Lezioni di grammatica eroicomiche de Il Prof: se dici pultroppo e non sei asiatico c’è un problema

Scritto da: Il Prof

Non ci potevo credere finché non me lo sono trovato piazzato di fronte. Fiero, prepotente sicuro e sfacciato, un pultroppo mi aveva sputato in un occhio.

Ok, tecnicamente una parola non ha il potere di espellere con forza dalla bocca un getto di saliva, la mia, ca va sans dire è un’allegoria che tuttavia rende molto bene l’idea di qualcosa che irrompe improvvisa e che nel contempo ti provoca fastidio senza darti modo di elaborare un ragionamento in grado di giustificarlo. Lo sputo questo fa e lo si disprezza, si respinge con sdegno ostentato esattamente come un pultroppo.

E’ andata pressappoco in questo modo: la figlia di un’amica, che se non ricordo male ha appena terminato gli studi accademici in ingegneria biomedica, avrebbe dovuto partecipare alla presentazione del libro di un mio collega per il quale avevo organizzato praticamente tutto finanche i rapporti con la stampa locale, la ragazza resasi evidentemente conto di non potervi partecipare a causa di impegni improrogabili, durante la telefonata tesa ad informarmi di ciò, mi disse calma e scanzonata:

<<Prof non potrò venire alla presentazione del libro pultroppo ho altri impegni>>

Quel pultroppo quindi altro non era se non un classico Hemachatus haemachatus -il serpente sputatore del Sudafrica- ben noto per la sua capacità di sputare veleno in situazioni di pericolo.

“Ma di quale pericolo parli?” vi chiederete, ebbene se non ci fossero persone in grado di provare un sincero terrore per la presentazione di un libro o per la sola idea di questa, non starei scrivendo di grammatica per adulti, non trovate?

Purtroppo è un avverbio il cui significato è: malauguratamente, sfortunatamente, sventuratamente.

Si scrive e si dice Purtroppo e nasce dall’annessione di due parole italiane “pure” e “troppo”, basterebbe quindi dare dignità a questo elementare ragionamento per avere la garanzia di non sbagliare: la parola pule in Italiano non esiste, sussiste altresì  pure, pertanto è corretto scrivere “purtroppo”.

Ricordatevi di impiegare questa parola con giudiziosa parsimonia ; purtroppo esprime un semplice dispiacere e il “mercato” della lingua Italiana offre valide alternative da utilizzare per rendere meglio l’idea di qualcosa che va oltre un banale rammarico.

Alla figlia della mia amica, nel correggerla del suo errore non le ho detto “purtroppo cara, capita di sbagliare” bensì “disgraziatamente cara, capita di sbagliare”.

“Disgraziatamente” specie in questi contesti, trovo sia una parola così sottovalutata…

 

Cordialità

Il Prof

In copertina “La camera d’ascolto” o “La chambre d’écoute”( 1958, olio su tela, 38×46 cm) di R. Magritte “L’amore dell’ignoto equivale all’amore della banalità: conoscere e pervenire a una conoscenza banale; agire è cercare la banalità dei sentimenti e delle sensazioni. Nessuna associazione di cose rivela mai che cosa possa riunire tali cose diverse: nessuna cosa rivela mai che cosa può farla apparire allo spirito. La banalità comune a tutte le cose è il mistero.”

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Zitella…Ops: Uno spettro dal passato

Di: Ilaria Le

Ormai vicina, ma ancora a distanza di sicurezza, dagli anta, ufficialmente single e senza prole, superate con scioltezza le domande di rito e le relative risposte sbigottite:

Non sei sposata!? E non hai figli?!”,

Affrontata la fase dello sguardo incuriosito e diffidente del

cosa avrà che non va…ha studiato, ha un lavoro, non è un cesso … ,

catalogata nella classificazione

specie strana”,

Pensavo di essere scivolata nella zona di indifferenza del paesano medio e di poter lavorare serenamente… per quanto consapevole che la mia prontezza e le mie risposte brusche siano sempre e necessariamente attribuite allo status single. Sempre e solo!

Voi anche lo pensate… eppure non è così: Sbagliate, sbagliamo!

Ecco…la rivelazione, direi messianica; la ebbi di fronte al pronunciamento di una innocua parola e alle reazioni di shock e di imbarazzo che seguirono.Una parola per smascherare la misera realtà…una parola arcaica, uno spettro che torna dal passato… tataààà: ZitellA.

Una parola pronunciata in mia presenza e via: scuse a catena … “Scusa di che??? Non ho capito”… Incredula di fronte a cotanta rivelazione, mi barcamenavo nelle infauste tenebre mentali.

