A Colonia si è consumato un attentato sessista altro che molestie

Vi darò un fatto che dovrete utilizzare come effetto e di cui dovrete associare una possibile causa:

“Centinaia di ragazze vengono molestate da circa 1000 tra clandestini e richiedenti asilo durante i festeggiamenti nella notte di capodanno”

Secondo quanto asseriscono certi mezzi di informazione la quasi totalità dell’opinione pubblica in merito a questo si divide tra chi attribuisce la causa alla tipica libido fuori controllo del maschio alfa e chi invece alla religione dei molestatori.

E’ totalmente fuori discussione inserire nel ragionamento qualsiasi altro dato che consentirebbe di renderlo meno approssimativo e quindi più funzionale alla soluzione, totalmente. Sarebbe come camminare su un filo sospeso carichi di BLA e basterebbe un semplice BLA al di fuori dai BLA BLA generali per farci collassare a terra dalla parte dei cosiddetti buonisti o tra gli intolleranti.

E’ assolutamente esclusa l’esistenza di altre categorie di opinioni, eppure non posso trattenermi dalla voglia di dire due cosette a tutti coloro che in risposta alle violenze avvenute a Colonia rispondono con improbabili argomentazioni che sviliscono il problema chè tanto la cosa riguarda tutti, tutte e in tutto il mondo. Come dire: anche noi in Italia ne sappiamo qualcosa giusto?

Attenzione nessuno ci vieta di sederci comodi su un morbido sogno al profumo di vaniglia nel quale l’unico attentato esistente è quello alla linea durante le festività natalizie, peccato solo che questo non avrà il potere di trasformarsi in realtà. Non so neppure così certa che la diffusa sottovalutazione di quanto accaduto a Colonia sia dovuta ad ottimismo estremo o ad un’intenzionale voglia di distorcere la realtà. Non ho capito bene se ci sono o se ci fanno in pratica.

Dalle palpeggiate furtive sulla metro a quegli sguardi che sanno essere da soli più invadenti di una pacca sul sedere, conosciamo tutte quella sgradevole sensazione spesso imbarazzante e molte volte spaventosa di essere l’oggetto di attenzioni sessuali sgradite. Una molestia è tale perché irrompe improvvisa senza rispetto nella nostra vita e tenta di invadere la nostra sfera più intima senza chiedere il permesso. Un molestatore è l’autorevole avvocato o il poveretto che vende accendini in stazione, protagonisti consapevoli entrambi di storie di ordinaria violenza sessuale.

A Colonia il 31 Dicembre scorso tuttavia non si è trattato di violenza ordinaria ma si è consumata un’aggressione organizzata; quattrocento sono state le denunce che la polizia tedesca ha raccolto fino ad ora e si pensa che possano aumentare ancora.Erano più di mille gli aggressori che la notte di S.Silvestro hanno pesantemente palpeggiato centinaia di Donne nonché aggredite con violenza. Le aggressioni sarebbero avvenute con questa dinamica: gruppi di cinque o sei uomini che circondavano di volta in volta una sola vittima, palpeggiandola e derubandola. Il capo della polizia Wolfgang Albers, ha sempre parlato di “una dimensione di reato completamente nuova”. Nonostante ciò in Italia si leggono titoli terrificanti che ci parlano del desiderio di libertà di quegli uomini sradicati dalla loro terra. Roba da pazzi come a voler togliere il titolo di vittime alle donne per regalarlo ai molestatori e su un vassoio d’argento pure.C’è nulla di più paradossale?

Il territorio di provenienza di un molestatore non può rappresentare un’attenuante se appartenente al cosiddetto terzo mondo. Non è lecito e in alcun modo tentare di addurre giustificazioni attraverso saggi inviti al mea culpa. Non dico che in Europa il sessismo sia ormai un lontano miraggio, infatti violenze domestiche, donne uccise, molestie in strada e tutto ciò che rappresenta il contrasto alla libertà sessuale e sull’ aborto sono problemi purtroppo attuali. Tuttavia non c’è alcun nesso tra l’incontrollata e barbarica deriva testosteronica di ogni angolo del mondo e la Gan Bang di Colonia. A dirlo, tra gli altri è il capo del Bundeskriminalamt (l’anticrimine federale), Holger Muench, al Rbb Inforadio dichiara “È chiaro che gli aggressori sono arrivati da più regioni, a Colonia come in altre città. Normalmente una cosa del genere viene organizzata e noi riteniamo sia stata organizzata”.

Le uniche vittime a Colonia sono state le donne che in quel momento altro non erano che corpi disponibili, nei confronti dei quali più di mille, tra richiedenti asilo e clandestini provenienti dai territori Siriani, non hanno creduto di offrire il benché minimo rispetto. Questo è un fatto e le fantasiose ricostruzioni di chi è caduto sul pianeta terra l’altro ieri non dovrebbero influenzare la nostra opinione. Quando si afferma che il dramma del patriarcato e del maschilismo diffusi nei paesi arabi e dentro la religione islamica è paragonabile a quello tutto interno alla cultura Europea non solo si mente senza alcuna vergogna ma si ridicolizza il dramma delle donne arabe che non lamentano una pacca sul sedere in autobus ( gesto orribile e grave) ma l’azzeramento della propria libertà in toto. Pertanto va detto che le migrazioni di massa portano anche a casa nostra questi elementi fondativi che talvolta si saldano con i nostri e ammetterlo senza vivere nel timore di fomentare l’islamofobia. Nessuno mette in discussione l’integrazione che è quel valore assoluto di un paese civile, democratico e accogliente ma si apra una discussione seria sugli elementi che in questa fase di unione devono essere accolti e su quelli da escludere categoricamente e non tollerati.Nessuno parli di civile convivenza altrimenti.Nessuno.

