Lezioni di grammatica eroicomiche de Il Prof: se dici pultroppo e non sei asiatico c’è un problema

Scritto da: Il Prof

Non ci potevo credere finché non me lo sono trovato piazzato di fronte. Fiero, prepotente sicuro e sfacciato, un pultroppo mi aveva sputato in un occhio.

Ok, tecnicamente una parola non ha il potere di espellere con forza dalla bocca un getto di saliva, la mia, ca va sans dire è un’allegoria che tuttavia rende molto bene l’idea di qualcosa che irrompe improvvisa e che nel contempo ti provoca fastidio senza darti modo di elaborare un ragionamento in grado di giustificarlo. Lo sputo questo fa e lo si disprezza, si respinge con sdegno ostentato esattamente come un pultroppo.

E’ andata pressappoco in questo modo: la figlia di un’amica, che se non ricordo male ha appena terminato gli studi accademici in ingegneria biomedica, avrebbe dovuto partecipare alla presentazione del libro di un mio collega per il quale avevo organizzato praticamente tutto finanche i rapporti con la stampa locale, la ragazza resasi evidentemente conto di non potervi partecipare a causa di impegni improrogabili, durante la telefonata tesa ad informarmi di ciò, mi disse calma e scanzonata:

<<Prof non potrò venire alla presentazione del libro pultroppo ho altri impegni>>

Quel pultroppo quindi altro non era se non un classico Hemachatus haemachatus -il serpente sputatore del Sudafrica- ben noto per la sua capacità di sputare veleno in situazioni di pericolo.

“Ma di quale pericolo parli?” vi chiederete, ebbene se non ci fossero persone in grado di provare un sincero terrore per la presentazione di un libro o per la sola idea di questa, non starei scrivendo di grammatica per adulti, non trovate?

Purtroppo è un avverbio il cui significato è: malauguratamente, sfortunatamente, sventuratamente.

Si scrive e si dice Purtroppo e nasce dall’annessione di due parole italiane “pure” e “troppo”, basterebbe quindi dare dignità a questo elementare ragionamento per avere la garanzia di non sbagliare: la parola pule in Italiano non esiste, sussiste altresì  pure, pertanto è corretto scrivere “purtroppo”.

Ricordatevi di impiegare questa parola con giudiziosa parsimonia ; purtroppo esprime un semplice dispiacere e il “mercato” della lingua Italiana offre valide alternative da utilizzare per rendere meglio l’idea di qualcosa che va oltre un banale rammarico.

Alla figlia della mia amica, nel correggerla del suo errore non le ho detto “purtroppo cara, capita di sbagliare” bensì “disgraziatamente cara, capita di sbagliare”.

“Disgraziatamente” specie in questi contesti, trovo sia una parola così sottovalutata…

 

Cordialità

Il Prof

In copertina “La camera d’ascolto” o “La chambre d’écoute”( 1958, olio su tela, 38×46 cm) di R. Magritte “L’amore dell’ignoto equivale all’amore della banalità: conoscere e pervenire a una conoscenza banale; agire è cercare la banalità dei sentimenti e delle sensazioni. Nessuna associazione di cose rivela mai che cosa possa riunire tali cose diverse: nessuna cosa rivela mai che cosa può farla apparire allo spirito. La banalità comune a tutte le cose è il mistero.”

Non solo Etruria:Se per assistere ad una rapina in banca un ladro non è più necessario

Etruria, Etruria, Etruria in queste ore non si parla d’altro che di Banca Etruria, giornali e politica si passano il testimone dell’opinione più brillante e soprattutto lungimirante mantenendo però l’argomento circoscritto alle quattro banche che sono state salvate dal decreto salva banche (per l’appunto) ed in particolar modo su banca Etruria, come se le altre siano tutte realtà virtuose e distanti anni luce da certi modus operandi. Vi risparmierò quindi il mio punto di vista sul decreto, mentre vorrei spostare quello di tutti voi su cosa in realtà sia diventato oggi l’istituto bancario e se possiamo definirlo ancora l’approdo fidato del risparmiatore tipo.

Per quanto mi riguarda ho smesso da tempo di temere l’avvento di un commando di ladri in filiale dal momento che la rapina tentano di rifilarmela direttamente alcuni impiegati di turno.

La mia storia con la banche comincia con l’iscrizione all’università, cambia con il mio trasferimento a Milano per poi assestarsi diciamo così, con il mio ritorno nelle terre salentine tre anni fa. Premetto che non sono proprio un grande risparmiatrice, non ho mai creduto indispensabile investire il mio minuto tesoretto (fa così ricco definirlo tale) preferendo immaginarlo buono buono sul mio conto corrente.

Con l’apertura del mio nuovo conto invece posso dire di aver provato la sgradevole sensazione di quando tuo marito ti chiede di accompagnarlo da Media World ché tanto “facciamo presto” e ti ritrovi a sopportare per più di un’ora le sue pedanti disquisizioni sull’ultimo modello di una sopravvalutata chiavetta wirelles.

Le telefonate quasi moleste da parte degli impiegati della mia ultima banca sono cominciate quasi subito; un giorno era indispensabile vendermi una polizza vita, la volta dopo una polizza casa, descrivevano come vitale l’apertura di una pensione integrativa, fino al giorno in cui non mi hanno proposto un finanziamento soloperleisenzabustapaga di ben 15.000,00 euro ad un tasso di interesse che avrebbe fatto impallidire il più arrivista usuraio faidate:

per lei un prodotto decisamente unico, un finanziamento di quindicimilaeuro da restituire in dieci an…

-non mi interessa…

-ma come, non deve fare i regali di natale?