Cioè, vi è mai capitato di raccontare un aneddoto e pronunciare il termine calvo davanti ad una persona stempiata?…certo che è capitato, ma vi è mai venuto in mente di chiedere scusa??? NO certamente …

Ed invece questo accadde con la parola ZitellA davanti alla ZitellA …  Vi guardate allo specchio e non vi convincete, bhe neanche io.  Pensate che non vi machi niente, avete i pezzi a posto (controllate!): ebbene lo pensate solo voi. Chiunque tu sia e qualunque cosa faccia, resterai ZitellA e giammai single….

Ilaria

 

 

 

Signorina, a chi ?

Ci sono arrivata da poco ma da certe verità non puoi prescindere giunge il momento in cui ti trovi a faccia a faccia con loro e sai bene che la sfida che ti lanceranno sancirà una sconfitta solo tua, sono quel genere di verità che battono le carte e che avranno sempre l’ultima parola. Una di queste è tutta dentro il significato dell’appellativo di Signora che sentiamo come “appioppatoci” intorno ai 30 anni di età (anno più anno meno) che irrompe improvviso nella nostra vita come una tegola in testa e come se magicamente prendesse vita, si piazza di fronte a noi , ci schiaffeggia e ci dice franca e spavalda <<Si bella hai capito bene, stai invecchiando>>.

E questa tegola ha la forma dell’adolescente su un mezzo pubblico “Mi scusi Signora è occupato?” del salumiere “Signora altro?” del tipo in fila davanti a te alla cassa del supermercato “Signora vuole passare per prima?”.

Una tegola fetente, sulla quale nel momento successivo in cui pronuncia quel –SI-GNO-RA-, concentriamo tutte le nostre insicurezze, paure, incazzature: <<scusami ragazzino, quanti anni pensi che ci togliamo ?>> ; <<Ma con che faccia… lei potrebbe essermi padre >><< Signora a me? Ma come si permette si faccia la fila sua>> lo abbiamo pensato, lo abbiamo detto veramente, lo abbiamo perfino urlato, manifestato, sospirato ed è successo a tutte.

Questa cosa del Signora rispetta spesso un’escalation che prevede regole ben precise: prima viene il trauma, poi la paura di aver perso l’aspetto della ragazza spensierata a cui siamo tutte affezionate, ecco poi le rassicurazioni degli amici –ma dai dopo i 18 anni per gentilezza siete tutte signore-poi la presa di coscienza –eh ma a 20 anni nessuno mi ha mai chiamato signora- poi la rassegnazione e infine la scoperta della meravigliosa fortuna di esserlo davvero una Signora. Si! Ho scritto “fortuna” e spiegherò in breve perché ho voluto osare tanto (avevate capito che fin qui era una premessa no?).

Signore lo siamo sempre state c’è poco da fare, ma cosa ancora più importante Signora non è non più giovane, è altresì un dato di fatto, è ciò che sarebbe dovuto essere e che è sempre stato, siamo noi che ci guardiamo allo specchio e l’immagine che ci rimanda ci dice “complimenti sei una Donna” e tant’è. Signora è la migliore versione di noi stesse. E siamo Signore a 18 come a 100 anni.

Signora è quel romantico Madonna senza temere di incappare in paragoni audaci, che letteralmente è Signora mia antico appellativo con il quale si dimostrava rispetto nei confronti della Donna e lo splendido contributo di Giacomo da Lentini con la citazione <<Madonna, dir vi voglio como l’amor m’à priso>> basta e avanza per spiegarne la magia. Signora badate bene. Non signorina.

Termine, quel signorina che se proprio dobbiamo dirla tutta è desueto e perfino illegale, poiché decaduto per legge approvata in parlamento nel 1990, secondo questa le donne, al compimento del diciottesimo anno d’età sono tutte indistintamente Signore. Signorina è un termine quasi sessista, anzi lo è di certo. E’ una carogna che vuole sancire una divisione tra donne presumibilmente single e donne verosimilmente impegnate, squisitamente legata all’età. Rimanda le donne ad una loro supposta e diversa condizione sociale: quella di donne maritate (come si diceva un tempo, cioè appartenenti al marito)e di donne da maritare.

Attualmente è uno dei  più granitici refusi storici, un avanzo di un’epoca in cui le donne erano considerate così piccole da non poter far nulla senza il consenso del padre, del fratello e del fidanzato. Quante volte ci hanno rivolto l’odiosa domanda “Signora o signorina ?” per non apparire ne’ troppo indelicati ne’ troppo audaci. Ebbene ora sappiamo che sull’argomento non dovremmo avere più dubbi signorina anche basta, confonde le idee, ci costringe, ci svilisce anche.

Succede quando viene utilizzato come termine di confronto per rilevare caratteristiche fisiche o psichiche ritenute tipiche del sesso femminile: questo non è uno lavoro per signorine!