 

Arabia Saudita: Le donne al voto per la prima volta nella storia (se gli uomini lo vorranno però)

In occasione delle elezioni municipali e per la prima volta nella storia, in Arabia Saudita potranno votare e candidarsi anche le donne. Tra parentesi, a nessun cittadino è ancora permesso di votare per il governo nazionale, perché l’Arabia Saudita resta una delle più granitiche realtà dittatoriali sul pianeta terra nonostante l’assurda nomina dell’ambasciatore saudita Faisal bin Hassan Thad, chiamato a presiedere il comitato consultivo del Consiglio Onu dei diritti umani. Nulla di strano se vivessimo nel mondo fantastico di Assurdia (inventato da me è una sorta di appendice degenere del mondo di Fantasia dal più famoso film “la storia infinita”) tuttavia il fatto che sia accaduto nella realtà, fa slittare di diritto Assurdia nel nutrito gruppo dei mondi più credibili del nostro.Chiusa parentesi.

Sul diritto di voto alle donne saudite mi piacerebbe davvero parlare di svolta storica tutta intesa a dare loro quella sudata legittimità che meritano ma non è proprio così anzi paradossalmente la pezza, in questo caso, è di gran lunga peggiore del buco.
Ricordiamo che l’Arabia Saudita è il paese più esteso della penisola arabica e l’assetto governativo da cui è retta farebbe impallidire “l’innocuo” nepotismo occidentale giacché è tutto e per tutto in mano alla famiglia al-Saud dal 1932. Il re era il fratello di, che a sua volta era il figlio di e che verosimilmente sarà il padre di. Famiglia questa, obbligata tuttavia a dividere il potere con il clero autoctono famoso per predicare un Islam piuttosto severo che lascia ben poco alla tolleranza e che nei confronti delle cittadine diventa addirittura tirannico.

L’Arabia Saudita non vuole bene alle sue donne che sono sottomesse all’uomo per legge. Il libero arbitrio di una donna è subordinato a quello del marito, dal padre e del fratello. Illuminante in tal senso, un antico proverbio saudita <<Una ragazza non possiede altro che il suo velo e la sua tomba>> ancora troppo attuale.

Non è un semplice voler pensare male questa cosa del voto alle donne saudita giacché così come è regolamentato altro non è, se non l’ennesima trovata -semmai ce ne fosse ancora bisogno- per denigrarle agli occhi del mondo intero.

E’ vero, sta accadendo qualcosa prima d’ora inimmaginabile, ma permettetemi di definire quantomeno controversi i modi e i termini attraverso i quali ciò avverrà e che fanno apparire il tutto un po’ ambiguo e ancora troppo lontano dal concetto di civiltà.

Innanzitutto per le candidate donna non è stato affatto facile fare campagna elettorale. A queste è stato proibito per legge di fare comizi pubblici alla presenza di uomini tant’è vero che a parlare al posto loro sono stati chiamati sostituti maschili.

Su Saudi Gazette, uno dei pochissimi giornali scritti in lingua inglese si legge:

<<Le donne possono nominare degli uomini per parlare agli elettori al loro posto. Questi rappresentanti guarderanno gli elettori e diranno loro: la nostra candidata vi dice “buongiorno” e promette di fare questo e quello per la città>>

In soldoni le donne saranno si, coinvolte nelle elezioni ma sarà vietato loro di parlare. Candidate dunque, ma solo di nome. Dice “Potranno comunque scegliere i loro rappresentanti” e invece la mazzata si presenta anche qui. Per partecipare al voto come elettore, è necessario un documento di identità valido e per ottenerlo sarà indispensabile il permesso del familiare maschile più prossimo. Senza contare che essendo ancora in auge il divieto per le donne di guidare automobili e più in generale essendo obbligate a rispettare severi regolamenti sulla libera circolazione è plausibile pensare che non sarà garantita una massiccia presenza femminile alle urne. Dovranno chiedere il permesso per uscire di casa, dovranno essere accompagnate, dovranno attendere che sia un uomo a concedere loro di esprimere una preferenza.

Non è libertà di scelta questa, non è libertà di voto questa, questa è una passata di intonaco fresco su una parete fatiscente nulla di più.

Appaiono perciò di cattivissimo gusto e oltremodo discutibili i titoloni dei giornali occidentali che riportano come una delle più grandi vittorie del secolo la concessione del voto alla donne in Arabia Saudita. Se vittoria abbiamo deciso di definirla allora io non la accetto, i subdoli mezzi per la denigrazione femminile sotto mentite spoglie di diritti non sono una vittoria, rappresentano una sconfitta. Libertà e diritti sono imprescindibili, e non esiste al mondo che si possa barattare la prima per ottenere la brutta copia dei secondi, specie se si parla di donne, specie se alcuni paesi che rifuggono da questa ovvietà sono amici “nostri” e pure da 80 anni.

Zitella…Ops: Uno spettro dal passato

Di: Ilaria Le

Ormai vicina, ma ancora a distanza di sicurezza, dagli anta, ufficialmente single e senza prole, superate con scioltezza le domande di rito e le relative risposte sbigottite:

Non sei sposata!? E non hai figli?!”,

Affrontata la fase dello sguardo incuriosito e diffidente del

cosa avrà che non va…ha studiato, ha un lavoro, non è un cesso … ,

catalogata nella classificazione

specie strana”,

Pensavo di essere scivolata nella zona di indifferenza del paesano medio e di poter lavorare serenamente… per quanto consapevole che la mia prontezza e le mie risposte brusche siano sempre e necessariamente attribuite allo status single. Sempre e solo!