– normalmente non spendo 15.000,00 euro in regali mi perdoni

-beh può acquistare una macchina, mi diceva che le serviva

-si vabbè, ma adesso non è il caso

-passi in filiale almeno, per parlarne

– a me rincresce, mi creda ma lavoro sempre

-anche in pausa pranzo?

-no in pausa mangio

-beh può fare un eccezione una volta

– (LOL)!

Sono sempre così insistenti nel loro disperato tentativo di appiopparti la fregatura di turno, non riesco neppure a immaginare come vengano motivati. Credo che in queste filiali lavorino i finalisti del concorso nazionale “Shark of the  year” o non si spiega. Mi hanno invitata decine di volte per discutere di una faccenda importantissima poi magicamente trasformatasi nell’ennesimo tentativo di vendermi qualcosa:

-Lucia, corra in filiale appena è possibile…

– oddio che succede?

– dobbiamo parlarle di una cosa importante

– ma mi anticipi qualcosa

-no così al telefono non posso

-vabbè possiamo fare settimana prossima?

– no troppo tardi, facciamo domani

-ma domani lavoro

-si fidi è importante ne va del suo futuro

-ma dai non è mica una questione di vita o di morte

-non ne sarei così sicura…

E come minimo corri da loro temendo gli scenari più apocalittici tipo che il tuo conto bancario abbia preso fuoco, o di essere vittima di un furto d’identità come in quel film angosciante di cui non ricordi neppure il nome dove la tipa alla fine resta senza una lira ( beh era un film datato) senza casa e senza famiglia, se sei un tipo  ottimista invece temi che anonymous ti abbia scambiato per un militante dell’Is e quindi ti abbia bloccato e prosciugato il conto e invece no << posso proporle un prodottino che potrà garantire l’università ai suoi figli?>> e solo grazie al naturale rilassamento dei tuoi neurotrasmettitori che riesci a liquidare educatamente la proposta con un pacato “non mi interessa” che date le circostanze, le sinapsi in corto e le coordinate cerebrali in tilt poteva essere sostituito tranquillamente da un sonoro “si fotta” (garantito a vita e in comode rate da piccoli “fottiti” mensili eh).

Ad una mia amica invece è andata decisamente peggio, avendo lei accettato di acquistare una polizza e sottoscritto il fantastico finanziamento di 15.000,00 euro soloperleisenzabustapaga oggi si ritrova con un debito di quasi ventimilaeuro poiché ha perso il lavoro esattamente l’anno successivo.

Ora la mia amica non aveva chissà quali strumenti di valutazione per riconoscere la truffa che si celava dietro quelle continue chiamate (neppure io, i miei sono la diffidenza e la totale diffidenza). L’affezionata malcapitata si era fidata di quella dolce impiegata dagli occhi grandi, dei suoi cento “ fidati di me”; “se non ce la fai modifichiamo gli accordi” e balle di questa entità. La mia amica aveva un contratto a progetto che superava da poco i milletrecento euro al mese per cui nessuno istituto bancario serio avrebbe mai dovuto proporle dei prodotti che le avrebbero prosciugato quasi quattrocento euro mensili  a quelle condizioni.

Certo l’indegna interpretazione della regola del “non si ammette ignoranza” la conosciamo tutti, ma esiste una regola etica che vuole che una banca sia in grado di prendersi cura dei propri clienti per offrire a questi servizi in grado di tutelarli non di approfittare dei loro presunti deficit di conoscenza per saziare gli obbiettivi mensili di vendita di pacchetti più dannosi che utili.

Ho dovuto accettare lo status di pessimo cliente per la mia banca, con conseguente trattamento di serie B ogni qualvolta mi reco presso l’istituto con richieste che vogliono soddisfare le mie e solo mie esigenze senza dover necessariamente piegarmi ad un compromesso che preveda un assurdo 50 e 50.

Per fortuna è da almeno un anno che non sono più costretta a sopportare quelle sgradevoli chiamate per chiedermi di sottoscrivere strumenti finanziari scadenti ogni volta che ricevo un accredito. Nonostante ciò ho deciso di cambiare banca entro i primi mesi del prossimo anno e ne pretenderò una che mi garantirà tutti i servizi gratuiti ( bancomat, carte di credito ecc…) che mi consiglierà esclusivamente strumenti finanziari realmente convenienti e non fondi e polizze vita.

Riconosco che probabilmente la ricerca si concluderà con un gigantesco buco nell’acqua perché comunque vogliamo indorarla la pillola sempre amara rimane. Oggi la crisi delle banche è tangibile, posso però guardare all’affaire Etruria & Co. Paradossalmente come ad un’opportunità, l’unica attualmente che possa aprire la strada ad una verifica certosina sul modus operandi di ogni singolo istituto bancario perché a fronte dell’obbligo di possedere un conto corrente dovremmo pretendere che si vigili davvero sulla serietà delle banche , affinché tornino ad accoglierli i nostri risparmi e non a venderci come oro colato, i milleeuno modi più bizzarri e veloci per farceli sparire.

 

 

 

 

Signorina, a chi ?

Ci sono arrivata da poco ma da certe verità non puoi prescindere giunge il momento in cui ti trovi a faccia a faccia con loro e sai bene che la sfida che ti lanceranno sancirà una sconfitta solo tua, sono quel genere di verità che battono le carte e che avranno sempre l’ultima parola. Una di queste è tutta dentro il significato dell’appellativo di Signora che sentiamo come “appioppatoci” intorno ai 30 anni di età (anno più anno meno) che irrompe improvviso nella nostra vita come una tegola in testa e come se magicamente prendesse vita, si piazza di fronte a noi , ci schiaffeggia e ci dice franca e spavalda <<Si bella hai capito bene, stai invecchiando>>.

E questa tegola ha la forma dell’adolescente su un mezzo pubblico “Mi scusi Signora è occupato?” del salumiere “Signora altro?” del tipo in fila davanti a te alla cassa del supermercato “Signora vuole passare per prima?”.