Capita quando sottende la probabilità che la nostra interlocutrice sia libera da impegni coniugali. Signorina è un posto libero a teatro, un tavolo sgombro al ristorante, una fila di poltrone al cinema.

Siamo Signore per la miseria. E riflettiamoci perché mentre ci disperiamo davanti  alla mazzata di un “Signora” o proviamo gratificazione grazie a quel signorina pensiamo che nessuno si sognerebbe mai di chiamare un uomo signorino. Un uomo di contro, è sempre signore, che sia sposato oppure no.

“Vi supplico, bombardateci!” la preghiera delle schiave Yazidi e gli stupri di guerra di oggi e di ieri

Due giorni fa la trasmissione piazza pulita ha trasmesso il crudo reportage del giornalista Corrado Formigli sulla riconquista da parte dei Curdi di Sinjar. Tra le altre cose è stata testimoniata la mattanza dei Yazidi, una minoranza religiosa le cui donne, adolescenti e bambine sono state ridotte in schiavitù sessuale dallo stato islamico nel nord dell’Iraq.

Esiste un posto nel mondo oggi, in cui donne e bambine vengono stuprate e torturate quotidianamente fino a trenta volte al giorno e più dalla ferocia Jihadista. E vale la pena ricordarlo oggi che la bestialità disumana ha preso i contorni di una certezza così ingombrante e terrificante che non conosce confini invalicabili e ci costringe in un angolo, impietriti. Vale la pena ricordalo oggi, in questi tempi bui che ci ricordano che sono ancora le donne le principali vittime di violenza in tempo di pace così come in tempo di guerra.

Sono in migliaia le donne Yazidi tenute prigioniere violentate e torturate, vendute come spose ancora bambine a uomini adulti. Un incubo dalle dimensioni inimmaginabili dal quale la maggior parte di loro sanno già di non poter uscire vive e che le conduce a guardare alla morte come alla più splendente delle  speranze.

Amnesty International aveva già presentato esattamente un anno fa un rapporto al riguardo  “Fuga dall’Inferno”  che raccoglie le testimonianze di 40 donne che sono riuscite a fuggire da quella barbarie a firma Isis. E ci parlano di suicidi, tanti e di terrore come unica e reale costante.

Sono stata stuprata 30 volte e siamo nemmeno a metà giornata. Non riesco neppure ad andare in bagno. Vi supplico bombardateci!” si legge invece nel drammatico articolo pieno anche questo di dichiarazioni delle prigioniere dello stato islamico, scritto da Nina Shea direttrice del dipartimento per le libertà religiose dell’istituto di Houdson (USA).

Parole che sembrano uscire da epoche così remote da renderci difficile financo una collocazione temporale e che invece sono qui, accanto a noi e ci urlano di essere ascoltate.

Ma non facciamo l’errore di pensare che questo abominio sia ascrivibile entro confini che non riguardano l’occidente, commetteremo un reato nei confronti della nostra storia che ci racconta di  vittime e di carnefici che hanno convissuto sotto lo stesso e rassicurante cielo occidentale.

Storie che ci insegnano che non esiste guerra che tra i più atroci “effetti collaterali” non contempli lo stupro su donne costrette in schiavitù. E non importa che si sia consumata in Africa o in Europa, in oriente o in occidente. Parliamo del conflitto in Afghanistan, in Congo in Vietnam ma anche della prima e della seconda guerra mondiale. In Giappone per dirne una, le donne venivano definite comfort woman, termine che lascia ben poco all’immaginazione come pure all’onorabilità dell’essere umano.

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comfort women

Al termine dei conflitti mondiali sono state centinaia le denunce da parte di donne e bambini europei costretti a concedersi sessualmente. Nonostante oggi sia descritto dalle convenzioni di Ginevra come crimine contro l’umanità la strada per il riconoscimento dello stupro di guerra come ad un delitto è stata disseminata da più di qualche incaglio (im)morale.

Le donne e più in generale le fasce deboli della popolazione erano declassate come il bottino di guerra, avevano quindi il dovere di prestarsi a questa macabra consuetudine. Dovevano rappresentare la ricompensa per coloro che avevano fatto valere i propri sacrifici sul campo quello stesso campo di guerra in cui anche le donne erano chiamate a fare la loro parte per ripagare i soldati del loro coraggio. La voglia di dare una misura ad una sedicente quanto misera mascolinità infine faceva il resto. Mi chiedo se esiste al mondo una “tradizione” più perversa di questa.

E la guerra badate bene altro non è se non la sintesi delle peggiori atrocità di cui l’uomo è sempre stato artefice. La guerra questo fa, suddivide l’umanità in vinti e vincitori che convivono in quell’arena entro la quale il dominio del più forte ha perfino il potere di sottomettere la dignità. La guerra che pur avendo il potere di cambiare tutto – dall’assetto politico dei paesi, dei governi, dei confini- ci ha dimostrato tuttavia di non poter cambiare l’aspetto più importante di tutti, gli uomini. Gli uomini alla fine di una guerra sono sempre gli stessi.