Voi anche lo pensate… eppure non è così: Sbagliate, sbagliamo!

Ecco…la rivelazione, direi messianica; la ebbi di fronte al pronunciamento di una innocua parola e alle reazioni di shock e di imbarazzo che seguirono.Una parola per smascherare la misera realtà…una parola arcaica, uno spettro che torna dal passato… tataààà: ZitellA.

Una parola pronunciata in mia presenza e via: scuse a catena … “Scusa di che??? Non ho capito”… Incredula di fronte a cotanta rivelazione, mi barcamenavo nelle infauste tenebre mentali.

Cioè, vi è mai capitato di raccontare un aneddoto e pronunciare il termine calvo davanti ad una persona stempiata?…certo che è capitato, ma vi è mai venuto in mente di chiedere scusa??? NO certamente …

Ed invece questo accadde con la parola ZitellA davanti alla ZitellA …  Vi guardate allo specchio e non vi convincete, bhe neanche io.  Pensate che non vi machi niente, avete i pezzi a posto (controllate!): ebbene lo pensate solo voi. Chiunque tu sia e qualunque cosa faccia, resterai ZitellA e giammai single….

Ilaria

 

 

 

Signorina, a chi ?

Ci sono arrivata da poco ma da certe verità non puoi prescindere giunge il momento in cui ti trovi a faccia a faccia con loro e sai bene che la sfida che ti lanceranno sancirà una sconfitta solo tua, sono quel genere di verità che battono le carte e che avranno sempre l’ultima parola. Una di queste è tutta dentro il significato dell’appellativo di Signora che sentiamo come “appioppatoci” intorno ai 30 anni di età (anno più anno meno) che irrompe improvviso nella nostra vita come una tegola in testa e come se magicamente prendesse vita, si piazza di fronte a noi , ci schiaffeggia e ci dice franca e spavalda <<Si bella hai capito bene, stai invecchiando>>.

E questa tegola ha la forma dell’adolescente su un mezzo pubblico “Mi scusi Signora è occupato?” del salumiere “Signora altro?” del tipo in fila davanti a te alla cassa del supermercato “Signora vuole passare per prima?”.

Una tegola fetente, sulla quale nel momento successivo in cui pronuncia quel –SI-GNO-RA-, concentriamo tutte le nostre insicurezze, paure, incazzature: <<scusami ragazzino, quanti anni pensi che ci togliamo ?>> ; <<Ma con che faccia… lei potrebbe essermi padre >><< Signora a me? Ma come si permette si faccia la fila sua>> lo abbiamo pensato, lo abbiamo detto veramente, lo abbiamo perfino urlato, manifestato, sospirato ed è successo a tutte.

Questa cosa del Signora rispetta spesso un’escalation che prevede regole ben precise: prima viene il trauma, poi la paura di aver perso l’aspetto della ragazza spensierata a cui siamo tutte affezionate, ecco poi le rassicurazioni degli amici –ma dai dopo i 18 anni per gentilezza siete tutte signore-poi la presa di coscienza –eh ma a 20 anni nessuno mi ha mai chiamato signora- poi la rassegnazione e infine la scoperta della meravigliosa fortuna di esserlo davvero una Signora. Si! Ho scritto “fortuna” e spiegherò in breve perché ho voluto osare tanto (avevate capito che fin qui era una premessa no?).

Signore lo siamo sempre state c’è poco da fare, ma cosa ancora più importante Signora non è non più giovane, è altresì un dato di fatto, è ciò che sarebbe dovuto essere e che è sempre stato, siamo noi che ci guardiamo allo specchio e l’immagine che ci rimanda ci dice “complimenti sei una Donna” e tant’è. Signora è la migliore versione di noi stesse. E siamo Signore a 18 come a 100 anni.

Signora è quel romantico Madonna senza temere di incappare in paragoni audaci, che letteralmente è Signora mia antico appellativo con il quale si dimostrava rispetto nei confronti della Donna e lo splendido contributo di Giacomo da Lentini con la citazione <<Madonna, dir vi voglio como l’amor m’à priso>> basta e avanza per spiegarne la magia. Signora badate bene. Non signorina.

Termine, quel signorina che se proprio dobbiamo dirla tutta è desueto e perfino illegale, poiché decaduto per legge approvata in parlamento nel 1990, secondo questa le donne, al compimento del diciottesimo anno d’età sono tutte indistintamente Signore. Signorina è un termine quasi sessista, anzi lo è di certo. E’ una carogna che vuole sancire una divisione tra donne presumibilmente single e donne verosimilmente impegnate, squisitamente legata all’età. Rimanda le donne ad una loro supposta e diversa condizione sociale: quella di donne maritate (come si diceva un tempo, cioè appartenenti al marito)e di donne da maritare.

Attualmente è uno dei  più granitici refusi storici, un avanzo di un’epoca in cui le donne erano considerate così piccole da non poter far nulla senza il consenso del padre, del fratello e del fidanzato. Quante volte ci hanno rivolto l’odiosa domanda “Signora o signorina ?” per non apparire ne’ troppo indelicati ne’ troppo audaci. Ebbene ora sappiamo che sull’argomento non dovremmo avere più dubbi signorina anche basta, confonde le idee, ci costringe, ci svilisce anche.

