure il più sfigato tra gli hacker avrebbe mai attinto dalle loro informazioni e usarle per scopi illeciti, che le foto dei figli erano adorabili solo per loro, che la pancia al mare stesa sul lettino non sarebbe potuta diventare porno neppure per il feticista più audace, che le foto delle lasagne e dei pranzi luculliani domenicali o delle colazioni da campioni  era divertenti quanto una giornata di grandine alla prima uscita con l’auto nuova. Che il loro lavoro, dove passavano i fine settimana, le loro uscite al supermercato, il selfie con la collega tettona, l’aperitivo al mare, purtroppo per loro, non li avrebbe rubati proprio nessuno, che avrebbe capito la loro preoccupazione se avessero pubblicato il rimedio contro il cancro o qualche altra scoperta scientifica in grado di cambiare il mondo ma che invece dovevano stare tranquilli ché tanto il bosone di Higgs ( la particella più piccola del mondo) l’avevano già scoperto nonostante qualche loro ragionamento pareva volesse ambire a mettere  in seria discussione la cosa. Che fondamentalmente avrebbero dovuto emanciparsi e subito, dall’ignoranza di massa, questa si, unica macchinazione davvero letale per l’umanità, e cercare di avere il coraggio di elevare il proprio pensiero critico perché tutto sarebbe diventato relativo e avrebbe preso la sua giusta dimensione se analizzato attraverso una prospettiva tutta loro, che era necessario abbattere i granitici muri perimetrali di un gruppo e trovare la forza dell’essere un singolo per mettere alla prova le nostre capacità di analisi, e che  solo facendolo davvero avrebbero capito che l’unico modo per difendere la propria vita su Facebook semmai era semplicemente quella di non manifestarla affatto.

L’uomo che non ha condiviso il post per difendere la sua privacy su Facebook non era forse manco un uomo. E se quest’uomo fosse in realtà una donna che è arrivata a mettere in serio dubbio perfino il suo genere a furia di leggere di gente capace di mettere in discussione che il sole sia davvero una stella, chi mai avrebbe il coraggio di biasimarla?

Riciclo creativo : una seconda vita alla plastica

Eccoci ancora con un’altra idea!

“I modi per riciclare non finiscono mai” e tutto sta a capire cosa ci può essere utile e trovare- anche- il modo che più si adatta alle nostre esigenze. Ci lanciamo in questa nuova idea?

Benissimo.

Questa volta lavoreremo con un oggetto facilissimo da trovare in ciascuna delle nostre case: la PLASTICA.

È la sostanza più utilizzata per le sue proprietà di resistenza, leggerezza e per i bassissimi costi di produzione.

La plastica non è biodegradabile, ma è riciclabile; non inquina di per sé ma, ahinoi, è il nostro scorretto smaltimento che devasta il nostro pianeta. Così, il pregio della resistenza di questo materiale diviene un pericolo per tutti, ma se invece gli diamo una seconda vita tutto tornerà a nostro vantaggio in termini sia di salute e sia economici.

Diventa, quindi, necessario ridare vita a bottiglie, flaconi di detersivo, piatti, bicchieri, ecc…

Il bello del riciclo della plastica è dato dalla sua facile lavorazione che ci permette di fare un’infinità di cose che non richiedono “sforzi industriali”!

Quello che produrremo oggi sono:

  • un praticissimo contenitore che può essere usato come portamonete, porta bottoni… insomma qualsiasi cosa la vostra fantasia vi suggerisca;
  • un portagioie verticale.

Siamo vicini alle vacanze di Natale e, come usanza vuole, stanno per iniziare le serate in compagnia di amici e parenti, passate a mangiare e giocare insieme.

Quello che faremo oggi ci tornerà utilissimo per questi appuntamenti perché: il portamonete ci servirà a custodire le nostre vincite (mi raccomando a fare attenzione agli amici/parenti che, con la scusa del vostro oggetto glamour, sarete i primi a cui chiederanno: ”Ma che belloooo, hai da cambiare…?” ); il portagioie può essere un ottimo porta cioccolatini, porta torroncini, porta frutta secca… bellissimo da tenere in tavola (anche più d’uno) per tutto il tempo trascorso in compagnia!

Insomma, scatenate la vostra fervida immaginazione e lasciatevi trascinare dal riciclo ecosostenibile perché oltre ad essere utile per tutti, è anche pieno di stile e buongusto

Mettiamoci a lavoro, coraggio!