Una tegola fetente, sulla quale nel momento successivo in cui pronuncia quel –SI-GNO-RA-, concentriamo tutte le nostre insicurezze, paure, incazzature: <<scusami ragazzino, quanti anni pensi che ci togliamo ?>> ; <<Ma con che faccia… lei potrebbe essermi padre >><< Signora a me? Ma come si permette si faccia la fila sua>> lo abbiamo pensato, lo abbiamo detto veramente, lo abbiamo perfino urlato, manifestato, sospirato ed è successo a tutte.

Questa cosa del Signora rispetta spesso un’escalation che prevede regole ben precise: prima viene il trauma, poi la paura di aver perso l’aspetto della ragazza spensierata a cui siamo tutte affezionate, ecco poi le rassicurazioni degli amici –ma dai dopo i 18 anni per gentilezza siete tutte signore-poi la presa di coscienza –eh ma a 20 anni nessuno mi ha mai chiamato signora- poi la rassegnazione e infine la scoperta della meravigliosa fortuna di esserlo davvero una Signora. Si! Ho scritto “fortuna” e spiegherò in breve perché ho voluto osare tanto (avevate capito che fin qui era una premessa no?).

Signore lo siamo sempre state c’è poco da fare, ma cosa ancora più importante Signora non è non più giovane, è altresì un dato di fatto, è ciò che sarebbe dovuto essere e che è sempre stato, siamo noi che ci guardiamo allo specchio e l’immagine che ci rimanda ci dice “complimenti sei una Donna” e tant’è. Signora è la migliore versione di noi stesse. E siamo Signore a 18 come a 100 anni.

Signora è quel romantico Madonna senza temere di incappare in paragoni audaci, che letteralmente è Signora mia antico appellativo con il quale si dimostrava rispetto nei confronti della Donna e lo splendido contributo di Giacomo da Lentini con la citazione <<Madonna, dir vi voglio como l’amor m’à priso>> basta e avanza per spiegarne la magia. Signora badate bene. Non signorina.

Termine, quel signorina che se proprio dobbiamo dirla tutta è desueto e perfino illegale, poiché decaduto per legge approvata in parlamento nel 1990, secondo questa le donne, al compimento del diciottesimo anno d’età sono tutte indistintamente Signore. Signorina è un termine quasi sessista, anzi lo è di certo. E’ una carogna che vuole sancire una divisione tra donne presumibilmente single e donne verosimilmente impegnate, squisitamente legata all’età. Rimanda le donne ad una loro supposta e diversa condizione sociale: quella di donne maritate (come si diceva un tempo, cioè appartenenti al marito)e di donne da maritare.

Attualmente è uno dei  più granitici refusi storici, un avanzo di un’epoca in cui le donne erano considerate così piccole da non poter far nulla senza il consenso del padre, del fratello e del fidanzato. Quante volte ci hanno rivolto l’odiosa domanda “Signora o signorina ?” per non apparire ne’ troppo indelicati ne’ troppo audaci. Ebbene ora sappiamo che sull’argomento non dovremmo avere più dubbi signorina anche basta, confonde le idee, ci costringe, ci svilisce anche.

Succede quando viene utilizzato come termine di confronto per rilevare caratteristiche fisiche o psichiche ritenute tipiche del sesso femminile: questo non è uno lavoro per signorine!

Capita quando sottende la probabilità che la nostra interlocutrice sia libera da impegni coniugali. Signorina è un posto libero a teatro, un tavolo sgombro al ristorante, una fila di poltrone al cinema.

Siamo Signore per la miseria. E riflettiamoci perché mentre ci disperiamo davanti  alla mazzata di un “Signora” o proviamo gratificazione grazie a quel signorina pensiamo che nessuno si sognerebbe mai di chiamare un uomo signorino. Un uomo di contro, è sempre signore, che sia sposato oppure no.

Pretendere che i musulmani prendano le distanze dai terroristi è il più grande regalo che possiamo fare ai terroristi

In questi minuti scopriamo che i fischi allo stadio di Istanbul nel minuto di silenzio in ricordo della strage di Parigi che ha preceduto la partita amichevole tra Turchia e Grecia non volevano mancare di rispetto alla vittime, c’è chi parla dei cori nazionalistici mossi dalla pretese di ricordare anche i morti del terrorismo del Pkk e chi crede siano stati rivolti verso pochi imbecilli che volevano solo creare disordine.Nulla a che vedere con simpatizzanti dello stato islamico dunque.

Così come pare che la notizia diffusa oggi  e diventata virale, riguardante l’uscita dalla classe da parte di tre studentesse di Varese di religione musulmana (sembra invece fossero tutte di religioni diverse) durante il minuto di silenzio per ricordare la vittime parigine non fosse da attribuirsi ad una presa di distanza nei confronti di queste e che le ragazze non siano affatto vicine ai terroristi dell’Isis ma, come scrive il quotidiano la Prealpina il loro gesto era funzionale a dimostrare il loro personale sdegno “nei confronti del  trattamento diverso riservato alle vittime di Parigi rispetto a quelle delle numerose stragi in giro per il mondo” <<Siamo usciti dall’aula perché non abbiamo capito come mai si deve esprimere solidarietà solo alle vittime di Parigi e non a quelli che muoiono in tutti gli attentati in altre parti del mondo>>. Questo è quanto! Possiamo definire la piccola protesta delle studentesse come una decisione discutibile, triste e di cattivo gusto o possiamo condividerla, del resto quanti di noi fedeli osservanti del culto cattolico o laici, all’indomani dall’attentato di Parigi abbiamo ritenuto di dover ricordare vittime di stermini risalenti finanche a mesi prima.