Succede quando viene utilizzato come termine di confronto per rilevare caratteristiche fisiche o psichiche ritenute tipiche del sesso femminile: questo non è uno lavoro per signorine!

Capita quando sottende la probabilità che la nostra interlocutrice sia libera da impegni coniugali. Signorina è un posto libero a teatro, un tavolo sgombro al ristorante, una fila di poltrone al cinema.

Siamo Signore per la miseria. E riflettiamoci perché mentre ci disperiamo davanti  alla mazzata di un “Signora” o proviamo gratificazione grazie a quel signorina pensiamo che nessuno si sognerebbe mai di chiamare un uomo signorino. Un uomo di contro, è sempre signore, che sia sposato oppure no.

“Vi supplico, bombardateci!” la preghiera delle schiave Yazidi e gli stupri di guerra di oggi e di ieri

Due giorni fa la trasmissione piazza pulita ha trasmesso il crudo reportage del giornalista Corrado Formigli sulla riconquista da parte dei Curdi di Sinjar. Tra le altre cose è stata testimoniata la mattanza dei Yazidi, una minoranza religiosa le cui donne, adolescenti e bambine sono state ridotte in schiavitù sessuale dallo stato islamico nel nord dell’Iraq.

Esiste un posto nel mondo oggi, in cui donne e bambine vengono stuprate e torturate quotidianamente fino a trenta volte al giorno e più dalla ferocia Jihadista. E vale la pena ricordarlo oggi che la bestialità disumana ha preso i contorni di una certezza così ingombrante e terrificante che non conosce confini invalicabili e ci costringe in un angolo, impietriti. Vale la pena ricordalo oggi, in questi tempi bui che ci ricordano che sono ancora le donne le principali vittime di violenza in tempo di pace così come in tempo di guerra.

Sono in migliaia le donne Yazidi tenute prigioniere violentate e torturate, vendute come spose ancora bambine a uomini adulti. Un incubo dalle dimensioni inimmaginabili dal quale la maggior parte di loro sanno già di non poter uscire vive e che le conduce a guardare alla morte come alla più splendente delle  speranze.

Amnesty International aveva già presentato esattamente un anno fa un rapporto al riguardo  “Fuga dall’Inferno”  che raccoglie le testimonianze di 40 donne che sono riuscite a fuggire da quella barbarie a firma Isis. E ci parlano di suicidi, tanti e di terrore come unica e reale costante.

Sono stata stuprata 30 volte e siamo nemmeno a metà giornata. Non riesco neppure ad andare in bagno. Vi supplico bombardateci!” si legge invece nel drammatico articolo pieno anche questo di dichiarazioni delle prigioniere dello stato islamico, scritto da Nina Shea direttrice del dipartimento per le libertà religiose dell’istituto di Houdson (USA).

Parole che sembrano uscire da epoche così remote da renderci difficile financo una collocazione temporale e che invece sono qui, accanto a noi e ci urlano di essere ascoltate.

Ma non facciamo l’errore di pensare che questo abominio sia ascrivibile entro confini che non riguardano l’occidente, commetteremo un reato nei confronti della nostra storia che ci racconta di  vittime e di carnefici che hanno convissuto sotto lo stesso e rassicurante cielo occidentale.

Storie che ci insegnano che non esiste guerra che tra i più atroci “effetti collaterali” non contempli lo stupro su donne costrette in schiavitù. E non importa che si sia consumata in Africa o in Europa, in oriente o in occidente. Parliamo del conflitto in Afghanistan, in Congo in Vietnam ma anche della prima e della seconda guerra mondiale. In Giappone per dirne una, le donne venivano definite comfort woman, termine che lascia ben poco all’immaginazione come pure all’onorabilità dell’essere umano.

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comfort women

Al termine dei conflitti mondiali sono state centinaia le denunce da parte di donne e bambini europei costretti a concedersi sessualmente. Nonostante oggi sia descritto dalle convenzioni di Ginevra come crimine contro l’umanità la strada per il riconoscimento dello stupro di guerra come ad un delitto è stata disseminata da più di qualche incaglio (im)morale.

Le donne e più in generale le fasce deboli della popolazione erano declassate come il bottino di guerra, avevano quindi il dovere di prestarsi a questa macabra consuetudine. Dovevano rappresentare la ricompensa per coloro che avevano fatto valere i propri sacrifici sul campo quello stesso campo di guerra in cui anche le donne erano chiamate a fare la loro parte per ripagare i soldati del loro coraggio. La voglia di dare una misura ad una sedicente quanto misera mascolinità infine faceva il resto. Mi chiedo se esiste al mondo una “tradizione” più perversa di questa.

E la guerra badate bene altro non è se non la sintesi delle peggiori atrocità di cui l’uomo è sempre stato artefice. La guerra questo fa, suddivide l’umanità in vinti e vincitori che convivono in quell’arena entro la quale il dominio del più forte ha perfino il potere di sottomettere la dignità. La guerra che pur avendo il potere di cambiare tutto – dall’assetto politico dei paesi, dei governi, dei confini- ci ha dimostrato tuttavia di non poter cambiare l’aspetto più importante di tutti, gli uomini. Gli uomini alla fine di una guerra sono sempre gli stessi.

Lo strano caso dell’uomo che non ha condiviso il post per difendere la sua privacy su Facebook

L’uomo che non ha condiviso il post per difendere la sua privacy su Facebook soffre di una strana condizione umana: un misto patologico  tra la sindrome di Tourette che gli fa dire cose inappropriate senza badare all’opportunità del momento e una sorta di disturbo Borderline all’inverso, generato perlopiù dalla scarsa tolleranza verso il prossimo.