Pretendere che i musulmani prendano le distanze dai terroristi è il più grande regalo che possiamo fare ai terroristi

In questi minuti scopriamo che i fischi allo stadio di Istanbul nel minuto di silenzio in ricordo della strage di Parigi che ha preceduto la partita amichevole tra Turchia e Grecia non volevano mancare di rispetto alla vittime, c’è chi parla dei cori nazionalistici mossi dalla pretese di ricordare anche i morti del terrorismo del Pkk e chi crede siano stati rivolti verso pochi imbecilli che volevano solo creare disordine.Nulla a che vedere con simpatizzanti dello stato islamico dunque.

Così come pare che la notizia diffusa oggi  e diventata virale, riguardante l’uscita dalla classe da parte di tre studentesse di Varese di religione musulmana (sembra invece fossero tutte di religioni diverse) durante il minuto di silenzio per ricordare la vittime parigine non fosse da attribuirsi ad una presa di distanza nei confronti di queste e che le ragazze non siano affatto vicine ai terroristi dell’Isis ma, come scrive il quotidiano la Prealpina il loro gesto era funzionale a dimostrare il loro personale sdegno “nei confronti del  trattamento diverso riservato alle vittime di Parigi rispetto a quelle delle numerose stragi in giro per il mondo” <<Siamo usciti dall’aula perché non abbiamo capito come mai si deve esprimere solidarietà solo alle vittime di Parigi e non a quelli che muoiono in tutti gli attentati in altre parti del mondo>>. Questo è quanto! Possiamo definire la piccola protesta delle studentesse come una decisione discutibile, triste e di cattivo gusto o possiamo condividerla, del resto quanti di noi fedeli osservanti del culto cattolico o laici, all’indomani dall’attentato di Parigi abbiamo ritenuto di dover ricordare vittime di stermini risalenti finanche a mesi prima.

Io per inciso non condivido il gesto delle studentesse ma non è questo il punto. Il punto ormai lapalissiano è che la forza del terrorista è direttamente proporzionale a quella della nostra intolleranza nei confronti del mondo musulmano (con la compiacenza di organi di informazione che spesso dimenticano il servizio che devono ai cittadini in favore di click facili facili). Intolleranza non per forza di salviniana accezione quanto quella ancora più subdola del “non tutti i musulmani sono terroristi però…”.

Però devono dimostrare, devono dissociarsi, devono.

Sarebbe bello comninciare ad esempio con lo smettere di utilizzare definizioni come “comunità islamiche” quando parliamo dei musulmani residente in uno stato laico. Questo modo di ascrivere in una determinata categoria un certo numero di persone nate e cresciute in Europa sulla base di un credo religioso intende di fatto ghettizzarle.

Chi frequenta una moschea o un gruppo di preghiera di fede islamica fa parte di una comunità religiosa nella stessa misura in cui ne dovrebbe far parte anche chi osserva la fede cristiana, tuttavia quando parliamo di cattolici a nessuno verrebbe mai in mente di definirli “comunità cattolica”. Lo scontro tra civiltà parte proprio quando si cede alla retorica dello scontro tra religioni, e quando si diffonde l’idea che la differenza tra una persona buona e cattiva è determinata dal proprio credo. Si promuove senza volerlo proprio il capillare lavoro del terrore a firma Is quando inciampiamo nella trappola che quella che si sta consumando sia una guerra di religione.

Quella dello stato islamico è una guerra politica. Il terrorismo in questo caso utilizza la religione per creare attorno a se consenso, e presentare a chi si sente messo all’angolo un alibi per poter difendere il proprio culto anche con la forza. Il terrorismo insinua il bisogno, che di fatto non esiste ma che viene descritto come   vitale, di sopravvivere ad un nemico religioso immaginario: la supremazia del miscredente.

Siamo dunque convinti di non essere inciampati anche noi nel trappolone del terrorismo?

Pensiamo al lavoro che l’Europa svolge per aiutare l’integrazione; si favorisce realmente il dialogo tra persone di culture differenti che condividono lo stesso territorio?

Sono davvero necessarie le richieste da parte  di rappresentanti delle istituzioni e di politici di pretendere dai musulmani una presa di distanza pubblica dal terrorismo?

No. Chiedere a un miliardo e mezzo di persone di sottolineare il proprio disgusto nei confronti di un’organizzazione criminale significa nuovamente spostare il problema su un piano religioso. Significa dare dignità e forma ad uno stato che non esiste, che non è ascrivibile entro confini geografici, di cui nessuno fa parte se non i terroristi. Ed eccolo il trappolone: suddividere la popolazione tra chi ha il dovere morale (pensanpo’) di dissociarsi e chi si sente in dovere di pretenderlo.