Io per inciso non condivido il gesto delle studentesse ma non è questo il punto. Il punto ormai lapalissiano è che la forza del terrorista è direttamente proporzionale a quella della nostra intolleranza nei confronti del mondo musulmano (con la compiacenza di organi di informazione che spesso dimenticano il servizio che devono ai cittadini in favore di click facili facili). Intolleranza non per forza di salviniana accezione quanto quella ancora più subdola del “non tutti i musulmani sono terroristi però…”.

Però devono dimostrare, devono dissociarsi, devono.

Sarebbe bello comninciare ad esempio con lo smettere di utilizzare definizioni come “comunità islamiche” quando parliamo dei musulmani residente in uno stato laico. Questo modo di ascrivere in una determinata categoria un certo numero di persone nate e cresciute in Europa sulla base di un credo religioso intende di fatto ghettizzarle.

Chi frequenta una moschea o un gruppo di preghiera di fede islamica fa parte di una comunità religiosa nella stessa misura in cui ne dovrebbe far parte anche chi osserva la fede cristiana, tuttavia quando parliamo di cattolici a nessuno verrebbe mai in mente di definirli “comunità cattolica”. Lo scontro tra civiltà parte proprio quando si cede alla retorica dello scontro tra religioni, e quando si diffonde l’idea che la differenza tra una persona buona e cattiva è determinata dal proprio credo. Si promuove senza volerlo proprio il capillare lavoro del terrore a firma Is quando inciampiamo nella trappola che quella che si sta consumando sia una guerra di religione.

Quella dello stato islamico è una guerra politica. Il terrorismo in questo caso utilizza la religione per creare attorno a se consenso, e presentare a chi si sente messo all’angolo un alibi per poter difendere il proprio culto anche con la forza. Il terrorismo insinua il bisogno, che di fatto non esiste ma che viene descritto come   vitale, di sopravvivere ad un nemico religioso immaginario: la supremazia del miscredente.

Siamo dunque convinti di non essere inciampati anche noi nel trappolone del terrorismo?

Pensiamo al lavoro che l’Europa svolge per aiutare l’integrazione; si favorisce realmente il dialogo tra persone di culture differenti che condividono lo stesso territorio?

Sono davvero necessarie le richieste da parte  di rappresentanti delle istituzioni e di politici di pretendere dai musulmani una presa di distanza pubblica dal terrorismo?

No. Chiedere a un miliardo e mezzo di persone di sottolineare il proprio disgusto nei confronti di un’organizzazione criminale significa nuovamente spostare il problema su un piano religioso. Significa dare dignità e forma ad uno stato che non esiste, che non è ascrivibile entro confini geografici, di cui nessuno fa parte se non i terroristi. Ed eccolo il trappolone: suddividere la popolazione tra chi ha il dovere morale (pensanpo’) di dissociarsi e chi si sente in dovere di pretenderlo.

Il razzismo, l’islamfobia non fa altro che acuire l’odio che da parte a parte del mondo si respira dopo gli attentati terroristici a Parigi e gioca tutto a favore dello stato islamico.A noi spetta dunque il compito di scegliere che strada intraprendere, se quella di inutili battaglie di principio che vogliono mettere all’angolo un miliardo e mezzo di cittadini o metterci affianco a questa mole infinita di gente per rendere evidente la differenza, questa si tra due gruppi ben distinti: gli esseri umani e i terroristi.

 

 

 

 

 

 

Lo strano caso dell’uomo che non ha condiviso il post per difendere la sua privacy su Facebook

L’uomo che non ha condiviso il post per difendere la sua privacy su Facebook soffre di una strana condizione umana: un misto patologico  tra la sindrome di Tourette che gli fa dire cose inappropriate senza badare all’opportunità del momento e una sorta di disturbo Borderline all’inverso, generato perlopiù dalla scarsa tolleranza verso il prossimo.

L’uomo che non ha condiviso il post per difendere la sua privacy su Facebook si è ammalato da quando molti suoi amici invece hanno cominciato a condividere il post per difendere la loro privacy su Facebook.

Inizialmente l’aveva presa bene, per lui era diventato un impegno culturale quello di spiegare ai suoi amici che un post per difendere la loro privacy su Facebook era utile quanto credere che versare acqua santa su un serial killer l’avrebbe fatto redimere. Per lui esistevano bufale online di serie A, quindi meritevoli di censura severa e bufale di serie B per le quali poteva lasciar andare.