L’uomo che non ha condiviso il post per difendere la sua privacy su Facebook si è ammalato da quando molti suoi amici invece hanno cominciato a condividere il post per difendere la loro privacy su Facebook.

Inizialmente l’aveva presa bene, per lui era diventato un impegno culturale quello di spiegare ai suoi amici che un post per difendere la loro privacy su Facebook era utile quanto credere che versare acqua santa su un serial killer l’avrebbe fatto redimere. Per lui esistevano bufale online di serie A, quindi meritevoli di censura severa e bufale di serie B per le quali poteva lasciar andare.

Ma quella del post per difendere la privacy su Facebook, era decisamente una bufala di serie A. L’uomo non poteva sopportare di leggere nello stesso post parole come avvocati, guardia di finanza, statuto di Roma e tacito assenso distribuite un po’ più che “alla cazzum”, rivolte ad un non meglio specificato signor Facebook manco fosse un entità incorporea, e fare finta di niente. Non gli era mai capitata un’intolleranza così notevole verso altre catene prima di quel momento ma mai prima d’allora aveva letto sì tanta mole di immondizia sotto mentite spoglie di presuntuosa accademica saccenza “se non pubblichi permetterai l’uso delle tue informazioni per tacito assenso…” – ma io ti mando a quel paese per dichiarato dissenso, capra- non faceva altro che pensare.E dopo la ventesima, circa, devastante visione del post per difendere la privacy su Facebook ogni qualvolta gli succedeva di leggere quelle parole sulla bacheca di qualcuno, si avventava come uno tsunami sullo sprovveduto di turno senza risparmiare nessuno da giudizi al vetriolo spesso davvero eccessivi. Arrivava finanche a dire che neppure il più sfigato tra gli hacker avrebbe mai attinto dalle loro informazioni e usarle per scopi illeciti, che le foto dei figli erano adorabili solo per loro, che la pancia al mare stesa sul lettino non sarebbe potuta diventare porno neppure per il feticista più audace, che le foto delle lasagne e dei pranzi luculliani domenicali o delle colazioni da campioni  era divertenti quanto una giornata di grandine alla prima uscita con l’auto nuova. Che il loro lavoro, dove passavano i fine settimana, le loro uscite al supermercato, il selfie con la collega tettona, l’aperitivo al mare, purtroppo per loro, non li avrebbe rubati proprio nessuno, che avrebbe capito la loro preoccupazione se avessero pubblicato il rimedio contro il cancro o qualche altra scoperta scientifica in grado di cambiare il mondo ma che invece dovevano stare tranquilli ché tanto il bosone di Higgs ( la particella più piccola del mondo) l’avevano già scoperto nonostante qualche loro ragionamento pareva volesse ambire a mettere  in seria discussione la cosa. Che fondamentalmente avrebbero dovuto emanciparsi e subito, dall’ignoranza di massa, questa si, unica macchinazione davvero letale per l’umanità, e cercare di avere il coraggio di elevare il proprio pensiero critico perché tutto sarebbe diventato relativo e avrebbe preso la sua giusta dimensione se analizzato attraverso una prospettiva tutta loro, che era necessario abbattere i granitici muri perimetrali di un gruppo e trovare la forza dell’essere un singolo per mettere alla prova le nostre capacità di analisi, e che  solo facendolo davvero avrebbero capito che l’unico modo per difendere la propria vita su Facebook semmai era semplicemente quella di non manifestarla affatto.

L’uomo che non ha condiviso il post per difendere la sua privacy su Facebook non era forse manco un uomo. E se quest’uomo fosse in realtà una donna che è arrivata a mettere in serio dubbio perfino il suo genere a furia di leggere di gente capace di mettere in discussione che il sole sia davvero una stella, chi mai avrebbe il coraggio di biasimarla?

Liberi professionisti e trentenni ecco i fantasmi che nessuno vuole vedere

Ci vuole stomaco prima ancora che capacità, per essere un giovane libero professionista in Italia.

Stomaco per sopportare le immagini di quei dipendenti statali di Sanremo, ma anche di coloro che siamo abituati ad osservare quotidianamente a casa nostra, quando la fila all’inps, alle poste ecc…

Ci vuole stomaco quando l’ennesima campagna della CGIL punta il dito contro il governo per via di un “umiliante” aumento in busta paga di 5 euro in favore dei lavoratori del pubblico impiego. Come se questa insopportabile umiliazione non venga attutita da una solida retribuzione mensile.

Ci vuole stomaco per trattenere la voglia di ergersi su un qualsiasi pulpito metropolitano e avere il coraggio di urlare “io te la potrei insegnare l’umiliazione”

Ci vuole stomaco e una buona dose di bile allenata per sopportare tutti quei professori che si definiscono “deportati” perché obbligati ad accettare una cattedra lontani dalla propria famiglia.

Attenzione, non che ogni cittadino non sia libero di pretendere il meglio per la sua occupazione e per la sua vita, ma da un punto di vista squisitamente e autenticamente precario, sono ragioni difficilmente assimilabili. Se non si ha stomaco è inteso.

E il punto di vista squisitamente e autenticamente precario è quello dei nuovi liberi professionisti.

Liberi ben poco, giacchè molti di questi svolgono regolarmente un lavoro subordinato sotto mentite spoglie di professionisti con partita iva.Liberi forse, di aver scelto la libera professione perché in questo mondo del lavoro star fermi ad attendere l’occasione giusta in assenza di un buon “patrimonio” genetico è pura illusione. Professionisti del forse, dell’aspetta il prossimo mese e poi ancora un altro e un altro ancora. Professionisti nel nascondere l’influenza,  la stanchezza, una gravidanza.I nostri sogni.