Il razzismo, l’islamfobia non fa altro che acuire l’odio che da parte a parte del mondo si respira dopo gli attentati terroristici a Parigi e gioca tutto a favore dello stato islamico.A noi spetta dunque il compito di scegliere che strada intraprendere, se quella di inutili battaglie di principio che vogliono mettere all’angolo un miliardo e mezzo di cittadini o metterci affianco a questa mole infinita di gente per rendere evidente la differenza, questa si tra due gruppi ben distinti: gli esseri umani e i terroristi.

 

 

 

 

 

 

Quei meravigliosi Tweet dei giovani arabi che rispondono ai simpatizzanti dell’Isis

Alla faccia dei detrattori del mondo social, ieri Facebook e Twitter hanno dato la prova che dai social network non possiamo prescindere e che se utilizzati con metodo, sono in assoluto gli alleati migliori per la circolazione istantanea di informazioni che, come per i drammatici attentati di ieri a Parigi, possono arrivare a fare la differenza tra la vita e la morte degli utenti.Basti pensare al meraviglioso hastag che molti francesi ieri hanno fatto circolare #PorteOuverte #porteaperte per veicolare la possibilità ad ospitare chiunque fosse per strada durante gli attentati e non riuscisse a tornare a casa.

Tra i molti hastag girati sul noto social ne è comparso uno in arabo   #حروق باريس    #Parigibrucia. Molti utenti giurano sia apparso per la prima volta sul profillo twitter dello stato islamico, a noi invece importa poco della paternità possiamo però dire che molti di coloro che ieri hanno gioito per il  susseguirsi degli attentati nella capitale francese, non hanno lesinato dimostrazioni di solidarietà ai terroristi pubblicando sfacciatamente sui social stati più o meno simili che, tra deliranti rivendicazioni e altrettanto irragionevoli giustificazioni fantareligiose, hanno contribuito a diffonderlo.

E’ stato facile quindi utilizzarlo per “spiare”su Twitter  le interazioni tra chi vive o proviene dai paesi arabi e che ieri notte come la quasi totalità degli utenti ha discusso degli attentati. Purtroppo il nostro unico supporto è stato il traduttore automatico del Browser che riconosciamo sia quanto di meno dignitoso  e funzionale possa esistere al riguardo, tuttavia nonostante la chiara impossibilità a renderci una traduzione fedele dei 140 caratteri, ci ha aiutato a  comprendere in pieno il senso di quei Tweet. E abbiamo capito che quei caratteri così complicati da decifrare urlavano  sdegno,  vergona,  condanna, nei confronti di quei fanatici dell’Is che più di uno ha definito “traditori dell’Islam” .

E’ stato toccante notare la forza e il coraggio di centinaia di giovani arabi che armati di hastag rispondevano colpo su colpo al fanatismo social “Voi non siete musulmani siete animali” “L’islam è innocente” “Noi vogliamo la pace” “mi vergogno per voi”. Ennesima conferma, qualora ce ne fosse ancora bisogno dell’assoluta presa di distanza da parte di più di un miliardo e mezzo di Musulmani che non riconoscono la propria religione nel sangue degli innocenti che l’Isis non solo in Occidente sta decimando.

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#NotInMyname continuano a chiarire i giovani musulmani.Che nessuno utilizzi il nome del loro Dio per diffondere l’odio.

Perché è questo ciò che lo stato islamico sta tentando di fare: dividere il mondo in fedeli e miscredenti, tra chi merita di vivere e chi di morire nel più atroce dei modi.

Loro vogliono farci odiare e invece dobbiamo dimostrare che possiamo amarci di più.

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Lo strano caso dell’uomo che non ha condiviso il post per difendere la sua privacy su Facebook

L’uomo che non ha condiviso il post per difendere la sua privacy su Facebook soffre di una strana condizione umana: un misto patologico  tra la sindrome di Tourette che gli fa dire cose inappropriate senza badare all’opportunità del momento e una sorta di disturbo Borderline all’inverso, generato perlopiù dalla scarsa tolleranza verso il prossimo.

L’uomo che non ha condiviso il post per difendere la sua privacy su Facebook si è ammalato da quando molti suoi amici invece hanno cominciato a condividere il post per difendere la loro privacy su Facebook.

Inizialmente l’aveva presa bene, per lui era diventato un impegno culturale quello di spiegare ai suoi amici che un post per difendere la loro privacy su Facebook era utile quanto credere che versare acqua santa su un serial killer l’avrebbe fatto redimere. Per lui esistevano bufale online di serie A, quindi meritevoli di censura severa e bufale di serie B per le quali poteva lasciar andare.