Ma quella del post per difendere la privacy su Facebook, era decisamente una bufala di serie A. L’uomo non poteva sopportare di leggere nello stesso post parole come avvocati, guardia di finanza, statuto di Roma e tacito assenso distribuite un po’ più che “alla cazzum”, rivolte ad un non meglio specificato signor Facebook manco fosse un entità incorporea, e fare finta di niente. Non gli era mai capitata un’intolleranza così notevole verso altre catene prima di quel momento ma mai prima d’allora aveva letto sì tanta mole di immondizia sotto mentite spoglie di presuntuosa accademica saccenza “se non pubblichi permetterai l’uso delle tue informazioni per tacito assenso…” – ma io ti mando a quel paese per dichiarato dissenso, capra- non faceva altro che pensare.E dopo la ventesima, circa, devastante visione del post per difendere la privacy su Facebook ogni qualvolta gli succedeva di leggere quelle parole sulla bacheca di qualcuno, si avventava come uno tsunami sullo sprovveduto di turno senza risparmiare nessuno da giudizi al vetriolo spesso davvero eccessivi. Arrivava finanche a dire che neppure il più sfigato tra gli hacker avrebbe mai attinto dalle loro informazioni e usarle per scopi illeciti, che le foto dei figli erano adorabili solo per loro, che la pancia al mare stesa sul lettino non sarebbe potuta diventare porno neppure per il feticista più audace, che le foto delle lasagne e dei pranzi luculliani domenicali o delle colazioni da campioni  era divertenti quanto una giornata di grandine alla prima uscita con l’auto nuova. Che il loro lavoro, dove passavano i fine settimana, le loro uscite al supermercato, il selfie con la collega tettona, l’aperitivo al mare, purtroppo per loro, non li avrebbe rubati proprio nessuno, che avrebbe capito la loro preoccupazione se avessero pubblicato il rimedio contro il cancro o qualche altra scoperta scientifica in grado di cambiare il mondo ma che invece dovevano stare tranquilli ché tanto il bosone di Higgs ( la particella più piccola del mondo) l’avevano già scoperto nonostante qualche loro ragionamento pareva volesse ambire a mettere  in seria discussione la cosa. Che fondamentalmente avrebbero dovuto emanciparsi e subito, dall’ignoranza di massa, questa si, unica macchinazione davvero letale per l’umanità, e cercare di avere il coraggio di elevare il proprio pensiero critico perché tutto sarebbe diventato relativo e avrebbe preso la sua giusta dimensione se analizzato attraverso una prospettiva tutta loro, che era necessario abbattere i granitici muri perimetrali di un gruppo e trovare la forza dell’essere un singolo per mettere alla prova le nostre capacità di analisi, e che  solo facendolo davvero avrebbero capito che l’unico modo per difendere la propria vita su Facebook semmai era semplicemente quella di non manifestarla affatto.

L’uomo che non ha condiviso il post per difendere la sua privacy su Facebook non era forse manco un uomo. E se quest’uomo fosse in realtà una donna che è arrivata a mettere in serio dubbio perfino il suo genere a furia di leggere di gente capace di mettere in discussione che il sole sia davvero una stella, chi mai avrebbe il coraggio di biasimarla?

Avreste il coraggio di dire alla mamma di questo bambino che i vaccini fanno male?

Non sono un medico ma ho voluto fare un piccolo sondaggio tra alcuni mie parenti, amici e conoscenti che invece lo sono.

La mia domanda è stata la medesima: I vaccini fanno male? Sconsiglieresti di farli?

Le risposte, ognuna differente,  giungevano alla stessa medesima conclusione con un enorme, lapidario: NO!

Il mio piccolo sondaggio quindi aveva concluso che il 100% degli “intervistati” tutti esperti in materia, avevano in meno di 24 ore, abbattuto ciò che è diventato da qualche tempo un vero e proprio mito, quello del “vaccino assassino”.

Gira voce però che esistano medici che al contrario sconsigliano la pratica del vaccino, personalmente non ho mai parlato con queste persone, ho imparato a conoscerle esclusivamente attraverso le parole di qualcuno che a suo volta li ha conosciuti perlopiù sul web. Non mi sono mai e dico mai confrontata con una mamma contraria ai vaccini che abbia poi anche parlato con questi dottori; li cliccano , li condividono, li suggeriscono, li trasformano in screenshots ci piazzano sopra una frase a effetto e poi la pubblicano, sono figurine che  trasformano in santoni e quando va peggio in santi.

Il web lo abbiamo imparato è il posto più democratico dell’universo terraqueo, dove chiunque può accedervi e proferire ogni giorno un verbo diverso, perché gli strumenti per farlo sono accessibili a tutti, basta una rete.

Quello stesso posto però, dove un fiore di loto ha il potere di trasformarsi in un’orribile malattia epidermica, dove i profughi mangiano i cani, il posto dove Facebook ha lo straordinario superpotere di rubare la tua vita e venderla al peggior frequentatore dei bar di caracas e noi possiamo difenderci mediante un semplice post.Che luogo incredibile!

Il web è anche quel pozzo di bufale impunite, così piacevoli da leggere perché ci servono su un vassoio d’argento la causa del male del mondo, della nostra vita fallita, delle nostre repressioni.Ci regalano un nemico che noi abbiamo il dovere di combattere a suon di condivisioni su tutti i social, l’odio poi fa tutto il resto.

Perché queste bufale confezionate ad hoc hanno il potere di rendere legittima la libertà di odiare forti di un alibi di ferro: ”l’ho visto su youtube””lo diceva un link” già perché non dimentichiamoci che sul web, sono i link a parlare prima ancora dell’articolo.

Sulla salute però non ci si può affidare al web e basta, perché c’è un mondo la fuori che spesso ci scordiamo di aver conosciuto, al quale ci affidiamo nei momenti di massimo bisogno che è sempre lì anche quando viene sostituito dal benessere.Quel benessere che ci permette il lusso di pensare alle stronzate, perché così si chiama quell’opinione diffusa che i vaccini facciano male: una stronzata.

Li ho sentiti anche io questi millantatori del quartierino, quelli che un fiore può curare il cancro, che il morbillo in Africa è causato nientepopodimenoche dagli aiuti umanitari provenienti dall’occidente. Una scusa in più per non aiutarli più quelli del terzo mondo <<Lo facciamo per loro>>.Si come no.

Ma in Africa come in altri paesi del terzo mondo muoiono ancora 18 mila bambini ogni giorno perché non hanno l’accesso ai vaccini, la metà di questi prima di aver compiuto cinque anni. Questo è quanto dichiara l’ultimo rapporto presentato dall ‘Unicef, Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), Banca Mondiale e Dipartimento degli Affari sociali ed Economici delle Nazioni Unite. Bambini che muoiono a causa del morbillo, della malaria, del tetano, malattie che noi abbiamo debellato grazie ai vaccini ma che rischiano di ritornare a fare vittime anche da noi se il trend sarà quello di smettere di vaccinare i nostri figli.