Liberi professionisti dicono, e che libertà c’è nel farsi andare bene una condizione disumana in cui la parola “lordo” è quella crudele costante che appare ogni qualvolta si chiude un incasso, alla fine del mese.Lordo è quel guastafeste che ti ricorda che metà di ciò che ora hai non è tuo. E spesso è la metà di 400, di 500 di 1000 quando va bene un mese.E può essere la metà di gratis quando va male.Perchè anche gratis per noi è un lavoro.

Siamo gli inaffidabili per il più generoso istituto bancario ”Non concediamo un prestito a chi ha la partita iva” manco portassimo in dote un virus letale. E un mutuo? Lasciamo perdere. Quelle stesse banche che ci suggerisocno sommessamente di investire i nostri quattro soldi in una pensione integrativa perché tanto lo sai che una pensione tutta tua tra 30 anni te la puoi solo sognare. E devi scegliere se la tua vita è oggi o quando andrai in pensione. Siamo si liberi, quando scegliamo che una famiglia può aspettare finché non arriverà quel momento in cui saremo noi ad aspettarne una che non arriverà mai.

Siamo quelli che le preoccupazioni le abbiamo stampate in faccia e le scadenze, le bollette, l’affitto. Sono i solchi sotto agli occhi che dovrebbero comparire a 50 anni e che invece invecchiano anche le nostre speranze.

Siamo quelli che i governi dimenticano perchè prima gli statali…, che i sindacai dimenticano perché prima i contratti a tempo indeterminato…

Siamo il fardello che qualcuno tra 20 anni dovrà sostenere perché altrimenti saremo milioni di fantasmi soli.

Condizione che oggi possiamo ancora affrontare dignitosamente ma che un domani non avremmo neppure la forza di accettare.

Perché non si diventa grandi con i se ma con i nonostante e noi questo lo abbiamo imparato.

Resta solo da capire quanti ce ne piazzeranno ancora sulla nostra strada o quali di questi nonostante qualcuno avrà il buon gusto di azzerare, un giorno o l’altro.

Discriminazione di genere sul lavoro: Il sessismo ci costa circa 280 miliardi di euro annui

Avete presente la frase “questo è un lavoro da uomini” alla quale noi per un lungo periodo della nostra storia abbiamo abboccato? Ecco, dietro a frasi di questo tipo si cela quella piaga culturale che identifichiamo come discriminazione di genere sul lavoro.

Non esiste un’occupazione adatta ad un genere sessuale, esiste quello che meglio si addice alle inclinazioni e alle predisposizioni fisiche e intellettive di ogni potenziale lavoratore o lavoratrice. Ma pare che in Italia come nel resto del mondo, il discorso sia un po’ più complesso giacché l’accesso delle Donne a determinate professioni è ostacolato da desueti cliché così largamente condivisi da aver superato anche le normative vigenti in materia. Conv(i)enzioni di cui dovremmo presto liberarci se lo sviluppo di un’Italia ancora piegata dalla crisi, ci sta a cuore sul serio.

Per dare la misura di quanto da noi, l’argomento viaggi ancora su una strada tortuosa basta ricordare che il nostro paese è stato l’ultimo della Nato a consentire nel “recente” 1999 l’ingresso delle donne all’interno di tutte le forze armate, le quali però ancora oggi non possono avere accesso a reparti particolari come i battaglioni mobili. Possiamo anche evitare di scomodare il mondo militare e analizzare il numero di operai donna, per scoprire che queste attualmente ricoprono solo una piccolissima fetta nelle grosse aziende produttrici. In Fiat ad esempio solo il 18% del personale impiegato alle macchine è donna.

Il discorso cambia notevolmente se spostiamo l’attenzione verso quelle professioni impropriamente definite “da donne”  (del mondo dell’estetica, delle arti ecc…) che altresì hanno registrato un veloce cambio di rotta con l’accesso e la realizzazione di molti professionisti uomini del settore.

Se solo avessimo il coraggio di frenare l‘inarginabile tzunami culturale che incentiva dal basso, la netta distinzione tra lavori da uomo e quelli da donne, il nostro prodotto interno lordo crescerebbe notevolmente e questo agevolerebbe l’uscita dalla stagnazione economica attuale.

Christine Lagarde, una delle donne più potenti del mondo e alla guida del Fondo monetario internazionale, a febbraio scorso usò dei termini perentori quando disse che “C’è una cospirazione in atto contro le donne”. Affermazione supportata proprio da uno ricerca del FMI sui danni del sessiamo, “In più di 40 nazioni, tra cui molte ricche e avanzate, si perde più del 15% della ricchezza potenziale, per effetto delle discriminazioni contro le donne” si legge nello studio. Nel dettaglio, America si perde il 5% di Pil , in Giappone il  9%, punte altissime in Egitto con un fermo 34%. L’Italia in questa classifica ricopre la fascia alta, quella dei paesi più arretrati in materia, che pur di preferire pratiche sessiste rinuncia al 15% del Pil potenziale che non viene per questo realizzato. Piccola, triste e misera curiosità: la ricerca della FMI mette in evidenza che molta della ricchezza che l’America non produce deriva proprio dalla discriminazione contro le Donne italiane.