Ma quella del post per difendere la privacy su Facebook, era decisamente una bufala di serie A. L’uomo non poteva sopportare di leggere nello stesso post parole come avvocati, guardia di finanza, statuto di Roma e tacito assenso distribuite un po’ più che “alla cazzum”, rivolte ad un non meglio specificato signor Facebook manco fosse un entità incorporea, e fare finta di niente. Non gli era mai capitata un’intolleranza così notevole verso altre catene prima di quel momento ma mai prima d’allora aveva letto sì tanta mole di immondizia sotto mentite spoglie di presuntuosa accademica saccenza “se non pubblichi permetterai l’uso delle tue informazioni per tacito assenso…” – ma io ti mando a quel paese per dichiarato dissenso, capra- non faceva altro che pensare.E dopo la ventesima, circa, devastante visione del post per difendere la privacy su Facebook ogni qualvolta gli succedeva di leggere quelle parole sulla bacheca di qualcuno, si avventava come uno tsunami sullo sprovveduto di turno senza risparmiare nessuno da giudizi al vetriolo spesso davvero eccessivi. Arrivava finanche a dire che neppure il più sfigato tra gli hacker avrebbe mai attinto dalle loro informazioni e usarle per scopi illeciti, che le foto dei figli erano adorabili solo per loro, che la pancia al mare stesa sul lettino non sarebbe potuta diventare porno neppure per il feticista più audace, che le foto delle lasagne e dei pranzi luculliani domenicali o delle colazioni da campioni  era divertenti quanto una giornata di grandine alla prima uscita con l’auto nuova. Che il loro lavoro, dove passavano i fine settimana, le loro uscite al supermercato, il selfie con la collega tettona, l’aperitivo al mare, purtroppo per loro, non li avrebbe rubati proprio nessuno, che avrebbe capito la loro preoccupazione se avessero pubblicato il rimedio contro il cancro o qualche altra scoperta scientifica in grado di cambiare il mondo ma che invece dovevano stare tranquilli ché tanto il bosone di Higgs ( la particella più piccola del mondo) l’avevano già scoperto nonostante qualche loro ragionamento pareva volesse ambire a mettere  in seria discussione la cosa. Che fondamentalmente avrebbero dovuto emanciparsi e subito, dall’ignoranza di massa, questa si, unica macchinazione davvero letale per l’umanità, e cercare di avere il coraggio di elevare il proprio pensiero critico perché tutto sarebbe diventato relativo e avrebbe preso la sua giusta dimensione se analizzato attraverso una prospettiva tutta loro, che era necessario abbattere i granitici muri perimetrali di un gruppo e trovare la forza dell’essere un singolo per mettere alla prova le nostre capacità di analisi, e che  solo facendolo davvero avrebbero capito che l’unico modo per difendere la propria vita su Facebook semmai era semplicemente quella di non manifestarla affatto.

L’uomo che non ha condiviso il post per difendere la sua privacy su Facebook non era forse manco un uomo. E se quest’uomo fosse in realtà una donna che è arrivata a mettere in serio dubbio perfino il suo genere a furia di leggere di gente capace di mettere in discussione che il sole sia davvero una stella, chi mai avrebbe il coraggio di biasimarla?

Discriminazione di genere sul lavoro: Il sessismo ci costa circa 280 miliardi di euro annui

Avete presente la frase “questo è un lavoro da uomini” alla quale noi per un lungo periodo della nostra storia abbiamo abboccato? Ecco, dietro a frasi di questo tipo si cela quella piaga culturale che identifichiamo come discriminazione di genere sul lavoro.

Non esiste un’occupazione adatta ad un genere sessuale, esiste quello che meglio si addice alle inclinazioni e alle predisposizioni fisiche e intellettive di ogni potenziale lavoratore o lavoratrice. Ma pare che in Italia come nel resto del mondo, il discorso sia un po’ più complesso giacché l’accesso delle Donne a determinate professioni è ostacolato da desueti cliché così largamente condivisi da aver superato anche le normative vigenti in materia. Conv(i)enzioni di cui dovremmo presto liberarci se lo sviluppo di un’Italia ancora piegata dalla crisi, ci sta a cuore sul serio.

Per dare la misura di quanto da noi, l’argomento viaggi ancora su una strada tortuosa basta ricordare che il nostro paese è stato l’ultimo della Nato a consentire nel “recente” 1999 l’ingresso delle donne all’interno di tutte le forze armate, le quali però ancora oggi non possono avere accesso a reparti particolari come i battaglioni mobili. Possiamo anche evitare di scomodare il mondo militare e analizzare il numero di operai donna, per scoprire che queste attualmente ricoprono solo una piccolissima fetta nelle grosse aziende produttrici. In Fiat ad esempio solo il 18% del personale impiegato alle macchine è donna.