L’UNICEF è in prima linea de sempre nel difficile processo di immunizzazione, fornendo vaccini al 56% della popolazione infantile mondiale e lavorando sul campo in oltre 150 paesi.

Ma non solo, pensiamo ad associazioni credibili e radicate come Save The Children,Medici Senza Frontiere, da sempre dalla parte della lotta contro la mortalità infantile impegnandosi a portare i vaccini laddove non esiste neppure il diritto all’acqua.

Ecco perché pare paradossale nell’occidente della ricchezza, che la libertà di scelta sia tale e tanta da portarci a essere liberi anche di farci male e di farlo ai nostri figli.

In molte zone dell’Africa le mamme piangono quotidianamente figli morti per influenze che noi sconfiggiamo con un ridicolo antinfiammatorio. Riflettiamoci e pensiamo anche se il coraggio che sfoggiamo sulle nostre bacheche social resterebbe tale davanti ad una qualsiasi madre africana con il figlio agonizzante in braccio e se riuscirebbe a farci dire convintamente che  <<Si, i vaccini fanno male>>.

Cosa significa avere le mestruazioni in Africa: Tu ci riusciresti?

Ho imparato a non tollerare chi ancora nello sviluppatissimo occidente, all’interno del più evoluto vecchio continente, storce il naso quando è costretto ad udire la parola “mestruazioni”. Eppure è proprio così che si chiamano le perdite di sangue (e non solo) che provengono dall’utero e che troppo spesso sono associate a qualcosa di così nauseabondo da non meritare neppure un nome. Le definiamo noi per prime “Quei giorni” quando non preferiamo un più sobrio “Sono indisposta” come se il ciclo fosse una fase avversa al nostro corpo e non la cosa più naturale del mondo. Faccio questa premessa perché sia chiaro che non affronterò l’argomento meglio specificato nel titolo forgiandomi di una supposta superiorità etnicaculturalterritoriale giacché sul tema dimostriamo tutti ancora una certa ignoranza.

“Cosa significa avere le mestruazioni in Africa?” dicevamo. Ebbene avevo affidato a Google la risposta a questa domanda approssimativa, stupida forse, sicuramente non convenzionale ma che aveva generato in me una sorta di morbosa curiosità dopo aver analizzato poche ore prima alcune fantasiose ipotesi sull’argomento con un’amica. Ciò che la mia ricerca ha prodotto ha spalancato le porte di un mondo che non conoscevo affatto o che peggio facevo finta di non conoscere.

In molte zone povere dell’Africa parlare del ciclo mestruale non è solo un pericolosissimo Tabù, ma anche il motivo per il quale moltissime ragazze in età scolare abbandonano gli studi fin da giovanissime. Nelle baraccopoli Africane, l’assorbente è un lusso. Si, proprio quello che ci propinano in tutte le salse: alato, profumato, doppio, per la notte, per il giorno per il lavoro, piccolo, medio, grande, grandissimo, interno, esterno; in Africa è accessibile solo al 39% delle ragazze. La stragrande maggioranza delle giovanissime Donne preferisce perciò un sicuro nascondiglio casalingo ai banchi di scuola.

Questo genera un dannoso effetto a catena, le ragazze che vivono nelle baraccopoli diventano automaticamente cittadine di serie b con scarsissime possibilità di cambiare il loro status da adulte, sfavorendo così un aumento della percentuale di donne lavoratrici in Africa.

Ad aiutarmi a capirci qualcosa di più ci ha pensato la storia di Sophia Grinvalds una signorina americana che dopo il college ha deciso di prendersi un anno Sabatico in Uganda, tranquilli che non è l’ennesimo ricco e annoiato emule di Christopher McCandless e il senso di questo viaggio è distante anni luce da un in to the wild qualsiasi. La ragazza ha scelto l’Africa per fare volontariato.

Da questa esperienza nasce Afripads di cui Sophia, oggi brillante trentenne, è ideatrice e amministratore delegato. Afripads è la prima azienda africana che produce assorbenti riutilizzabili da destinare alle zone dell’Africa più svantaggiate. Una genialata, perché questo genere di illuminazioni necessitano di attenta riflessione su un tema e su quello del ciclo mestruale facciamo fatica a dedicare troppo tempo perfino noi Donne.Sbagliando.

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Gli assorbenti riutilizzabili prodotti da Afripads

Perché sarebbe stato fin troppo facile percepire che no, in luoghi di estrema povertà come le baraccopoli Africane, non possono esistere assorbenti, che le mestruazioni possono ancora oggi rappresentare un problema estremo per molte donne nel mondo. Ho sempre stupidamente creduto che non esistesse donna sul pianeta che non fosse in grado di accogliere il ciclo mestruale. Quanta approssimazione la mia, come se avessi mai provato io, a non utilizzare gli assorbenti. Come se si potesse davvero chiamare vita, quella che trascorre durante quei cinque giorni senza potersi affidare ad un seppur arrangiato metodo di assorbenza valido.

Come se davvero possa esistere una donna in qualsivoglia continente che per chissà quale assurda tradizione o abitudine preferisca affidarsi a materiali di fortuna come carta igienica o fibre di banana piuttosto che al più semplice assorbente.

Ecco allora, che abbattere il Tabù del ciclo mestruale, smettere di pensare che discuterne manchi di rispetto alla privacy delle Donne, è di fondamentale importanza nel processo di emancipazione femminile nel mondo. E se questa vi sembra un problema secondario, qualcosa di molto meno grave della mancanza di cibo e acqua allora accettate la mia sfida: Un ciclo mestruale intero senza toccare un assorbente, quante di noi ci riuscirebbero?Quante di noi riuscirebbero a vivere?

L’Overdose da puntini di sospensione, uno nessuno…centomila.