  • PORTAMONETE

Materiale:

  • 2 bottiglie (scegliete voi la grandezza);
  • taglierino;
  • 1 cerniera lampo (la dimensione sarà preferibile sceglierla in base alla grandezza della bottiglia usata);
  • Colla;

MaterialeProcedimento

Tagliamo la parte inferiore delle due bottiglie con il taglierino, sarà con la loro base che noi lavoreremo

Adesso prendiamo la zip ed apriamola. Mettiamo della colla, prima su di un lembo, ed incolliamola all’interno della bottiglia facendo bene attenzione a lasciarne fuori i dentini.

Facciamo lo stesso con l’altra lembo della zip, attaccandolo alla parte interna dell’altra base di bottiglia precedentemente ritagliata.

Aspettiamo qualche minuto per permettere alla colla di asciugarsi prima di chiudere la cerniera.

Et voilà! Il nostro portamonete aspetta solo di accogliere le nostre vincite.

  • PORTAGIOIE VERTICALE

Materiale

  • 4 bottiglie (anche qui la scelta della grandezza è personale)
  • taglierino
  • trapano
  • 1 barra filettata
  • 8 bulloni (della dimensione della barra utilizzata)

Per il rivestimento

  • tessuto (io ho utilizzato una vecchia maglietta)
  • cordino (suggerisco di utilizzare sempre e comunque materiale di recupero)

Procedimento

Tagliamo la parte inferiore delle quattro bottiglie con il taglierino. Anche qui lavoreremo con le basi delle bottiglie.

Passiamo ora a bucarle, tutte e quattro, al centro con il trapano. L’impiego del trapano permette di velocizzare la foratura della base della bottiglia (oltre che diminuire i rischi di ferite con forbici o punteruoli) perché più spessa e resistente.

Una volta forate, iniziamo a comporre il nostro portagioie verticale.

Con il primo fondo di bottiglia- rivolto con la parte concava verso il basso per rendere la nostra opera stabile- faremo la base del nostro porta gioie; poniamo all’interno del foro la barra filettata e la bloccheremo con due bulloni- posti uno all’interno e uno all’esterno- per fissare il tutto.

Una volta fatta la base, passiamo a fissare gli altri fondi di bottiglia (posizionati con la parte concava verso l’alto) lungo la barra, ad una distanza- gli uni dagli altri- che più ci aggrada (teniamo presente che non dovranno essere né troppo vicini né troppo lontani per consentirne un facile utilizzo, in base a quello che vorremo riporvi).

Passiamo a rivestire la colonna portante del nostro portagioie- per rendere la nostra opera il più glamour possibile- e lo faremo, come qualsiasi nostro lavoro, con materiale in disuso. Io ho preso una vecchi maglietta e delle cordicine ricavate da vecchi bracciali che non utilizzavo più.

Quindi:

  • tagliamo il tessuto in modo da avvolgere la barra filettata, per facilitare il lavoro potete cucirla un po’ prima di fissare con i cordicini. Dalla foto finale noterete delle “perline” intorno la corda recuperate sempre dal bracciale;
  • infine, vi rimarranno scoperte la parte superiore e inferiore dalla barra filettata, rivestiamola avvolgendo con i cordicini.

Ed ecco a voi, riciclato con stile, il vostro portagioie/porta cioccolatini fashion.

Tra parentesi ( Compare Uccio che all’albero della vita ha preferito l’albero della fica)

<< Eppure Cumpà Ucciu, tu a Expo ti saresti divertito, è stato un successone sai, l‘albero della vita è diventato il nuovo simbolo Italiano, bello sai, bellissimo>>

<<l’albero de ce?>>

<<della vita Ucciu, della vita>>

<< Eh beddha mia mo te cuntu na storia, ca tie nun eri mancu nata…>>

La Storia:

Il padre di Uccio buon anima, aveva tre campagne una a Nardò ereditata da uno zio molto abbiente, una a Nociglia e una tra Diso e Marittima.

Quando si andava a raccogliere le fiche però, quelle delle altre campagne erano sempre più buone.