Il discorso cambia notevolmente se spostiamo l’attenzione verso quelle professioni impropriamente definite “da donne”  (del mondo dell’estetica, delle arti ecc…) che altresì hanno registrato un veloce cambio di rotta con l’accesso e la realizzazione di molti professionisti uomini del settore.

Se solo avessimo il coraggio di frenare l‘inarginabile tzunami culturale che incentiva dal basso, la netta distinzione tra lavori da uomo e quelli da donne, il nostro prodotto interno lordo crescerebbe notevolmente e questo agevolerebbe l’uscita dalla stagnazione economica attuale.

Christine Lagarde, una delle donne più potenti del mondo e alla guida del Fondo monetario internazionale, a febbraio scorso usò dei termini perentori quando disse che “C’è una cospirazione in atto contro le donne”. Affermazione supportata proprio da uno ricerca del FMI sui danni del sessiamo, “In più di 40 nazioni, tra cui molte ricche e avanzate, si perde più del 15% della ricchezza potenziale, per effetto delle discriminazioni contro le donne” si legge nello studio. Nel dettaglio, America si perde il 5% di Pil , in Giappone il  9%, punte altissime in Egitto con un fermo 34%. L’Italia in questa classifica ricopre la fascia alta, quella dei paesi più arretrati in materia, che pur di preferire pratiche sessiste rinuncia al 15% del Pil potenziale che non viene per questo realizzato. Piccola, triste e misera curiosità: la ricerca della FMI mette in evidenza che molta della ricchezza che l’America non produce deriva proprio dalla discriminazione contro le Donne italiane.

Ma non sono solo i lavori per così dire manuali quelli meno accessibili alle donne, nel campo delle scienze ad esempio non ci sono tante donne quante potrebbero essercene se le regole di accesso a queste professioni fossero livellate,cioè uguali per tutti. Novemila miliardi di dollari all’anno, è il PIL che il mondo non ha prodotto a causa della difficoltà di buona parte delle donne ad assecondare le proprie inclinazioni professionali.In Italia la perdita è di circa 280 miliardi di euro.

Ricordiamo che Il principio di parità in Italia prevede il divieto di discriminazione tra i due sessi nell’accesso all’occupazione, per cui non esiste lavoro che una donna non sia legittimata a fare. Nonostante ciò il sessismo continua ad avere la strada spianata e talvolta arriva a superare indisturbato la normativa vigente a causa di stereotipi ancora più forti della giustizia.

Assestare colpi mortali alla discriminazione di genere tramite politiche di sostegno al lavoro e opere sensibilizzazione a tutto campo, è la strada che donne e uomini insieme devono costruire per debellare il dramma della crisi. Ameno ché non ci sia ancora qualche illuso che pensa che il sessismo nel nostro paese sia solo un problema di donne e cosa ancora peggiore, da donne.

Istat Donne e lavoro: Madri e lavoratrici, quel dovere di volerlo davvero

I dati Istat ci parlano chiaro:

– Il clima di fiducia è aumentato, migliorano le stime dei consumatori nei confronti della ripresa economica, diminuiscono significativamente le attese di disoccupazione, diminuisce finanche la disoccupazione giovanile, nelle imprese crescono tutti i clima di fiducia, quello del settore manufatturiero, dei servizi di mercato, del commercio al dettaglio, a settembre è stato registrato un balzo della fiducia dei privati ai massimi dal 2002…

-Che bello Istat e dicci dicci, le Donne?

-Cazzi.

-Che?

-Cazzi, le Donne cazzi, nisba, nulla, nichts

-Ma Istat che vuoi dire?

-Che il lavoro non vi vuole, non si fida di voi, il 30% delle Donne lo abbandona dopo la gravidanza, le pensioni delle donne sono significativamente più basse rispetto a  quelle degli uomini, aumentano i part time al femminile con conseguente diminuzione delle retribuzioni…continuo?

No grazie! Noi donne questo non lo sapevamo già? I dati Istat resi noti ieri sul rapporto Donne e lavoro, noi li conosciamo da tempo, solo che preferiamo chiamarli sfighe perchè siamo romantiche.

Ma un nome ce l’avrebbero e questo nome ha lo stesso suono di quel sessismo che qualche genio definisce inutile vittimismo, ha l’odore della discriminazione barbara sostenuta da stereotipi di genere abbondantemente superati che tornano però senza chiedere il permesso e si palesano durante un colloquio di lavoro, tra le pieghe di un << Ma ha intenzione di avere figli nei prossimi 5 anni?>>  di un timido <<Guardi che noi la maternità non la paghiamo>> di un deciso <<Un figlio? E poi come campo>>.

Ci hanno bombardato così tanto con il rispetto della filiera SACRIFICIO-STUDIO-LAVORO, con la regola secondo la quale dovremmo sforzarci il doppio per contare quanto un uomo nella società, che quasi ci hanno convinte che un figlio tutto sommato nemmeno lo vogliamo.Ma quasi però.