Ma non sono solo i lavori per così dire manuali quelli meno accessibili alle donne, nel campo delle scienze ad esempio non ci sono tante donne quante potrebbero essercene se le regole di accesso a queste professioni fossero livellate,cioè uguali per tutti. Novemila miliardi di dollari all’anno, è il PIL che il mondo non ha prodotto a causa della difficoltà di buona parte delle donne ad assecondare le proprie inclinazioni professionali.In Italia la perdita è di circa 280 miliardi di euro.

Ricordiamo che Il principio di parità in Italia prevede il divieto di discriminazione tra i due sessi nell’accesso all’occupazione, per cui non esiste lavoro che una donna non sia legittimata a fare. Nonostante ciò il sessismo continua ad avere la strada spianata e talvolta arriva a superare indisturbato la normativa vigente a causa di stereotipi ancora più forti della giustizia.

Assestare colpi mortali alla discriminazione di genere tramite politiche di sostegno al lavoro e opere sensibilizzazione a tutto campo, è la strada che donne e uomini insieme devono costruire per debellare il dramma della crisi. Ameno ché non ci sia ancora qualche illuso che pensa che il sessismo nel nostro paese sia solo un problema di donne e cosa ancora peggiore, da donne.

Tra parentesi (Le #DonneComuni di Intimissimi esattamente, cosa ci vogliono comunicare?)

Le pubblicità di intimo femminile ci hanno abituate da tempo a immagini di donne meravigliose dotate di raro sex appeal e di una bellezza mozzafiato, a quelle portatrici sane di un capitale erotico così manifesto da indurci quasi a dubitare che il messaggio pubblicitario sia rivolto a noi Donne. Tutto nella norma  tuttavia, nel mondo delle pubblicità lo sappiamo bene le donne sono ipersessualizzate o sante in terra, ci abbiamo per così dire fatto il callo, come a dire <<contenti loro…>> che ci vogliamo fare.

Il noto marchio Intimissimi però con il progetto #ImAStory nato con lo scopo di mandare in onda spot dove le protagoniste sono  “donne comuni” è andato decisamente oltre, generando a mio avviso un vero e proprio pastrocchio comunicativo.

Le protagoniste scelte a detta dell’azienda, non sono modelle professioniste; abbiamo la designer, la ballerina, la studentessa, la personal trainer, l’imprenditrice, la floral designer, l’attrice e la cantautrice.Potrebberlo esserlo però giacchè da un punto di visto meramente estetico tra queste “donne comuni” e le testimonial storiche del medesimo marchio non c’è alcuna differenza.E’ vero la bellezza si trova ovunque e spesso è anche notevole ma ciò che mi fa dubitare della buona fede di intimissimi è quel messaggio non messaggio che vorrebbe inviare alle possibili acquirenti:

“Anche le donne comuni sono belle” Capirai che novità.

“Le donne comuni sono donne di successo se sono belle” Sarebbe il colmo.

“Il nostro intimo è perfetto per tutte le donne comuni a patto che rispettino i canoni della bellezza da passerella” Ma anche no.

E allora? Se lo scopo  è quello di mandare in onda un modello di donna più rassicurante e decisamente più vicino all’immagine reale delle donne allora gli addetti alla comunicazione di intimissimi hanno fatto proprio un bel buco nell’acqua con triplo carpiato e panciata annessa. Quel tripudio di ammiccamenti, quell’autocelebrazione dell’armoniosità delle proprie forme, quell’ostentazione di un lavoro così glamour è quanto di più lontano possa esistere dalla realtà.

Vogliamo parlare di donne comuni? Bene rendeteci glamour l’intimo spagliato, quello  di “accidenti ho scordato di fare la lavatrice”, del reggiseno nero e le mutande a fiori o degli slip in pizzo e il top sportivo per capirci meglio, rendeteci meravigliosamente bella una prima o una settima, diteci che sono straordinarie  le mutande del ciclo, che trasudino di glamour la giovane studentessa piegata a studiare con il pigiama di flanella, le precarie che si accontentato del pacco di slip 3 x2, le neomamme con i capezzoli che goggiolano latte h24, le pancere ma quelle vere però, rendeteci credibili prima ancora che belli i reggiseni a fascia senza spalline, i collant che ci tagliano la vita, trasformate nella quintessenza del fashion una bella settantenne nel suo intimo preformato.

Se di donne comuni dobbiamo parlare allora che donne comuni siano. Donne che quando lavorano non lo fanno in due pezzi o con la necessità di apparire sensuali a costo della vita. Tutto il resto è fuffa. Tutto il resto è quello che è sempre stato, donne fortunate che potrebbero indossare anche cineserie da due soldi sulle quali nessuna ha mai avuto nulla da ridire e che per professione fanno le modelle.

Diversamente è il caos: se non siamo tutte modelle e non siamo neppure “donne comuni” allora noi, che caspiterina siamo?

Femminicidio, L’Assassino medio è Italiano e del Nord, l’importanza di un osservatorio nazionale che non c’è

Ho tentato di mettere insieme i volti e le storie delle donne che nel 2015 sono state vittime di femminicidio in Italia.Non ci sono riuscita, non è facile trovare un resoconto dettagliato e verificato delle vittime che ci permetta di analizzare concretamente il fenomeno.Il motivo è che a differenza di altri paesi,  in Italia non esiste un osservatorio nazionale sul femminicidio.Ci si addentra quindi in diverse analisi provenienti da siti più o meno autorevoli spesso poco aggiornati ma che non danno accesso all’ufficialità delle informazioni.