C’era un albero di fichi in particolare, cresciuto in un terreno ai confini tra Spongano e Diso che faceva crescere fichi grossi come i fioroni di Martina Franca, anzi meglio. Si era sparsa la voce che la proprietaria, un’anziana nutrice rimasta vedova troppo presto, ne era molto gelosa e difendeva a suon di mazza da scopa chiunque provasse a rubarle i suoi fichi

La difficoltà dell’accedere a quei meravigliosi frutti aveva perciò fatto crescere il desiderio dei cinque ragazzini del vicinato, tra i quali un giovanissimo Uccio. Ogni sera a partire da metà agosto quella povera signora armata di pazienza e di scopa era costretta a minacciare i piccoli intrusi che tentavano di invadere il suo terreno.

Il Malloppo più nutrito che i ragazzi riuscirono a portarsi a casa consisteva in un solo fico, ancora troppo poco per sfamare la golosità dei cinque intrepidi ma abbastanza per confermare che le storie sull’albero non erano frutto di fantasia

Restava da capire come riuscire a mangiarne anche solo uno ciascuno.

Uccio non aveva intenzione di beccarsi bastonate sul sedere ogni sera, senza considerare che a queste si aggiungevano puntualmente le mazzate di sua madre la mattina successiva, dopo essere stata informata della marachella del figlio e dei suoi amici <<ti ho insegnato a chiedere per favore le cose>> gli ripeteva ogni volta la santa donna.

Certo che “chiedere per favore le cose” non è ascrivibile al tipico comportamento dei duri, tuttavia data la particolare difficoltà a raggiungere il tanto agognato obiettivo, fingere debolezza per arrivare alla meta sarebbe stato un comportamento degno del più scaltro stratega e utile alla causa.Uccio riesce a convincere anche i suoi amici, con la storia che un atteggiamento del genere era all’altezza solo dell’uomo senza nome ( personaggio di Sergio Leone ndr) e che anche loro come lui sarebbero dovuti diventare bravi con le parole un giorno o l’altro. E quel giorno era giunto,la stessa sera, i ragazzi bussarono alla casa dell’anziana nutrice e chiedendo perdono per i loro tentativi di furto le chiedono con una cortesia da manuale solo cinque fichi.

“E ‘nci ulia mutu?!” ( e che ci voleva?!) in un battibaleno l’anziana nutrice manesca si era trasformata nella dolce nonnina della porta accanto.

Non solo diede ai ragazzi tre fichi ciascuno con la rassicurazione che qualora ne desiderassero ancora, sarebbero potuti tornare quando volevano, ma gli insegnò una delle lezioni più importanti della loro vita.

Raccontò che quell’albero era prezioso, che lo si doveva rispettare come si rispetta un essere umano, al quale non bisognava mai rubare neppure una caramella ma chiedere sempre, disse loro che quello era un albero al quale si doveva parlare con rispetto ed in cambio di queste accortezze avrebbe donato fulgore alle guance degli anziani, forza alle donne gravide ed energia ai bambini.

“sapete perché siete così belli? perché le mamme vostre hanno mangiato i fichi di quell’albero”.

Uccio e i ragazzini rimasero più di un’ora ad ascoltare le storie della nutrice e dell’albero de fiche: seppero di quella donna che a furia di mangiare fiche partorì un bambino di sette chili, dell’uomo che in punto di morte desiderò di quei frutti e il giorno dopo lo videro passeggiare in bicicletta ( morì dopo tre mesi ma per incidente stradale), del bambino sempre bianco e debilitato che a suon di pane e fichi diventò perfino grasso.

A quel punto nella testa dei ragazzini l’albero non fu più un semplice albero e più lo osservavano e più gli pareva di scorgere tra i suoi rami le rassicuranti sembianze di un nonno speciale. Quella sera salutarono l’anziana con un’espressione decisamente lontana da un duro qualsiasi e prima di congedarsi, uno ad uno, regalarono un saluto e una carezza a quell’albero,“grazie sai “ arrivò a sussurrargli Uccio.

In quello stato tra l’incanto e la profonda gratitudine i bambini giurarono perfino di aver visto l’albero muovere i suoi rami in modo impercettibile come a volerli salutare tutti. Uccio è pronto a giurarlo anche oggi

<< E dov’è quest’albero oggi?>> gi chiedo.

<<Ehhh Beddha mia, saranno quarant’anni che non esiste più ma ti posso dire che se rispetti un albero de fiche come se fosse un uomo, quell’albero non ti deluderà mai…

…ma citta sai, ca se lu sannu li forastieri e ci cunta chiui de l’Expo!>>

E chi me lo doveva dire che l’albero della vita io ce l’avevo sotto casa, la saggezza popolare e chi altri sennò?!