Se la tecnologia viaggiasse di pari passo con la cultura, se davvero vivessimo in un mondo giusto, allora in commercio esisterebbero tastiere per pc in grado di prendere a schiaffi l’utente che ha digitato il quarto punto di sospensione consecutivo.

Credo sia giunta l’ora di disintossicarci dall’overdose sempre più dilagante da puntini di sospensione. La grammatica parla chiaro, i puntini sono tre, solo tre, oltre è un elisacucco, una linea punteggiata che si usa attraverso photoshop,l’ho scoperto ieri. Un termine orribile che quasi ci rende parte di una gruppo indigeno, di una tribù grammaticalmente arretrata: Gli elisacucchi , perlappunto.

Riconosco che siamo un popolo incline alla riflessione ma questa dovreste saperlo, non è direttamente proporzionale al numero di puntini che aggiungiamo alla sospensione e non diventeremo ad un tratto pensatori 2.0 agli occhi degli altri se ne abusiamo.

Dice “ma che ti importa mica si pagano” Eccerto.

Dice “Le cose che devo dire e che non riesco a dire sono troppe e 3 puntini non rendono l’idea”. Non sai cosa dire? Taci.

Dopo il quarto punto, non è riflessione ma una richiesta di aiuto e quei poveri puntini non possono fare il lavoro sporco al posto nostro. Sono dei puntini in fondo, pensate che con il punto e virgola si giocano l’ultimo posto nella catena alimentare della grammatica, addirittura il punto così piccolo e decisionista ha più potere. Quello a dire il vero ha più potere di tutti, arriva lui e finisce la pacchia, termina tutto. I puntini invece no, loro sono diversi, comprensivi, ti danno una chance, ti vogliono bene ti sussurrano “ok non sai cosa aggiungere usaci” hanno il potere di dare un senso a ciò che apparentemente non ne ha, per assurdo potresti scrivere “E dunque sono…” e sembrare ad un tratto l’Aristotele de noantri.

Cosa dire invece di questo diffuso esemplare di elisacucco? :

Sono in camera……..ti penso……..ti cerco…….pensavo…..a te a me a noi….al sole e alla………………..luna…….per non pensarti mi sono comprata un gatto……………..non basta però…..anche se a dire il vero è molto carino e coccoloso……………………..ma perché  la vita ci tiene lontani?

Non ti tiene lontana, si è presa una lunga pausa di riflessione attraverso una serie interminabile di puntini di sospensione.

Beh, come ci si sente?!

La Miss Italia che ci fa sentire tutti più intelligenti e i clamorosi strafalcioni andati nel dimenticatoio.

Alice Sabatini, è il nome della giovanissima nonché ultima Miss Italia, che è stata messa a disposizione del pubblico ludibrio poiché durante la finale del concorso, alla domanda stupida “In che epoca vorresti nascere” ha risposto altrettanto stupidamente con un incerto “Nel 1942, quando c’era la seconda guerra mondiale…” e bla bla. Il resto è ormai è storia.

Grazie ad Alice ci siamo sentiti tutti un pochino più intelligenti, noi che per la maggior parte non sappiamo neppure quando è cominciata la seconda guerra mondiale ci siamo indignati, noi che non abbiamo idea se sia durata più o meno della prima ci siamo indignati , noi che alla domanda “chi l’ha vinta?” fingiamo un improvviso attacco di stipsi o peggio ancora rispondiamo con inutili polemiche paracule “ma mi prendi per un cretino?” per poi sparire nell’arco di un secondo, ovviamente indignati. Noi che il 25 aprile ci chiediamo “we ma cosa si festeggia oggi?” ci siamo indignati. Noi che ricordiamo di avercela un’indignazione quando a commettere una gaffe è una giovanissima Miss Italia e siamo pronti a difenderci se ne sparariamo di più grosse, ci siamo indignati.Indignati? ma che dico indignatissimi!

Voglio rovinarmi e rincaro la dose con una bel po’ di femminismo spietato, sostenendo pure che alle donne ( peggio ancora se piacenti) perdoniamo poco, quasi speriamo diano dimostrazione della regola “Bella e stupida” e quando succede è un giorno buono per tutti. Potete dirmi che mi sbaglio ma ai calciatori, notoriamente veri e propri pozzi di cretinate nati per elargire gaffe un tanto al kg come non ci fosse un domani, piuttosto che indignazione regaliamo attestati di stima manco fossero i salvatori della patria con il grado di  “Adorabili Mattacchioni”.

Io sono dalla parte di Alice.Ha tutta la vita per rimediare alle sue lacune culturali (o al suo cinismo chissà) un domani potrebbe diventare il nuovo direttore generale del CERN, e ci toccherà spostare l’oggetto delle nostre indignazioni verso altri lidi.

Cosa possiamo dire invece delle gaffe di autorevoli personalità già grandi e pasciute, del mondo della politica, dello sport, della cultura loro si, chiamati a fare molto di più che mantenere una corona di diamanti in testa o a sorridere davanti ai flash?!

Girando nel web ne ho trovate moltissime, ne pubblico alcune.

Scommettiamo che ci indigniamo “manco per niente”?