A cosa serve un osservatorio ufficiale sul femminicidio? Per definizione serve ad osservare il dramma e i suoi cambiamenti nel corso degli anni e a permettere a tutti di accedere ai dati ufficiali per comprendere le dimensioni del problema.Non solo, personalmente credo sia utile anche per abbattere alcuni stereotipi magistralmente confezionati per creare mostri utili solo ad acuire l’odio nei confronti dei cittadini stranieri. Secondo l’ultimo dossier della Casa delle Donne la maggior parte dei delitti avvenuti nel 2012 si sono svolti nel nord, il 31% delle vittime di violenze domestiche erano straniere e di nazionalità italiana il 73% degli assassini. Italiani i mariti i fidanzati i figli, addirittura padri che hanno ritenuto che mettere fine alla vita di una Donna non fosse poi un’idea così malvagia. Gli assassini sono poveri o ricchi, non hanno un lavoro o ricoprono ruoli di prestigio, hanno età differenti, fanno parte di generazioni e culture apparentemente agli antipodi.Gli assassini delle donne in Italia sono cosa nostra ma pochi hanno accesso a questo dato.

Già nell’agosto del 2012, il CEDAW (Comitato per l’implementazione della Convenzione per l’eliminazione di ogni discriminazione sulle donne), ha dimostrato nei confronti dell’Italia forti preoccupazioni, tra le molte cose per l’assoluta mancanza  di un rilevamento ufficiale dei dati sul fenomeno  e al contrario, per il persistere di tendenze socio-culturali che minimizzano o giustificano la violenza domestica. Ad oggi l’Italia dimostra sull’argomento ancora un deficit rispetto agli standard e agli impegni internazionali.

Basta considerare che nonostante l’ultima squadra di governo sia composta per la prima volta dal 50% di ministri donna, il ministero per le pari opportunità è stato completamente cancellato. Come se le politiche di genere e i diritti civili siano un argomento di serie B (perchè non scordiamoci che le pari opportunità interessano tutti  compresa tutta la comunità Lgbt). Un osservatorio nazionale sul femminicidio ci consentirebbe inoltre di abbattere i granitici muri culturali che vorrebbero le violenze domestiche in determinate zone del paese, come una consuetudine inarginabile. Un’indagine condotta dall’Eurobarometro nel 2010 ha evidenziato che il 91% delle donne italiane pensa che l’abuso in famiglia sia molto comune nel Paese ma che non ci sia nulla da fare.

La violenza maschile sulle donne tuttavia non è una questione privata ma politica, una violenza che è espressione del potere dominante degli uomini nei confronti delle donne, di cui il femminicidio è l’estrema conseguenza.

Un osservatorio nazionale sul femminicidio garantirebbe un’attenzione non più discontinua sull’argomento, che oggi si palesa esclusivamente in occasione dell’ampia risonanza che i media concedono ai delitti più efferati.

In rete si può trovare una pagina web che contiene dati non ufficiali sul femminicidio gestita da un utente privato, secondo questa, a partire dal 1 gennaio del 2015 sarebbero già morte 114 Donne e si stima che entro la fine dell’anno saranno 147.Viene uccisa una donna ogni 60 ore.Nemmeno fosse un’epidemia.

L’urgenza di provvedere immediatamente ad una rilevazione dei dati sistematica in materia di violenza sulle donne, è al momento da privilegiare affinché le donne uccise nel nostro paese non diventino un giorno così tante da non poterle più nemmeno ricordare.

Alcuni dei volti delle Donne uccise nel 2015:

femminicido51Giustina femminicidioVINCENZA AVINO3 femminicidio10ANTONIETTA DE SANTIS femminicidioGIORDANA DE STEFANO20anni femminicidioCARMELA MAUTONE femminicidioANNA CARLUCCI4 femminicidioCEZARA MUSTEATA7 femminicidioANNA CARLUCCI4 femminicidio9RITA PAOLA MARZO femminicidio8LAURA SIMONETTI femminicidio6Natalina Badini femminicidio5OMAYMA BENGHALOUM femminicidio54AURORA MARINO femminicidio53ANNAMARIA CAPUANO femminicidio52ELIGIA ARDITA femminicidio49DENISE GEORGIANA femminicidio47LETIZIA CONSOLI femminicidio46MAGDA VALCELIAN femminicidio45ANTONIA CIRASOLA femminicidio43VITTORIA BERTOLI femminicidio42ERSILIA CAPOLUONGO femminicidio41LAURA ARCALENI femminicidio40DANIELA MARCHI femminicidio39ADLIANA PICARI femminicidio38CARMELA MORLINO femminicidio37ANGELA MURA femminicidio36MARCELLA CARUSO femminicidio35MARIA PAOLA TRIPPI femminicidio33ALESSIA GALLO femminicidio32NORMA RAMIREZ femminicidio10ANTONIETTA DE SANTIS femminicidio10DEBORAH DE VIVO femminicidio11JOI CAPPELLI femminicidio12MARIA LUISA FASSI femminicidio11LIVIA BARBATO femminicidio17Sara El Omri femminicidio18Loredana Colucci femminicidio19IRENE TABARRONI femminicidio21ANTONIA D'AMICO femminicidio29GLORIA TREMATERRA femminicidio23STEFANIA ARDIfemminicidio20FRANCESCA MARCHI femminicidio16AMELIA CASTAGNOTTO femminicidio25FIORELLA MAUGERI femminicidio26CARMEN TASSINARIfemminicidioPATRIZIA SCHETTINI femminicidioIRENE FOCARDI femminicidio24CONSUELO MOLESE femminicidio27TEODORA CATAUTAfemminicidio14ISABELLA BAGNAI