Perché a rifletterci bene, questo “stato interessante” altro non è che un evento parentale che nella sua gestione viene condiviso, seppur in parte in maniera diversa ma da entrambi i genitori.

Eppure pare che così non sia.Sembra che la faccenda riguardi solo le Donne.

Le ragazze che diventano madri rinunciando alla propria professione per il mondo del lavoro si trasformano automaticamente in cittadine di serie b, con ridotte possibilità di cambiare il loro status dopo, sfavorendo irrimediabilmente l’aumento della retribuzione femminile anche a parità di competenze con gli uomini.

La carriera rallenta con conseguente divario retributivo tra i due sessi.

E ma se un figlio è anche del padre i conti non tornano. Chiediamoci se di fianco ad una ancora arretrata normatizzazione sull’argomento ( e fin qui ci siamo) non ci sia anche un granitico cortocircuito culturale che genera un pericoloso effetto a catena che ci impedisce di livellare i diritti degli uomini e delle donne in fatto di lavoro e che in parte ci vede addirittura un po’ responsabili.

Ci chiediamo perchè le madri incidono nella vita del figlio per l’80% del tempo mentre i padri soltanto un misero 20%? perché parliamo solo di maternità e pochissimo di paternità? Perché non considerare il fatto che padri e madri potrebbero avere gli stessi identici ruoli all’interno della famiglia così da rispettare le aspirazioni professionali di entrambi? Già. Siamo pronte a volerlo? Dovremmo. Lo mettiamo in atto? Quasi mai. Non sarebbe forse un nostro diritto? In eguale misura è un diritto di Donne e Uomini.

Il lavoro non è tutto e ci siamo, ma questo costante dislivello di cui siamo vittime e carnefici, insidia non solo il lavoro, ma anche case, famiglie e le generazioni future.

Voglio lavorare e quando sarà il momento non vorrò trovarmi nelle condizioni di rinunciare a questo per un figlio e non perché un figlio non ne valga la pena, ma perché è il suo futuro a meritare che io non lo faccia.Un futuro nel quale essere un po’ meno mamma non significherà necessariamente essere meno madre.

L’Overdose da puntini di sospensione, uno nessuno…centomila.

Se la tecnologia viaggiasse di pari passo con la cultura, se davvero vivessimo in un mondo giusto, allora in commercio esisterebbero tastiere per pc in grado di prendere a schiaffi l’utente che ha digitato il quarto punto di sospensione consecutivo.

Credo sia giunta l’ora di disintossicarci dall’overdose sempre più dilagante da puntini di sospensione. La grammatica parla chiaro, i puntini sono tre, solo tre, oltre è un elisacucco, una linea punteggiata che si usa attraverso photoshop,l’ho scoperto ieri. Un termine orribile che quasi ci rende parte di una gruppo indigeno, di una tribù grammaticalmente arretrata: Gli elisacucchi , perlappunto.

Riconosco che siamo un popolo incline alla riflessione ma questa dovreste saperlo, non è direttamente proporzionale al numero di puntini che aggiungiamo alla sospensione e non diventeremo ad un tratto pensatori 2.0 agli occhi degli altri se ne abusiamo.

Dice “ma che ti importa mica si pagano” Eccerto.

Dice “Le cose che devo dire e che non riesco a dire sono troppe e 3 puntini non rendono l’idea”. Non sai cosa dire? Taci.

Dopo il quarto punto, non è riflessione ma una richiesta di aiuto e quei poveri puntini non possono fare il lavoro sporco al posto nostro. Sono dei puntini in fondo, pensate che con il punto e virgola si giocano l’ultimo posto nella catena alimentare della grammatica, addirittura il punto così piccolo e decisionista ha più potere. Quello a dire il vero ha più potere di tutti, arriva lui e finisce la pacchia, termina tutto. I puntini invece no, loro sono diversi, comprensivi, ti danno una chance, ti vogliono bene ti sussurrano “ok non sai cosa aggiungere usaci” hanno il potere di dare un senso a ciò che apparentemente non ne ha, per assurdo potresti scrivere “E dunque sono…” e sembrare ad un tratto l’Aristotele de noantri.

Cosa dire invece di questo diffuso esemplare di elisacucco? :

Sono in camera……..ti penso……..ti cerco…….pensavo…..a te a me a noi….al sole e alla………………..luna…….per non pensarti mi sono comprata un gatto……………..non basta però…..anche se a dire il vero è molto carino e coccoloso……………………..ma perché  la vita ci tiene lontani?

Non ti tiene lontana, si è presa una lunga pausa di riflessione attraverso una serie interminabile di puntini di sospensione.

Beh, come ci si sente?!