“Ed Enea diede luogo a una dinastia da cui nacquero Romolo e Remolo. (Silvio Berlusconi)

“Sarò breve e circonciso” (Davide Tripiedi, deputato M5S)

“Coinciso, quello è un’altra cosa” (Simone Baldelli, deputato Fi corregge il collega)

“L’Eni è oggi un pezzo fondamentale della nostra politica energetica, della nostra politica estera, della nostra politica di intelligence. Cosa vuol dire intelligence? I servizi, i servizi segreti.” (Matteo Renzi)

“Non c’è niente di peggio che il cieco che non vuole vedere” (Antonio Di Pietro, ex leader Italia dei Valori)

“Ma come fa quella donna  a dire che io sono dislessico, se non l’ho mai intervistata?” (George W. Bush)

“Qualcosa di molto importante e rivoluzionario per la società può scaturire dall’epidemia di ebola e sarebbe un’idea molto buona: niente più strette di mano!” (Donald Trump)

“È stato un avversario molto ostico ma anche agnostico.” (Arrigo Sacchi)

“Incrocio le dite.” (Aldo Biscardi)

“I maghi non esistono, quelli li bruciavano nelle piazze nel ‘300.” (Trapattoni)

“Abbiamo apertuto il collegamento” (G.Galeazzi)

“Libri? Non ne leggo uno da due anni”. ( Fleur Pellerin, ministo della cultura francese)

“Ma qual è si scrive con o senza l’apostrofo?” il 65% degli Italiani.

Curvy non è Obesa : Abbiamo davvero bisogno di esempi extralarge ? #orgogliosamenteNOI

Dice “Orgoglio Curvy” e mi illumino di immenso poi guardo le modelle di riferimento e mi illumino di meno.

Dice “Qualche chilo in più ti rende sensuale” poi però riguardo quelle immagini e penso che quelle donne di chili ne abbiano forse molti di più che qualcuno.

State buone però, che chi scrive non è certamente un grissino, anzi. Non è neppure cieca però (anzi).

Ci vedo e mi vedo così bene che posso oggettivamente dire che no, quelle donne non sono curvy: Sono Obese.

E quelle immagini sono dannose esattamente quanto quelle delle donne cagionevoli taglia 36 che sfilano in passerella e sembrano quasi trascinare le loro ossa  verso il patibolo agognando un misero pezzo di pane.

Sono immagini volutamente forti, che distolgono l’attenzione dal modello di normalità al quale tutti dovremmo tendere.

<<Ma dai, le donne normali ma chi se le caca>> ed è vero, questo è il tempo degli eccessi.

Eccessi che in entrambi i casi rischiano di distruggerci.

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Le donne normali sono così ordinarie, così usuali, così comuni, così consuete. Non genererebbero una discussione nemmeno pagando 4 sfigatissimi haters per farlo.

Vuoi mettere invece una bella donna taglia 52 fasciata in una guepiere striminzita venduta al pubblico ludibrio, che ammiccante sembra sussurrarti “tesoro ma che ti lagni con ‘ste diete e mangiala una merendina”.

E mi piacerebbe che sia così, vorrei con tutta me stessa fosse davvero così, dico sul serio, sono disperatamente seria.

Mentre scrivo sono certa che da qualche parte in questa casa abiti una barattolo di nutella solo e bisognoso di attenzione e sarebbe così facile aprirlo, ficcarci dentro un cucchiaio poi fagocitarlo e gaudente pensare  “ahhh che bello, ho ancor un margine di una decina di kg entro il quale posso ancora dirmi orgogliosamente curvy” .Poi però penso di non essere ancora totalmente matta e impazziti non lo sono neppure gli ultimi dati sul tasso di obesità in Italia. La prima informazione che ci riportano è la più preoccupante: L’obesità è sempre più Donna.

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La seconda lo è di meno solo per la regola del mezzo gaudionel 2030 il 20 % degli italiani sarà Obeso”.

Non curvy, non sovrappeso ma obeso.Obesi.Obese.

Quelle immagini ci mentono, ci dicono che l’obesità soprattutto quella femminile è solo una debolezza, e noi ci crediamo. Deve esserlo per forza: restiamo incinte, partoriamo poi allattiamo, ci abbiamo gli ormoni in subbuglio, ci abbiamo le cose da fare, siamo multitasking, e la tiroide. E ce l’abbiamo solo noi la tiroide. Il punto è che noi crediamo di potercelo permettere di diventare grasse, tanto ci abbiamo sempre una buona scusa pronta a chi ce lo fa notare. Una scusa e uno sguardo assassino. E mo ci abbiamo pure le modelle.

Ma l’obesità toglie soldi anche alle nostre tasche. Secondo quanto riportato da Huffingtonpost.com  gli obesi oggi costano al sistema sanitario Italiano ben 9 miliardi di euro.Esattamente 1/5 di quanto ci costa la corruzione.

Se ci pensate le cose che si raggiungono con meno sforzo, nella maggior parte dei casi sono quelle che ci danneggiano di più.

Più semplice rubare che lavorare, più facile mangiare tutto quello che vogliamo piuttosto che imporci delle regole.

E allora perché continuare a perseguire e incoraggiare questo sedicente “orgoglio curvy”?

Diciamoci la verità, a noi l’obesità non piace neppure se patinata, e non è vero che l’indulgenza verso noi stesse debba partire necessariamente da esempi sbagliati.

Sia ben chiaro sono convinta che quelle donne, bellissime si piacciano davvero, ed è cosa buona e giusta e cosa buona e giusta sarebbe che anche noi lo facessimo. Ma non dimentichiamoci che l’accettazione è il primo passo che ci conduce ad un miglioramento di noi stesse, accettarci ci rende tranquille e la tranquillità mentale condiziona positivamente i nostri obiettivi.E chi si accetta raramente resta obeso.

Mi accetto, mi amo, tendo alla versione migliore di me stessa.Questa è la regola.

E io tento di seguirla, certo ci riesco quasi mai ma non mi consolano le immagini delle donne obese che ci vendono per curvy.

Curvy non esiste, esistiamo noi: Magre, grasse, normopeso, con la quarta, la prima, la zero, la decima, che ci guardiamo allo specchio e sappiamo benissimo cosa è meglio per noi stesse.

E state ben tranquille che non esiste al mondo copertina così meravigliosamente rassicurante in grado di suggerircelo.

Orgogliose si, ma orgogliosamente NOI.